Sintesi
“Differenziare le situazioni nelle quali l’identità transgender rappresenta l’espressione di un nucleo originario profondo da quelle in cui esprime una impossibilità di affrontare il processo adolescenziale e costituisce un assetto difensivo dall’angoscia suscitata dal corpo sessuato o l’esito di un arenarsi in identificazioni primarie e secondarie contraddittorie e conflittuali costituisce un’operazione clinicamente e teoricamente molto complessa. Penso che, almeno nel periodo dell’adolescenza, le problematiche legate al genere non dovrebbero essere collocate in una casella a sé stante perché, se talvolta costituiscono l’espressione di un nucleo autentico e profondo, che configura un dissidio non sanabile tra il vissuto di genere e il corpo biologico, altre volte rappresentano l’esito di complesse difese erette contro la pubertà, il risultato di difficoltà dovute a una fragilità narcisistico-identitaria che rende inaffrontabile il processo adolescenziale e impossibile il compito di rappresentare e integrare nella mente le trasformazioni puberali. Altre volte, la scelta di un’identità transgender può esprimere un tentativo di dare forma e nome a una sofferenza psichica priva di parole e di senso soggettivo. La possibilità di aderire a un modello identitario culturalmente disponibile, oggi ampiamente rappresentato e valorizzato nei social media, può offrire una coerenza identitaria provvisoria capace di contenere e canalizzare esperienza interna caotica e frammentata. Questa scelta, più che l’esito di un autentico processo di soggettivazione, rappresenta un tentativo difensivo di mantenere una continuità psichica sentita come minacciata. Nella clinica, occorre un lungo e paziente lavoro per orientarsi in queste contraddittorie e talvolta compresenti possibilità”.