Sintesi
“Non esiste un elenco diagnostico ufficialmente accettato per la determinazione di casi di danno morale, ma esistono schemi ben noti. Spesso tale concetto evoca sentimenti di colpa, vergogna, rabbia e un senso di imperdonabilità. Sono frequenti anche sentimenti di tradimento, soprattutto nei confronti di leader o istituzioni fidate che ci si aspettava sostenessero determinati valori e che invece non lo hanno fatto. A livello cognitivo, può manifestarsi come persistente senso di colpa, perdita di fiducia in se stessi e negli altri, pensieri intrusivi su quanto accaduto e una più ampia perdita di significato, scopo o chiarezza sul proprio posto nel mondo. Questo può insorgere improvvisamente o aggravarsi nel tempo, portando all’isolamento sociale, alla perdita di fiducia in se stessi o nelle istituzioni e a un profondo senso di alienazione. Non è raro che le persone che hanno subito un danno morale mettano in atto comportamenti autodistruttivi o facciano uso di sostanze come meccanismo di difesa… Quando ascolto le persone parlare delle loro esperienze legate alla transizione di genere, noto che questi schemi ricorrono molto più spesso di quanto si creda. Alcuni genitori raccontano di aver sostenuto la transizione di un figlio in buona fede, per poi provare confusione, rimpianto o la sensazione di non essere riusciti a proteggerlo. Alcuni clinici descrivono momenti in cui, ripensando al proprio lavoro, mettono in discussione il proprio ruolo, con conseguenze morali di notevole impatto. Alcune persone che hanno intrapreso un percorso di detransizione raccontano di essersi sentite male informate, affrettate o semplicemente smarrite, e ora cercano di dare un senso alle decisioni prese, che hanno avuto conseguenze durature… Nei dibattiti sull’assistenza legata al genere, l’attenzione si concentra principalmente sull’identità, sui diritti e sui risultati. Si presta invece molta meno attenzione alle conseguenze morali e psicologiche che alcune persone si portano dietro. Se il danno morale può fa parte di questo quadro, anche solo per una parte delle persone coinvolte, allora occorre riconoscerlo. C’è qualcosa di profondamente umano nel rendersi conto che potremmo aver agito in modi che non ci convincono, o che abbiamo fatto parte di qualcosa in cui non crediamo più. Questa presa di coscienza può essere dolorosa, ma anche molto umanizzante. Affrontata direttamente, può portare a una maggiore responsabilità, umiltà e cura verso gli altri. Se evitata, può divorarci e rinchiuderci nella vergogna e nel senso di colpa. Mi sembra che siamo solo all’inizio di questo discorso. Dare un nome al danno morale non lo risolve, ma inizia a portare alla luce qualcosa che molte persone stanno già portando con sé.”
Citazioni in lingua originale
" There is no officially accepted diagnostic list for moral injury, but there are well-recognized patterns. It often evokes feelings of guilt, shame, anger, and a sense of being unforgivable. There are also often feelings of betrayal, especially toward trusted leaders or institutions that were expected to uphold certain values and did not. At the level of thinking, it can show up as persistent self-blame, loss of trust in oneself and others, intrusive thoughts about what happened, and a broader loss of meaning, purpose, or clarity about one’s place in the world. This can arise suddenly or deepen over time, leading to withdrawal from others, a loss of faith in oneself or in institutions, and a deep sense of alienation. It is not unusual for people who have experienced moral injury to engage in self-sabotaging behavior or substance use as a way of coping… When I listen to people speaking about transgender-related experiences, I hear these patterns more often than is acknowledged. Some parents speak about supporting a child’s transition in good faith, only to later feel confusion, regret, or a sense that they failed to protect their child. Some clinicians describe looking back on their work and questioning their role in ways that carry real moral weight. Some detransitioned individuals speak about feeling misinformed, rushed, or just lost, and now are trying to make sense of decisions they made that have lasting consequences... In discussions about gender-related care, most of the focus is on identity, rights, and outcomes. Much less attention is given to the moral and psychological aftermath that some people carry. If moral injury is part of that picture, even for a portion of those involved, then it needs to be named. There is something deeply human in realizing that we may have acted in ways that do not sit well with us, or that we were part of something we no longer trust. That realization can be painful, but it can also be very humanizing. Faced directly, it can lead to greater responsibility, humility, and care for others. Avoided, it can eat at us and lock us in shame and guilt. It seems to me that we are only at the beginning of this conversation. Naming moral injury does not resolve it, but it does begin to bring into the open something that many people are already carrying.”