grafico che mostra aumento casi bambini trans

Anche lo psichiatra svedese Landén richiama al principio del “primum non nocere”

Il 13 luglio 2026 Acta Paediatrica ha pubblicato un editoriale del professor Mikael Landén, denominato Sex, Gender and Gender Identity: A Case for Conceptual Clarity, nel quale uno dei più autorevoli psichiatri europei affronta le principali criticità concettuali e cliniche emerse nel dibattito contemporaneo sull’incongruenza di genere in età evolutiva. 

L’autore parte da un dato epidemiologico ormai consolidato: una condizione che fino a pochi decenni fa era estremamente rara ha registrato, a partire dal 2013, un rapido incremento delle richieste di presa in carico, soprattutto tra le adolescenti di sesso femminile alla nascita. 

Landén ricorda come, nei vent’anni compresi tra il 1972 e il 1992, in Svezia le richieste annuali di rettificazione anagrafica del sesso fossero mediamente appena dodici, mentre oggi i servizi specialistici sono chiamati a valutare un numero crescente di bambini e adolescenti con caratteristiche cliniche profondamente diverse rispetto alla popolazione storicamente osservata

Secondo Landén, il problema non è più come assistere un ristretto gruppo di adulti, ma come interpretare il crescente numero di bambini e adolescenti che si rivolgono ai servizi specialistici in un contesto profondamente mutato sul piano culturale e sociale. 

Chiarezza terminologica

Il primo tema affrontato è la frequente confusione tra sesso biologico, genere e identità di genere, termini che vengono spesso utilizzati come sinonimi pur riferendosi a concetti differenti. 

Landén ribadisce che il sesso biologico è fondato sulla funzione riproduttiva ed è, in questo senso, binario.

ruoli di genere rappresentano invece aspettative sociali e culturali, mentre l’identità di genere rimane un costrutto che, pur avendo assunto un ruolo crescente nelle legislazioni e nelle pratiche cliniche, continua a presentare rilevanti problemi definitori.

Le definizioni correnti, osserva l’autore, descrivono l’identità di genere come il “senso interiore” del proprio genere, senza tuttavia fornire una definizione autonoma di genere, rendendo il concetto difficilmente razionalizzabile e distinguibile da altre dimensioni psicologiche.

Tale ambiguità, osserva l’autore, assume particolare rilievo oggi, poiché il concetto viene applicato a una popolazione pediatrica sempre più ampia ed eterogenea. 

La disforia come sofferenza psicologica

Landén ricorda che la disforia di genere è storicamente definita come una condizione di sofferenza psicologica derivante dall’incongruenza tra l’esperienza soggettiva della persona e il proprio corpo sessuato, più che come un’identità. 

L’attuale popolazione clinica, tuttavia, differisce profondamente da quella del passato.

Molti adolescenti presentano disturbi psichiatrici concomitanti, esperienze traumatiche o un esordio relativamente improvviso della disforia.

Ciò, precisa l’autore, non mette in dubbio l’autenticità della loro sofferenza, ma rende insufficiente un modello esplicativo fondato esclusivamente sull’idea di un’identità di genere innata da confermare. 

La rivalutazione delle evidenze

L’autore ripercorre quindi l’evoluzione dell’approccio terapeutico. 

Se nei primi anni Duemila bloccanti della pubertà e ormoni cross-sex venivano descritti come trattamenti reversibili e a basso rischio, negli ultimi anni le revisioni sistematiche svedesi e laCass Review britannica hanno non solo evidenziato l’insufficienza delle prove di efficacia e la necessità di una maggiore cautela, ma hanno anche evidenziato come numerosi adolescenti siano stati indirizzati troppo rapidamente verso un percorso di medicalizzazione, anziché ricevere una valutazione realmente olistica e multidisciplinare. 

L’autore richiama inoltre il recente studio di coorte finlandese, evidenziandone la particolare solidità metodologica, fondata sulla copertura nazionale, sul follow-up completo e sull’utilizzo di dati di registro anziché di questionari autosomministrati. Lo studio ha documentato un incremento dell’utilizzo dei servizi psichiatrici anche dopo l’avvio della terapia ormonale, risultato che, secondo Landén, appare “difficile da conciliare” con l’affermazione secondo cui il trattamento medico affermativo determinerebbe un miglioramento della salute mentale.

Il principio di precauzione

Nelle conclusioni Landén riconosce che alcuni pazienti possono trarre beneficio dagli interventi medici, ma sottolinea come persistano ampie incertezze sulla storia naturale dell’incongruenza di genere, sui criteri di selezione dei pazienti e sugli esiti a lungo termine delle terapie. 

Per tale ragione conclude che, fino a quando tali evidenze non saranno disponibili, dovrebbe prevalere il principio di precauzione: primum non nocere“. 

Nell’ultima parte dell’editoriale, Landén osserva infine che il dibattito trascende ormai l’ambito strettamente clinico, investendo questioni giuridiche e sociali relative alla definizione del sesso nei documenti ufficiali e nelle politiche pubbliche. Pur riconoscendo l’importanza dell’identità di genere per comprendere l’esperienza individuale, l’autore propone di mantenere il sesso biologico quale categoria primaria nelle classificazioni amministrative e sanitarie, considerando l’identità di genere come un concetto complementare e non sostitutivo. 

Conclusione

Nel suo complesso, il contributo di Landén rappresenta un autorevole richiamo alla necessità di distinguere chiaramente i concetti di sesso, genere e identità di genere, di interpretare la crescente domanda di presa in carico alla luce della complessità clinica attuale e di mantenere un approccio rigorosamente fondato sulle evidenze e sul principio di prudenza nella cura dei minori con incongruenza di genere.

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