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Oltre la retorica affermativa: cosa dicono i dati che abbiamo a disposizione

Il dibattito pubblico sulla “gender-affirming care” si muove su due binari che raramente si incontrano: una narrazione istituzionale sostenuta da legislazione e media che sostengono ci sia un solido consenso scientifico a favore di bloccanti della pubertà, ormoni cross-sex e chirurgie di affermazione di genere, ed una mole crescente di informazioni, documenti interni e vicende giudiziarie, che mettono in discussione proprio quel “consenso”.

A questo proposito, nell’articolo Beyond Gender-Affirming Rhetoric: Scrutinising Population-Level Data,  pubblicato da PITT parents il 18 agosto 2026, Rachel Hannan solleva un punto cruciale:

“Quando gli interventi sono permanenti o difficilmente reversibili, non basta sapere che alcuni pazienti riferiscono di stare meglio. Occorre sapere, con dati solidi e follow-up adeguati, chi migliora, chi non migliora, chi sviluppa complicazioni, chi rimpiange il trattamento e perché”. 

Seguendo questa fondamentale indicazione, l’autrice dell’articolo riprende una pubblicazione scientifica del 2025, a cui è stata data poca diffusione, che contiene risultati di grande rilievo proprio per capire cosa succede nel lungo periodo. Si tratta dello studio “Examining Gender-Specific Mental Health Risks After Gender-Affirming Surgery: A National Database Study, pubblicato da J. E. Lewis et al. a febbraio 2025 sul Journal of Sexual Medicine (link alla rassegna di GenerAzioneD).

Lo studio di Lewis: cosa dicono i numeri

Lo studio ha analizzato i dati di oltre centomila persone con diagnosi di disforia di genere tra il 2014 e il 2024. Si tratta del più ampio studio sugli esiti di salute mentale dopo chirurgie di affermazione di genere mai realizzato. Il campione complessivo comprendeva 107.583 pazienti analizzati confrontando le diagnosi cliniche di quelli operati rispetto ai non operati, abbinandoli per sesso registrato nel database, età, razza ed etnia, applicando il metodo statistico del “propensity score matching”[1]. I risultati di tutti i gruppi rivelano schemi ricorrenti:

  • Pazienti di sesso maschile, tra gli operati si registrano casi di  depressione in percentuale più che doppia rispetto a quella dei non operati  (25,4% vs 11,5%); ansia è rilevata in misura più che quintupla (12,8% vs 2,6%); più frequenti anche ideazione suicidaria e disturbi da uso di sostanze.
  • Pazienti di sesso femminile: la depressione ricorre con maggiore frequenza tra le persone operate (22,9% vs 14,6%), l’ansia è rilevata in percentuale più ampia (10,5% vs 7,1%), ideazione suicidaria e disturbi da uso di sostanze risultano più che doppi (19,8% vs 8,4% e 19,3% vs 7,1%).

Lo studio non ricostruisce nessi causali. Tuttavia, il riscontro di esiti psichiatrici peggiori tra i pazienti operati non consente di considerare dimostrata l’efficacia degli interventi nel miglioramento del disagio psicologico.
Tale osservazione solleva interrogativi sulla efficacia della chirurgia di affermazione di genere.


Elementi di riflessione analoghi emergono anche da due ricerche indipendenti, pubblicate da Bränström e Pachankis in Svezia nel 2020,  e da Ruuska e altri autori in Finlandia nel 2024 (e poi integrato nel 2026) — link alla rassegna di GenerAzioneD)

Entrambi gli studi riportano tassi più elevati di ricorso a cure psichiatriche e ricoveri per tentativi di suicidio tra chi ha ricevuto trattamenti farmacologici o chirurgia di affermazione di genere.

Questo tipo di ricerche, non basandosi sulla percezione di soddisfazione auto-riferita attraverso sondaggi ma utilizzando dati clinici reali dedotti dai database sanitari nazionali, rappresentano dei riferimenti robusti.

