Sintesi
“In “Identity and the Foundational Myth”, esploro come l’identità possa operare non solo come auto‑descrizione, ma anche come un racconto strutturante che stabilizza la vita psichica quando lo sviluppo diventa precario. Piuttosto che trattare l’identità esclusivamente come auto‑espressione, sostengo che essa possa anche avere una funzione difensiva, organizzando l’esperienza, riducendo l’ansia e proteggendo dalla disintegrazione psichica. Ciò che segue sviluppa ulteriormente questa idea, esaminando come l’identità possa, in alcuni casi, assumere la forma di un rifugio psichico, modellato dalle difficoltà nel tollerare incertezza, ambivalenza, conflitto e perdita. Un’osservazione clinica ricorrente è che la chiarezza identitaria non porta sempre sollievo… In un sistema psichico che non può tollerare ansia, vergogna o perdita, la consapevolezza realistica non facilita lo sviluppo. Al contrario, diventa persecutoria, manifestandosi come auto‑attacco o come certezza difensiva. Da questa prospettiva, i pensieri di autolesionismo possono essere compresi non principalmente come un desiderio di morte, ma come un tentativo concreto di localizzare, controllare o eradicare un dolore psichico non contenuto quando il pensiero simbolico è venuto meno… Molti ambienti contemporanei offrono forme potenti di appartenenza, spesso con autentico calore e rassicurazione, ma al prezzo dell’esame critico o del dubbio. L’accettazione è condizionata dalla certezza. Per gli individui che già lottano per tollerare l’incertezza e l’ambivalenza, questa combinazione può essere particolarmente seducente. La credenza diventa non solo confortante, ma anche stabilizzante… La sfida clinica, relazionale e istituzionale è come ripristinare le condizioni in cui l’incertezza, il conflitto e il dolore psichico possano di nuovo essere pensati anziché aboliti. È un lavoro lento e scomodo. Ma è anche il lavoro attraverso il quale lo sviluppo, anziché il ritiro, diventa possibile”.
Citazione in lingua originale
“In Identity and the Foundational Myth, I explore how identity can operate not only as self-description but also as a structuring narrative that stabilizes psychic life when development becomes precarious. Rather than treating identity solely as self-expression, I argue that it can also function defensively, organizing experience, reducing anxiety, and protecting against psychic disintegration. What follows further develops that idea by examining how identity can, in some cases, take the form of a psychic retreat, shaped by difficulties in tolerating uncertainty, ambivalence, conflict, and loss. A recurring clinical observation is that clarity of identity does not always bring relief. […] In a psychic system that cannot tolerate anxiety, shame, or loss, realistic awareness does not facilitate development. Instead, it becomes persecutory, manifesting as self-attack or defensive certainty. From this perspective, thoughts of self-harm can be understood not primarily as a wish for death but as a concrete attempt to locate, control, or eradicate uncontained psychic pain when symbolic thinking has failed. […]Many contemporary environments offer powerful forms of belonging, often with genuine warmth and reassurance, but at the expense of critical examination or doubt. Acceptance is conditional on certainty. For individuals already struggling to tolerate uncertainty and ambivalence, this combination can be especially compelling. Belief becomes not only comforting but also stabilizing […] The clinical, relational, and institutional challenge is how to restore the conditions in which uncertainty, conflict, and psychic pain can once again be thought about rather than abolished. That is slow, uncomfortable work. But it is also the work through which development, rather than retreat, becomes possible.”