La coscienza della medicina

La cura dei giovani che vivono un disagio legato al genere richiede curiosità scientifica e la disponibilità ad ammettere gli errori.

Traduzione dell’articolo di Dianna Kenny pubblicato su Gender Clinic News il 18 ottobre 2026


«La medicina è una scienza dell’incertezza e un’arte della probabilità». 

Sir William Osler

Ogni generazione di medici eredita due patrimoni: le scoperte della medicina e i suoi errori. 

Il primo viene celebrato. Rendiamo giustamente onore a coloro la cui intuizione, perseveranza e compassione hanno alleviato la sofferenza e salvato, prolungato e trasformato le nostre vite.

La seconda eredità riceve meno attenzione. Non si conserva nelle nostre celebrazioni, bensì nella nostra memoria: nei trattamenti abbandonati, nelle teorie accantonate e nella consapevolezza, difficile da accettare, che talvolta la medicina abbia continuato a praticare interventi molto tempo dopo che erano emerse prove dei loro effetti dannosi.

Il salasso fu praticato per secoli, nonostante le crescenti osservazioni cliniche indicassero che spesso indeboliva i pazienti e accelerava la morte, anziché guarirli. La lobotomia sopravvisse a lungo, anche dopo che erano diventate evidenti le sue devastanti conseguenze cognitive ed emotive, compresi cambiamenti irreversibili della personalità, che riducevano le persone sottoposte all’intervento a «esseri umani rovinati». Il suo ideatore, António Egas Moniz, ricevette il premio Nobel nel 1949.

Il mercurio continuò a essere utilizzato per trattare la sifilide nonostante la sua tossicità fosse nota. I terribili effetti collaterali — tra cui perdita dei denti, gravi ulcerazioni, danni neurologici, insufficienza renale e morte — venivano spesso razionalizzati dai medici sostenendo che fossero il segno della «malattia che abbandonava il corpo».

L’eroina e i medicinali brevettati a base di radio continuarono a essere commercializzati anche quando i loro pericoli diventavano sempre più evidenti. In tempi più recenti, le raccomandazioni secondo cui i neonati avrebbero dovuto dormire in posizione prona persistettero nonostante l’accumularsi di prove dell’aumento della mortalità per sindrome della morte improvvisa del lattante, finché una rivalutazione sistematica non trasformò l’assistenza neonatale.

Questi esempi differiscono per contesto scientifico, ma condividono una lezione scomoda: 

la medicina non sempre abbandona le pratiche dannose con la rapidità che, guardando al passato, ci aspetteremmo. Perché?

La risposta raramente consiste soltanto nell’ignoranza. La storia mostra che la correzione degli errori medici è spesso ritardata da forze che vanno ben oltre le evidenze disponibili. Le prove scientifiche sono indispensabili, ma, affinché la pratica clinica cambi, devono prima superare le resistenze di natura psicologica, sociale, economica e istituzionale che ne ostacolano le implicazioni.

La storia, dunque, è più di una semplice testimonianza del passato della medicina. È la coscienza della medicina. Ci ricorda che la più grande minaccia alla medicina scientifica raramente è stata la mancanza di intelligenza o di compassione.

Più spesso, si è trattato della graduale erosione delle virtù epistemiche da cui dipende il progresso scientifico: umiltà intellettuale, curiosità, apertura alle critiche, tolleranza dell’incertezza e disponibilità a rivedere convinzioni consolidate quando nuove evidenze lo richiedono.

Queste virtù non sono segni di indecisione. Sono le discipline che distinguono la scienza dall’ideologia e la saggezza clinica dalla certezza clinica.

La sfida del disagio legato al genere

La lezione della storia non è che le nuove idee debbano essere temute, ma che debbano rimanere aperte allo stesso esame imparziale che, in ultima analisi, permette di distinguere il progresso scientifico dalle mode mediche.

Pochi ambiti della medicina contemporanea mettono alla prova questi principi in modo più profondo dell’assistenza ai bambini e agli adolescenti che sperimentano un disagio legato al genere. 

Nell’ultimo decennio, la medicina dedicata ai giovani con incongruenza o disagio di genere è diventata uno degli ambiti della pratica clinica in più rapida crescita, più controversi sul piano etico e più carichi di tensioni sociali. È diventata anche uno degli ambienti in cui è più difficile porre le normali domande scientifiche.

Le questioni relative agli esiti a lungo termine, alle traiettorie di sviluppo, al consenso informato, alla valutazione psicologica, agli effetti avversi e ai modelli assistenziali alternativi si sono intrecciate sempre più con l’attivismo politico, la reputazione delle istituzioni, l’identità professionale e i più ampi dibattiti culturali.

In circostanze simili, mantenere quelle abitudini mentali che tradizionalmente hanno protetto la medicina dagli errori diventa particolarmente difficile.

Questo saggio non intende risolvere ogni controversia relativa alla medicina di genere in età evolutiva. Pone, piuttosto, una domanda più fondamentale.

Che cosa accade quando le condizioni che consentono alla medicina di correggere i propri errori iniziano a deteriorarsi?

Nel corso della storia della medicina, gli episodi in cui l’autocorrezione è stata ritardata hanno mostrato caratteristiche ricorrenti. Raramente sono derivati da una singola causa o da un unico individuo. 

Più spesso, sono stati il risultato della convergenza di forze istituzionali, psicologiche, sociali ed economiche che hanno reso sempre più difficile riesaminare le pratiche consolidate, anche dopo che avevano cominciato a emergere prove di possibili danni.


La scienza in due fasi: secondo il filosofo della scienza Thomas Kuhn, la scienza entra in una fase rivoluzionaria quando si accumulano anomalie inspiegate che rendono necessario rovesciare un paradigma scientifico.

https://www.youtube.com/watch?v=L70T4pQv7P8

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