 

Perché lo studio di Lewis è importante dal punto di vista metodologico

La maggiore difficoltà nell’ottenere evidenze attendibili a lungo termine è il follow-up longitudinale: le cliniche per giovani non lo conducono sistematicamente (es. il Tavistock di Londra), quelle per adulti raramente condividono i dati con i ricercatori (come emerso con la Cass review 2024).
Gli studi svolti tramite cliniche hanno campioni limitati, follow-up brevi e abbandoni spesso superiori al 60%: chi resta non rappresenta chi ha interrotto il percorso, per cui i risultati non possono essere considerati rappresentativi.

Lo studio di Lewis, invece, è una ricerca retrospettiva che ha preso in considerazione oltre 107.000 pazienti, offrendo per la prima volta uno spaccato molto ampio della popolazione interessata.

Le conclusioni deducibili dallo studio trovano eco nelle testimonianze dei detransitioner, nonché nelle criticità sollevate nelle cause intentate per negligenza medica, che denunciano valutazioni inadeguate, scarsa esplorazione dei problemi psicologici sottostanti e insufficiente discussione dei rischi.

Rachel Hannan sostiene che come i sostenitori della “gender affirming care” non dovrebbero basarsi solo su piccoli studi o testimonianze personali, così i suoi critici non possono sostituire l’analisi scientifica dei dati della popolazione interessata con le testimonianze di singoli.
Occorre proseguire nella ricerca perchè un singolo studio, per quanto robusto, non può rispondere alle perplessità riferite nella pratica medica. Inoltre, studi e testimonianze, lasciano aperte domande cliniche di grande rilievo, che la medicina si pone normalmente davanti a interventi irreversibili:

ogni paziente ha ricevuto una valutazione approfondita delle cause della propria disforia? Sono state esplorate le spiegazioni alternative del disagio? Sono state discusse chiaramente le aspettative realistiche sulla transizione? I pazienti erano preparati a un possibile cambiamento della propria percezione di sé nel tempo?

I sistemi sanitari dovrebbero affrontarle senza filtri politici. A tal proposito l’autrice cita il caso dell’articolo “What are the facts regarding trans youth and suicide?” di Jason Watson, che analizzava oltre 30 anni di osservazioni longitudinali da Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Finlandia, pubblicato sull’Australian Nursing & Midwifery Journal (luglio-settembre 2026) e rapidamente ritirato dopo le proteste di attivisti transgender che lo accusavano di promuovere “opinioni dannose”.

Le statistiche sulle detransizioni

Tra i temi assenti dal dibattito, Hannan cita la carenza di dati sulle detransizioni. 

Nell’attuale ambiente accademico e culturale, il clima che si è creato non incoraggia certamente clinici e ricercatori ad indagare sul tema.
È peraltro avvenuto che ricercatori come Lisa Littman, Kenneth Zucker e Michael Biggs, abbiano subito ripercussioni professionali, così come la dottoressa australiana Jillian Spencer, che ha perso il lavoro dopo aver sollevato pubblicamente le sue preoccupazioni.

D’altra parte, i sostenitori delle cure di affermazione riconoscono alla detransizione un’incidenza inferiore all’1% e, sulla base di tale assunto, non riconoscono l’urgenza dello svolgimento di ricerca in materia. 

In realtà, al di fuori dell’accademia, criticità su valutazione, aspettative, rimpianto e assistenza post-trattamento vengono rilevate e segnalate da una crescente comunità di detransitioner, che ha trovato una via di esprimersi in canali social, come r/detrans (che a luglio 2026 riuniva oltre 63.000 membri).


Pur provenendo da fonti diverse dai canali ufficiali della ricerca, si tratta di elementi che non è corretto ignorare, tali elementi identificano con chiarezza fenomeni meritevoli di approfondimento. Un tentativo di analizzare in modo strutturato tutte le informazioni contenute nei forum come il subredit r/detrans è stato fatto da Peter James Steven attraverso il sito detrans.ai, dove si offre la possibilità di un facile accesso a migliaia di storie personali di detransizione che abbracciano una vasta gamma di background, esperienze e punti di vista (vedi articolo).

