E se fosse tutto sbagliato? Parte 1
L’analisi di alcuni clamorosi “abbagli” della psichiatria e della psicoterapia che, nel secolo scorso, hanno causato delle vere e proprie epidemie di diagnosi – poi rilevatesi sbagliate – può essere lo stimolo per riflettere sulla diagnosi di disforia di genere, sulla sua evoluzione e diffusione, soprattutto nei casi ad insorgenza rapida in adolescenza. Nella parte 2, che pubblicheremo prossimamente, racconteremo alcune delle pratiche mediche dannose largamente utilizzate.
Nella storia della psichiatria e della medicina si sono create condizioni in cui alcune teorie o pratiche mediche hanno avuto larga diffusione, hanno bucato il confine della discussione tra professionisti e sono entrate nel dibattito pubblico, creando dei fenomeni di consenso globale monolitico in difesa delle vittime. Un esempio emblematico degli anni ’80-’90 è stata la teoria delle “recovered memories”, ossia la possibilità da parte dei terapeuti di far emergere ricordi dimenticati che causano nel presente un disagio manifesto. Negli anni ’70-’80 un’altra teoria aveva avuto grande presa sull’opinione pubblica, quella delle personalità multiple. Entrambe le teorie si rivelarono poi errate, almeno nella diffusa applicazione che ne veniva fatta.
Il caso delle “recovered memories” aveva innescato un consenso trasversale: terapeuti, psichiatri, agenzie governative, comitati congressuali e media. Un consistente numero di terapeuti interpretava qualsiasi disagio attraverso quella lente, seguendo la convinzione dell’esistenza di un nesso causa-effetto. Questo indusse i pazienti a trovare un nuovo modo di interpretare la propria sofferenza, non risolvendo le vere cause e arrivando a peggiorare la loro condizione, con un aumento del disagio psicologico e l’isolamento dalla famiglia. Dal punto di vista collettivo, l’interpretazione ossessiva di ogni disagio come conseguenza di terribili abusi sessuali di bambini piccoli da parte dei familiari, spesso in contesti di riti satanici, aveva diffuso l’idea che le sette sataniche si fossero infiltrate nella società e stessero abusando ritualmente dei bambini su vasta scala. Come conseguenza, molte persone innocenti furono mandate in prigione per decenni, figli adulti interruppero i rapporti con i genitori e subirono danni psicologici derivanti dal trattamento che avrebbe dovuto aiutarli.
Non è un caso che negli anni ’90, anche a seguito dei dubbi che queste teorie e la loro applicazione avevano sollevato negli ambienti scientifici, venne accelerato il processo di “evidence-based medicine”, ovvero basare gli interventi sulle persone su robuste evidenze scientifiche.
“Recovered memories”: analisi di un’escalation
Nascita: intorno agli anni ’70–’80 cresce l’attenzione verso abuso infantile, il trauma e le conseguenze psicologiche. Si diffonde l’idea che un evento traumatico possa essere dimenticato o rimosso e successivamente recuperato. A questo punto, alcuni professionisti iniziano a interpretare determinati sintomi come possibili indicatori di traumi non ricordati.
Un contesto sociale favorevole: in quegli anni emergeva una maggiore sensibilità sociale nei confronti dell’abuso sessuale e infantile e si dava una crescente attenzione alla testimonianza delle vittime. Conseguentemente, la spiegazione del trauma diventava culturalmente sempre più presente.
Il ruolo della psicoterapia: gli psicoterapeuti utilizzavano tecniche di ipnosi e farmaci che allentavano i freni inibitori per far emergere ricordi apparentemente dimenticati. L’interpretazione dello psicoterapeuta incasellava quello che emergeva nel contesto degli abusi infantili, favorendo la costruzione di ricordi falsi.
Il ruolo dei media: libri, talk show, articoli e programmi televisivi raccontavano testimonianze di persone che dichiaravano di aver recuperato ricordi traumatici. Le storie individuali, particolarmente emotive, risultavano più facilmente comunicabili rispetto alla complessità delle evidenze scientifiche che già emergevano e mettevano in discussione il metodo di recupero dei ricordi. La ripetizione mediatica ha contribuito alla normalizzazione dell’idea che un ricordo traumatico potesse essere completamente dimenticato e poi recuperato.
