Desistenza e detransizione

giovane ragazzo pentito che piange

 

Cosa si intende per “desistenza” e chi sono i “desister”?

 

I desister sono quelle persone che, dopo aver dichiarato un’identità transgender e in alcuni casi aver cominciato la transizione sociale, tornano a identificarsi con il proprio sesso biologico e smettono di desiderare la transizione medica.

Nonostante si senta dire che il rimpianto per la transizione sessuale è estremamente raro, sono moltissime le persone che, dopo essersi identificate per un periodo come persone transgender, tornano al proprio sesso di nascita e al proprio nome di battesimo, rinunciando anche ad intraprendere il percorso di transizione con ormoni e chirurgia. Non conosciamo i numeri perché, non avendo iniziato nessun percorso medico, non ci sono dati in merito, tuttavia si tratta di una percentuale cospicua della recente coorte di giovanissimi che a un certo punto dell’adolescenza si dichiarano trans, ma poi tornano sui loro passi prima di cominciare con la medicalizzazione.

D’altra parte il mondo scientifico è concorde sul fatto che la disforia di genere è quasi sempre transitoria e scompare nel corso dell’adolescenza. In passato, prima dell’avvento delle teorie dell’affermazione di genere, la disforia si risolveva con il procedere dell’adolescenza fino al 90% dei casi. Nel contesto odierno, che tende ad affermare immediatamente il sentire del giovane e lo incoraggia a procedere con la transizione sociale, il naturale processo di costruzione identitaria è inevitabilmente condizionato, e la desistenza è un percorso non privo di ostacoli e sofferenza. Questo perché, come osservato qui, la disforia di genere è più persistente nell’adolescenza quando si è verificata la transizione sociale, il che rende la transizione sociale è un “intervento psicosociale [che] potrebbe essere caratterizzato come “iatrogeno”, ovvero un problema medico causato dal trattamento stesso.

 

Fare coming out come desister

 

La transizione sociale immediata consigliata ai giovani che dichiarano di avvertire un disagio con il proprio corpo e di desiderare di appartenere al sesso opposto non è un intervento innocuo e senza conseguenze.

Se è vero che presentarsi al mondo con una nuova identità fatta di un nuovo look, un nuovo nome e la richiesta di essere appellati con pronomi diversi non è un intervento irreversibile, è anche vero che rende più difficile la risoluzione spontanea di quella che nella maggioranza dei casi è solamente una fase transitoria.

L’esperienza dei desister, ragazzi che adottano un’identità transgender, e poi si rendono conto di voler tornare indietro, racconta di una grande difficoltà e di una profonda sofferenza nel tornare a presentarsi con il loro nome e nel loro sesso biologico, dovuta a diversi fattori, tra i quali:

  • il senso di vergogna per aver commesso un errore e aver lottato per un’identità che non era reale;
  • il senso di colpa per aver creato confusione e sofferenza tra parenti e amici;
  • il senso di perdita per i mesi o gli anni passati a fingere anche con sé stessi ;
  • l’incapacità o la resistenza di chi li ha sostenuti nella scelta di transizione nel validare la scelta di desistenza, che li porta spesso a fingere in alcuni ambienti di essere ancora trans e a perdere legami di amicizia;
  • la rabbia nel confronto degli adulti che si sono affrettati a celebrare la nuova identità, perpetuando l’illusione di poter scegliere il proprio sesso;
  • la perdita del supporto di parte della comunità LGBT+ che tende a nascondere sminuire il loro vissuto.

 

Tornare ad accettarsi per quello che si è

 

I ragazzi e le ragazze che si riappropriano della loro identità e fanno pace con il proprio sesso biologico sono la testimonianza che la disforia di genere spesso rappresenta una fase transitoria giovanile e nella maggioranza dei casi non è la causa principale della sofferenza percepita dal giovane, ma nasce come sintomo di un altro disagio, un po’ come succede nei casi di anoressia nervosa. Lo scollamento dal proprio corpo e il desiderio di scappare da sé sono forme di sofferenza reali e comuni in adolescenza, tuttavia l’idea – attualmente in voga, ma fondamentalmente scientifica – che si possa scegliere liberamente a quale sesso appartenere fornisce ai giovani una via d’uscita socialmente accettata nella quale riporre ogni speranza che, una volta ottenuto il cambiamento, potranno finalmente essere felici. Spesso questi ragazzi presentano neurodivergenze, disturbi di personalità, problemi psichiatrici, ansia, depressione, ma vengono indotti a pensare che la transizione risolverà tutto. E in effetti in alcuni casi “essere trans” dà loro una visibilità e una popolarità di cui prima non godevano, ma infine non risolve problematiche per le quali c’è bisogno di tempo, cure specialistiche e un percorso di psicoterapia adeguato.