A partire da Ottobre 2026, inoltre, il sistema sanitario statunitense introdurrà nuovi codici clinici per registrare desistenze e detransizioni (link all’articolo). 

La valutazione psicologica, un punto cruciale del dibattito

Hannam ricorda che contrariamente a quanto molti credono, migliaia di giovani hanno ottenuto accesso a terapia ormonale o chirurgia dopo solo uno o due appuntamenti (Hakeem, 2023, DETRANS: When transition is not the solution), oppure a seguito di percorsi più lunghi ma caratterizzati da incontri poco approfonditi.
Il disagio legato all’identità di genere spesso coesiste con traumi, differenze neuroevolutive, problemi di immagine corporea e più ampie difficoltà identitarie: trattare i sintomi senza indagarne le cause porta spesso a esiti peggiori.

Quando gli interventi comportano modifiche fisiche permanenti, una valutazione completa è una garanzia, non un ostacolo. 

La grande crisi della retorica affermativa

A quanto riportato da Rachel Hannan si aggiungono nuovi elementi che mettono in crisi le fondamenta del metodo affermativo rappresentato dagli standard di cura (SOC-8) della World Professional Association for Transgender Health (WPATH), presi a riferimento anche in Italia. Tre sviluppi recenti si rafforzano a vicenda:

  • WPATH Files del 2024, dossier di 240 pagine di materiale interno trapelato che mostrerebbe professionisti consapevoli che minori, adolescenti e alcuni adulti vulnerabili non fossero in grado di dare un consenso pienamente informato, e discussioni su pazienti con gravi condizioni psichiatriche o marginalità sociale comunque avviati a percorsi ormonali o chirurgici;
  • la causa della Federal Trade Commission (FTC) statunitense contro WPATH (link alla rassegna di GenerAzioneD) nel giugno 2026, per aver diffuso affermazioni false o non comprovate su necessità, efficacia e sicurezza dei trattamenti per minori, senza adeguata informazione su effetti collaterali ed esiti a lungo termine, sovrastimando il ruolo di questi trattamenti nella riduzione del rischio suicidario;
  • l’ammissione della stessa WPATH che, nella richiesta di archiviazione della causa di fine luglio 2026, ha definito le affermazioni contestate del SOC-8 “opinioni non perseguibili” su temi di “incertezza medica e scientifica”, tutelate dal Primo Emendamento e non fatti oggettivi verificabili, quindi fuori dal perimetro regolatorio della FTC (link all’articolo).

A questo si aggiungono le difficoltà incontrate dalla Società Americana di Chirurgia Plastica nell’ottenere un parere scientifico da WPATH (link all’articolo) sull’applicazione del SOC-8.

Presi singolarmente, nessuno di questi elementi (le statistiche dello studio Lewis, il dossier di documenti trapelati, la controversia legale) costituisce una prova definitiva.

Messi in fila raccontano una traiettoria coerente: dati che segnalano rischi psichiatrici post-chirurgici superiori a quanto la narrazione pubblica lascia intendere; documenti interni che suggeriscono consapevolezza, nella stessa comunità clinica, di criticità sul consenso informato; e infine un’ammissione — per quanto difensiva e strumentale — che le linee guida di riferimento mondiale non rappresentano un fatto scientifico stabilito, ma una posizione in un dibattito ancora aperto.

In conclusione, riteniamo sia da accogliere e rilanciare il richiamo all’attenzione ai dati esistenti e alla necessità di pubblicare ricerche che possano approfondire e dare risposte  sull’efficacia e sugli esiti dei diversi trattamenti proposti in caso di incongruenza e disforia di genere, nel rispetto della normativa sulla privacy, e che si dimostrino realmente idonei ad ancorare a ragionevoli standard di evidenza scientifica un dibattito che sfugge ai principi classici della ricerca. 


[1] Propensity Score Matching (PSM) è una tecnica statistica usata negli studi osservazionali per rendere due gruppi (uno trattato e uno di controllo) simili tra loro, riducendo il rischio di distorsioni nei risultati dovute a fattori diversi da quello oggetto di studio.

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