Il ruolo dell’opinione pubblica: le testimonianze personali vengono percepite come prove convincenti, l’attenzione pubblica verso il problema dell’abuso aumenta, si crea un meccanismo di rinforzo reciproco rappresentato in figura 1.
Il ruolo del dibattito: queste teorie entrano nel dibattito professionale, giudiziario e sociale. Iniziano a emergere dubbi sulla possibilità che siano proprio le tecniche terapeutiche utilizzate a contribuire alla creazione dei falsi ricordi. La teoria viene quindi modificata e si distingue tra ricordi realmente recuperati, ricordi ricostruiti e ricordi influenzati dalla suggestione.
La revisione critica: finalmente si apre un confronto scientifico sul tema negli anni ’90 (ci sono voluti circa 20 anni) e diventa centrale lo studio della falsa memoria e della suggestionabilità della dott.ssa Elizabeth Loftus dell’University of Washington.
Per scardinare la pratica del recupero dei ricordi ci sono voluti molti anni e nel frattempo ci sono state persone imprigionate, famiglie devastate, persone distrutte per il resto della loro vita.
Facciamo finta che...
Ipotizziamo solo per un attimo che la tendenza a diagnosticare bambini e adolescenti come transgender stia seguendo lo stesso schema. Non è difficile da questo punto di vista trovare un parallelo con l’escalation sopra descritta.
Nascita: nel XX secolo si sviluppano studi sociologici e psicologici sui ruoli di genere e si distingue progressivamente tra sesso biologico e genere come dimensione sociale e culturale. Queste ricerche analizzano come norme, aspettative e istituzioni influenzino i comportamenti associati a uomini e donne.
Un contesto sociale favorevole: le idee provenienti dai gender studies entrano progressivamente nel dibattito culturale che sta aumentando l’attenzione verso discriminazioni, stereotipi e identità transgender. Scuola, università, associazioni e istituzioni diventano luoghi di discussione.
Il ruolo dei protocolli di cura: nel 1979 l’privata Harry Benjamin International Gender Dysphoria Association (diventata nel 2007 World Professional Association for Transgender Health – WPATH) emana il primo “standard of care”. Negli anni ’90 si fa strada il Dutch Protocol (protocollo olandese) come modello per il trattamento dei minori con disforia di genere e viene introdotto nella 5a revisione degli standard di cura di WPATH. Nel 2019, nell’11ª revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), l’Organizzazione Mondiale della Sanità de-patologizza la disforia di genere, trasformandola di fatto in una identità. Nel 2022 viene emanata l’8a versione degli standard, basata sul concetto di identità. Gli standard di WPATH vengono adottati come unico riferimento in tutto il mondo.
Il ruolo della psicoterapia: parallelamente all’evoluzione degli standard si consolida il metodo affermativo o psicoterapia affermativa. Il ruolo è quello di validare, accogliere e sostenere pienamente l’identità di genere riportata del paziente, senza tentare in alcun modo di modificarli o patologizzarli.
Il ruolo dei media: le piattaforme mediatiche e gli organi di informazione contribuiscono a promuovere la visibilità, i diritti e l’accettazione pubblica delle persone LGBTQ+ attraverso una narrazione consapevole, una maggiore rappresentazione e racconti capaci di orientare l’agenda pubblica: TV, film, contenuti per bambini e adolescenti. Una volta de-patologizzata la disforia, i media celebrano l’identità come la rivelazione del sé autentico. I media tradizionali e, successivamente, i social network amplificano il tema mettendo in risalto specifici dibattiti sui diritti civili, battaglie legali e ostacoli sociali, orientando l’attenzione dell’opinione pubblica verso le tematiche dell’uguaglianza connesse al mondo LGBTQ+. La narrazione delle persone prevale e i contenuti, soprattutto nei social, vengono basati sulle singole esperienze con trame cariche di emozioni per creare adesione e consenso.
