Dire che un bambino deve essere ascoltato non significa attribuirgli competenze decisionali che, per ragioni evolutive, non può ancora possedere

Daniele Novara sulla disforia di genere nei bambini: «Non dobbiamo avere paura della disforia, ma di chi pensa che un bambino sappia già decidere»

C’è un intervento pubblicato da Avvenire il 29 agosto che merita particolare attenzione.

È firmato da Daniele Novara, pedagogista da molti anni impegnato nello studio dei processi educativi e della crescita, e riguarda il documento sulla disforia di genere diffuso dalla Società Italiana di Pediatria (SIP) e dall’Associazione Culturale Pediatri (ACP) negli studi pediatrici italiani.

Il titolo scelto da Avvenire non lascia molto spazio alle ambiguità: «Non dobbiamo aver paura della disforia di genere ma di chi pensa che un bambino sappia già decidere».

È importante partire proprio da qui, perché Novara compie una distinzione che rischia troppo spesso di andare perduta nel dibattito. Accogliere un bambino che manifesta disagio rispetto al proprio sesso non significa necessariamente confermare come definitiva l’interpretazione che quel bambino dà del proprio disagio.

Accogliere non significa confermare

Novara non contesta l’intenzione dichiarata del documento dei pediatri di creare un clima accogliente nel rapporto tra medico e paziente. Il problema, scrive, nasce quando questa intenzione conduce a prendere le richieste del bambino come indicazioni sulle quali costruire precocemente un percorso identitario, compreso il cambiamento del nome da maschile a femminile o viceversa.

Ed è qui che la sua critica diventa particolarmente significativa.

Secondo Novara, l’idea che le difficoltà di un bambino nella percezione del proprio genere debbano essere interpretate in questo modo non poggia su una certezza scientifica. Richiama invece ciò che sappiamo dello sviluppo infantile: le strutture cognitive dei bambini sono ancora immature e profondamente differenti da quelle dell’adulto.

Il bambino esplora. Immagina. Gioca. Sperimenta ruoli e possibilità.

Può dire oggi qualcosa di sé che non necessariamente descrive ciò che penserà di sé domani.

Novara richiama Piaget, il pensiero magico caratteristico dell’infanzia e la maturazione ancora incompleta delle capacità di controllo razionale. Per questo, osserva, ciò che i bambini esprimono non coincide necessariamente né con la realtà né con le loro intenzioni future.

È una considerazione che dovrebbe indurre gli adulti soprattutto a una cosa: prudenza.

Il caso di Alan: tre anni sono tre anni

Uno dei passaggi più interessanti dell’intervento di Novara riguarda un caso che conosciamo bene, quello di Alan. È lo stesso caso contenuto nel documento dei pediatri che ha suscitato tante discussioni e interrogativi anche da parte di GenerAzioneD (La guida oltre lo sguardo rappresenta davvero il pensiero dei pediatri italiani).

Alan viene portato in ambulatorio a tre anni. Novara scrive che l’episodio narrato nella Guida dei pediatri «sgomenta» non soltanto il lettore o il genitore, ma anche lui stesso come specialista. E pone una domanda sostanziale: come si può pensare di favorire una transizione sociale a quell’età?

A tre anni un bambino non dispone degli strumenti per assumere decisioni di questa portata. Le sue incertezze possono appartenere al normale processo di crescita e al gioco. Inoltre, sottolinea Novara, in questa fase della vita l’influenza e le aspettative dei genitori hanno inevitabilmente un peso determinante.

Questo è un punto essenziale.

Dire che un bambino deve essere ascoltato non significa attribuirgli competenze decisionali che, per ragioni evolutive, non può ancora possedere.

Anzi, proprio il riconoscimento della sua immaturità fonda una parte essenziale della responsabilità degli adulti nei suoi confronti.

Il diritto del bambino a non essere definito troppo presto

Qui l’intervento di Novara tocca forse il punto più profondo dell’intera questione.

Nel dibattito sulla disforia di genere infantile si parla moltissimo del diritto del bambino a essere riconosciuto nella propria identità. Molto meno frequentemente si parla degli altri diritti.

il diritto di non dover avere già un’identità definita.

Il diritto di poter cambiare.

Il diritto di contraddirsi e di sbagliare.

Il diritto di esplorare comportamenti, giochi e preferenze che non corrispondono agli stereotipi associati al proprio sesso senza che gli adulti attribuiscano necessariamente a queste esperienze un significato identitario.

E, soprattutto, il diritto di crescere prima che siano gli adulti a trasformare un’incertezza dell’infanzia in una categoria attraverso la quale il bambino comincerà a leggere se stesso.

Novara lo esprime in termini molto chiari quando parla della necessità di rispettare

i bisogni e i diritti dei bambini di crescere nelle loro incertezze evolutive e maturative

È una frase che meriterebbe di essere posta al centro della discussione.

Non negare la disforia. Prendersene cura senza anticipare le risposte.

C’è infine un altro aspetto che rende particolarmente importante l’intervento.

Novara non sostiene che la disforia di genere debba essere ignorata. Scrive espressamente: «Non è in discussione la necessità di accogliere la disforia di genere».

Questa frase impedisce di ridurre la discussione alla solita contrapposizione fra chi sarebbe “accogliente” e chi vorrebbe invece negare l’esistenza o la sofferenza di questi bambini.

La questione è completamente diversa.

Come si accoglie quella sofferenza?

Come si distingue una condizione persistente da un’esperienza evolutiva?

Quanto deve attendere l’adulto prima di attribuire un significato stabile alle parole di un bambino?

Quale ruolo hanno il contesto familiare, le aspettative, gli stereotipi sessuali, le eventuali condizioni psicologiche concomitanti?

E soprattutto: quando l’accoglienza smette di essere ascolto e diventa conferma?

Sono domande legittime. Nel caso dei bambini sono domande necessarie.

«Ritirato e ripensato»

La conclusione di Novara è insolitamente netta.

Non propone qualche modifica marginale al documento della SIP e dell’ACP.

Scrive che si tratta di un documento che «va ritirato e ripensato», perché non possiamo sovrapporre alla crescita dei bambini istanze scientificamente controverse, esponendoli così a un rischio.

Ovviamente si può discutere anche delle argomentazioni di Novara. È precisamente ciò che dovrebbe accadere in un confronto scientifico ed educativo serio.

Quello che certamente non si può fare, è liquidare una posizione come questa attraverso le consuete categorie dello scontro ideologico sul gender.

Perché Novara non nega e non demonizza l’incongruenza di genere e i possibili segnali infantili.

Chiede semplicemente al mondo degli adulti, siano essi genitori, pediatri, psicologi o educatori, di non avere fretta nel dar loro un significato definitivo.

E forse la frase più importante da conservare dell’intervento di Novara è proprio quella che attraversa tutto il suo ragionamento: un bambino ha diritto a essere ascoltato, ma ha anche diritto a essere bambino.

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