Sintesi
“Il protocollo olandese introduce i bloccanti della pubertà. Quando sta per arrivare la pubertà è possibile bloccarla con dei medicinali. In Italia, il più utilizzato per questo è la triptorelina, ma non è l’unico. Quando la pubertà insorge in modo patologico, cioè per via di malattie che portano a disfunzioni (ad esempio, quando viene il ciclo mestruale a una bambina di 6 anni), è necessario intervenire per bloccarla: una pubertà, che però, ripeto, è patologica, la disforia non c’entra. I farmaci usati per il blocco della pubertà patologica sono sperimentati, e quindi testati e adeguati, per questo scopo e anche per altre indicazioni, per esempio per alcuni tipi di cancro. Il protocollo olandese prevede invece di usare questo farmaco per bloccare la pubertà fisiologica: cioè, quando un ragazzo o una ragazza si trova in uno stadio di Tanner 2, in media intorno all’età di 12 anni, quando lo sviluppo fisico sta avendo un decorso fisiologico. Come detto, il blocco della pubertà fisiologica si giustifica con la presenza di disforia di genere, cioè di una sofferenza: lo scopo dichiarato è quello di prendere tempo per esplorare meglio la propria identità di genere, evitando di prendere decisioni affrettate. Ora, se questo fosse l’obiettivo, già emerge un bias, un problema proprio del metodo: come faccio a sapere, a confrontare la mia esperienza, il mio vissuto, i miei sentimenti, rispetto al mio essere maschio o femmina, se blocco la pubertà, cioè se blocco proprio quel processo che mi fa arrivare alla maturità sessuale: con che cosa mi confronto? Con le mie idee, con il mio immaginario, e non con la concretezza del mio corpo sessuato!”