Il ruolo dell’opinione pubblica: il tema viene collegato essenzialmente alla sofferenza e ai diritti. La ripetizione del linguaggio affermativo nel dibattito pubblico contribuisce a renderlo familiare e riconoscibile. Il tema identitario entra anche nelle campagne elettorali e nelle agende dei partiti e il conflitto politico aumenta la visibilità mediatica dell’argomento.
Il ruolo del dibattito: il dibattito si riduce sistematicamente alla contrapposizione di schieramenti e ricondotto ai valori considerati fondamentali: famiglia, bambini, libertà individuale, religione, diritti e identità e non entra nelle problematiche di salute connesse ai trattamenti. Il dibattito scientifico è assente e ostacolato dalle associazioni che sostengono il mondo LGTBQ+. Le ricerche gender critical e i gender studies viaggiano su binari paralleli. L’approccio psicologico esplorativo, che vorrebbe indagare le cause profonde che sottostanno alla disforia, viene ostacolato dagli attivisti ed etichettato come terapia di conversione.
La revisione critica: a partire dagli anni 2020 inizia un processo di verifica degli effetti della transizione sulle persone che hanno intrapreso il percorso con l’intento di verificare quanto l’approccio affermativo, seguito dalle terapie ormonali e interventi di riassegnazione di genere, siano efficaci nella risoluzione delle problematiche psicologiche delle persone trattate.
Oltre a valutare il benessere psicologico delle persone immediatamente affermate nel loro genere preferito, la revisione critica dovrebbe mettere in discussione gli interventi medici legati alla transizione di genere che, nell’intento di aiutare bambini e giovani, modificano il sistema endocrino e hanno impatti irreversibili sul corpo, compromettendo gli organi sessuali originali.
In ambito medico, ripercorrendo la storia delle pratiche mediche dannose e degli effetti collaterali gravi, possiamo creare un accostamento tra medicina di affermazione del genere e lobotomia, o, ancora, tra la somministrazione di bloccanti della pubertà e ormoni cross-sex e i tanti medicinali somministrati su larga scala e poi risultati dannosi per le persone o per i nascituri. Ne sono esempi la Talidomine (prescritta negli anni ’50-’60 come sedativo e rimedio contro le nausee mattutine nelle donne in gravidanza che ha causato la nascita di oltre 10.000 bambini con gravi deformazioni) o il Dietilstilbestrolo (un estrogeno sintetico prescritto a milioni di donne americane negli anni ’40-’70 per prevenire gli aborti spontanei che ha causato malformazioni all’apparato riproduttivo e rare forme di tumore vaginale nelle figlie delle donne che lo avevano assunto).
Quando la convinzione è più forte dell’evidenza scientifica
Oggi la medicina evidence-based dovrebbe essere prassi ma, evidentemente, le convinzioni collettive create da teorie non scientificamente comprovate – che volutamente confondono i diritti con la medicina – riescono a guidare il metodo clinico e terapeutico senza prevedere e tenere in considerazione gli effetti a lungo termine di un determinato approccio.
Malgrado negli ultimi anni siano emerse diverse evidenze scientifiche e scandali interni al WPATH che hanno messo in seria discussione la serietà dell’approccio affermativo, ancora oggi lo stesso approccio risulta sostenuto dalla stragrande maggioranza della società, inconsapevole o incurante dei danni concreti ai corpi e alle menti dei giovani coinvolti.
Un parallelo tra la teoria delle “recovered memories” e il metodo di affermazione di genere è stato pubblicato in un articolo del 2022 di Lisa Marchiano. Un altro utile riferimento è l’intervento della dott.ssa Miriam Grossman del 2024 al Hillsdale College National Leadership Summit in Naples, Florida. Entrambi questi interventi sono stati fatti prima della Cass review, degli studi sulle conseguenze dei trattamenti di medicina di genere e, soprattutto, prima della pubblicazione dei WPATH files e gli scandali conseguenti.