Ordine di grandezza: Sulla distinzione critica tra identità auto-dichiarata e prevalenza clinica nella disforia di genere adolescenziale: Un commento metodologico

Order of Magnitude: On the Critical Distinction Between Self-Reported Identity and Clinical Prevalence in Adolescent Gender Dysphoria: A Methodological Commentary

Autori SCHWARTZ L., Lal M.
Anno 2025 (Ottobre)
Fonte Journal of Sex & Marital Therapy
Argomento: Analisi di un problema metodologico importante nella medicina di genere, la confusione tra l’identità di genere auto-dichiarata e la prevalenza clinica della disforia di genere

Sintesi

“Negli ultimi anni, è emersa una questione metodologica significativa nella ricerca sulla medicina di genere: la confusione tra l’auto-identificazione come transgender a livello di popolazione e la prevalenza clinica della disforia di genere… La distinzione tra una popolazione generale di individui che si auto-identificano come transgender e la popolazione clinica specifica di coloro che soddisfano i criteri diagnostici per la disforia di genere è fondamentale… Questa distinzione è cruciale perché non tutti gli adolescenti che si identificano come transgender sperimentano il disturbo clinicamente significativo che, secondo le linee guida consolidate, giustificherebbe un intervento medico (Turban, 2024)… La domanda pertinente, quindi, non è quanti adolescenti si auto-identificano come transgender, ma qual è la prevalenza clinica accertata della popolazione per la quale questi trattamenti medici sono stati originariamente sviluppati? Per stabilire una base clinica di riferimento, ci si affida a tre revisioni complete della letteratura pubblicate nell’ultimo decennio, i cui autori hanno avuto un ruolo fondamentale nella redazione degli Standard di Cura WPATH, Versione 8 (SOC8) (Coleman et al., 2022).

  • Arcelus et al. (2015): Questa revisione sistematica e meta-analisi di 21 studi, redatta da due collaboratori del SOC8, ha rilevato una prevalenza media ponderata della popolazione clinica con transessualismo pari allo 0,0046%.
  • Collin et al. (2016): Questa revisione sistematica e meta-analisi di 27 studi, redatta da tre collaboratori del SOC8, ha stimato una prevalenza meta-analitica per le diagnosi correlate alla condizione transgender pari allo 0,0068%.
  • Goodman et al. (2019): Questa revisione narrativa, redatta da sei collaboratori del SOC8, ha analizzato 43 studi e ha rilevato una prevalenza mediana dello 0,00526% per coloro che hanno “ricevuto o richiesto terapie chirurgiche o ormonali di affermazione di genere”, e dello 0,0075% per coloro che hanno “ricevuto una diagnosi specifica transgender”.

 

Queste fonti autorevoli – tutte pubblicate nell’ultimo decennio – stabiliscono una prevalenza clinica storica coerente, compresa tra circa 0,0046% e 0,0075%, ovvero tra 4,6 e 7,5 individui ogni 100.000… Sebbene sia plausibile che la riduzione dello stigma abbia contribuito all’aumento delle diagnosi di disforia di genere, l’entità di tale incremento – spesso superiore di 50 volte nel giro di pochi anni -suggerisce che fattori ulteriori, oltre al miglioramento dell’accesso o della consapevolezza, possano essere alla base di questa tendenza. Pertanto, i dati storici rimangono un punto di riferimento utile per valutare l’ampiezza di questo cambiamento e la rigorosità diagnostica nella pratica clinica contemporanea… La nostra analisi non mette in discussione la validità delle identità di genere diverse, né il disagio reale che alcuni giovani possono sperimentare. Piuttosto, la nostra preoccupazione riguarda la necessità che i percorsi medici siano supportati da pratiche diagnostiche solide, in grado di proteggere tutti i giovani – soprattutto quelli che stanno affrontando percorsi di sviluppo e paesaggi psicologici complessi, legati al genere o ad altri aspetti.… La confusione tra l’identità transgender auto-dichiarata e la disforia di genere clinica rappresenta un grave errore metodologico in un numero crescente di studi. I dati presentati da McNamara et al. (2024), Hughes et al. (2025), Lee et al. (2024) e altri studi recenti forniscono, seppur involontariamente, prove di un cambiamento profondo nella pratica clinica. Questi dati suggeriscono che una larga maggioranza degli adolescenti che attualmente ricevono interventi ormonali non avrebbe soddisfatto i criteri diagnostici stabiliti per il trattamento fino a pochi anni fa.”

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