 

Il ruolo della psicoterapia esplorativa nel percorso di desistenza

 

In molti casi i giovani che tornano a identificarsi con il proprio sesso biologico lo fanno anche grazie a un percorso approfondito di psicoterapia esplorativa. La psicoterapia esplorativa è il primo intervento raccomandato in molti paesi (come UK, Svezia, Finlandia, Norvegia) per il trattamento della disforia di genere. Viene definita una psicoterapia neutrale perché non si pone come obiettivo un risultato specifico, ma vuole esplorare le cause della sofferenza della persona e aiutarla a trovare risorse e strategie per stare meglio. Non si tratta di una “terapia di conversione”, bensì di un percorso volto migliorare il benessere psicologico della persona che possa poi fare le proprie scelte in modo consapevole.

 

Cos’è la “detransizione”?

La detransizione è il processo con il quale una persona che si identificava come transgender torna a identificarsi nel proprio sesso biologico e cerca di invertire per quanto possibile il processo di transizione medica.

Il modello “affermativo di genere” prevede, oltre alla transizione sociale, diversi interventi di carattere medico, con farmaci o operazioni chirurgiche. In particolare il percorso può prevedere:

  • bloccanti della pubertà
  • trattamenti ormonali con testosterone o estrogeni
  • mastectomia bilaterale o impianto di protesi
  • rimozione di ovaie o di testicoli
  • isterectomia
  • rimozione chirurgica o revisione degli organi genitali
  • altri interventi di chirurgia mascolinizzante o femminilizzante.

Si tratta di interventi totalmente o parzialmente irreversibili, che hanno un impatto sulla salute e sulla vita delle persone. Per questo motivo il percorso di detransizione è particolarmente drammatico, in quanto, nel tornare a identificarsi con il proprio sesso biologico, le persone devono scontrarsi con la realtà di non poter riavere indietro il proprio corpo sano, ormai modificato a vita.

 

L’esercito dei detransitioner

Il numero delle persone che decidono di affrontare la detransizione è in vertiginoso aumento: in una manciata di anni la comunità dedicata ai detransitioners su Reddit è arrivata a contare oltre 57 mila membri.

Molti di loro sono giovani tra i venti e i trentacinque anni che hanno deciso di intraprendere la transizione in età precoce, se ne sono pentiti e hanno deciso di tornare al loro sesso di nascita. Non sono note le percentuali di chi è pentito del percorso di transizione, né di chi decide di tornare indietro con la detransizione: il più delle volte queste esperienze sfuggono ai follow up, in quanto i detransitioner, delusi dai propri medici, evitano di ripresentarsi nelle cliniche di genere che li avevano seguiti per la transizione. Inoltre, nell’ambito della ricerca, la detransizione e il rimpianto siano stati a lungo argomenti intoccabili.

Nonostante il rimorso per una decisione presa quando erano troppo giovani per farlo sia spesso bruciante e accompagnato da un profondo senso di disagio e/o vergogna per un aspetto che esitano a mostrare in video, sempre più detransitioner trovano il coraggio di portare al mondo la loro esperienza, per evitare ad altri giovani confusi di cadere nella stessa trappola. Parte della comunità trans tende screditare le loro esperienze o additare i detransitioner come “traditori”.

 

Le ragioni della detransizione

 

Uno studio condotto su 237 detrasitioners ha evidenziato che nella grande maggioranza dei casi la transizione non ha risolto il disagio emotivo.

La ragione più frequentemente riportata (70%) in merito alla decisione di tornare a riconoscersi nel proprio sesso biologico è stata che la disforia di genere era legata ad altre problematiche. Il 50% ha affermato che la transizione non è stata di aiuto con la loro disforia, oppure ha trovato altri modi per gestirla (45%). Solo una piccola parte (10%) ha indicato la discriminazione come motivazione.

Infine, un 45% ha affermato di non essere stato adeguatamente informato circa le implicazioni per la salute dovuti ai trattamenti e agli interventi. Con il numero di detransitioners cresce infatti anche quello delle cause legali intentate contro i diversi servizi sanitari, come accaduto nel caso del Gids della Tavistock Clinic di Londra.

 

Risorse utili su desistenza e detransizione

Scopri articoli e testimonianze sulla desistenza e sulla detransizione.

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