Dopo la detransizione: quando tornare dal medico diventa un problema
Cosa accade quando una persona che ha intrapreso una transizione medica decide di interromperla e torna a rivolgersi al sistema sanitario?
È questa la domanda che emerge dalla testimonianza di Elizabeth Edens, pubblicata il 7 agosto 2026 da Genspect con il titolo On Kindness, Cruelty, and Healthcare – My Experiences with Doctors Post-detransition.
Edens ha oggi 31 anni. Racconta di avere iniziato la transizione a 19 anni, durante l’università, e di averla interrotta a 25. Il suo articolo non è uno studio scientifico, ma è l’esperienza di una paziente che, dopo avere ricevuto trattamenti nell’ambito della medicina di genere, si è nuovamente rivolta ai medici chiedendo aiuto.
La questione che pone, tuttavia, va ben oltre la sua storia individuale.
Quando il percorso cambia direzione
Uno degli aspetti più significativi della testimonianza riguarda il rapporto con i professionisti sanitari dopo la detransizione.
Molte persone che detransizionano non tornano dai professionisti che le avevano accompagnate nella transizione, soprattutto quando attribuiscono alle terapie affermative una parte del proprio malessere o quando ritengono di essere state indirizzate verso scelte di cui si sono poi pentite. Si perde così il follow-up, con la conseguenza che il fenomeno della detransizione viene largamente sottostimato.
Edens, invece, è tornata. Si è rivolta agli stessi ambienti sanitari nei quali era stata seguita durante la transizione, cercando risposte e aiuto. La risposta che ha ricevuto è stata però molto diversa da quella che si attendeva.
Edens descrive l’esperienza come caratterizzate da incomprensione, atteggiamenti difensivi o scarsa disponibilità ad approfondire le sue preoccupazioni.
Riferisce che con il passare del tempo questa difficoltà ha progressivamente incrinato la sua fiducia in quei medici che durante il percorso affermativo si erano dimostrati così premurosi, mentre ora stigmatizzavano la sua sofferenza e il suo ripensamento.
È probabilmente questo uno dei passaggi più significativi del suo racconto, poiché ci comunica che la detransizione non coincide necessariamente con la fine di un percorso sanitario. Anzi, rappresenta quasi sempre l’inizio di una nuova e complessa domanda di cura.
Una persona che interrompe una terapia ormonale o che ha subito interventi chirurgici può avere bisogno di valutazioni endocrinologiche, ginecologiche, urologiche, psicologiche o di altra natura. Può inoltre essere necessario distinguere problemi eventualmente correlati ai trattamenti ricevuti da condizioni preesistenti o indipendenti dalla transizione.
Ed è precisamente qui che la medicina dovrebbe tornare al proprio compito essenziale: ascoltare, indagare e curare.
Il valore di essere ascoltati
Il racconto cambia tono quando Edens incontra una nuova dottoressa.
Durante la visita le racconta di avere assunto testosterone per anni e di essere alla ricerca di risposte rispetto ad alcuni problemi di salute. La reazione del medico è, per lei, profondamente diversa dalle precedenti, perché le comunica ascolto, attenzione e disponibilità ad approfondire.
Successivamente Edens entra in contatto con la dottoressa Katy Hurd, che sta sviluppando un’attività specificamente rivolta alle persone che ritengono di avere subito conseguenze negative da trattamenti ormonali o chirurgici legati alla transizione.
Edens ricorda soprattutto una frase pronunciata durante il loro primo incontro: “Mi dispiace profondamente per il danno che è stato fatto.”
Per l’autrice, quelle poche parole rappresentano qualcosa che per anni era mancato: il riconoscimento della possibilità che la medicina stessa possa avere contribuito alla sofferenza del paziente.
In questa parte del racconto emerge anche un principio altrettanto importante. La nuova dottoressa non attribuisce automaticamente ogni problema di salute alla precedente assunzione di testosterone, ma prende in considerazione anche la possibilità di condizioni pregresse indipendenti dal trattamento, fino ad allora ignorate o non adeguatamente valutate e trattate.
È un dettaglio tutt’altro che secondario.
Prendere sul serio un detransitioner non significa attribuire automaticamente ai trattamenti ogni successivo problema di salute. Significa esattamente il contrario: tornare a fare diagnosi, formulare ipotesi, verificare le cause e ascoltare il paziente senza ricondurre preventivamente la sua esperienza a una narrazione prestabilita.
La detransizione non dovrebbe rendere il paziente invisibile
La testimonianza di Edens pone quindi una questione che i sistemi sanitari non possono più eludere.
Se la medicina offre percorsi di transizione, deve essere preparata anche ad assistere coloro che successivamente interrompono quei percorsi.
Questo significa sviluppare conoscenze cliniche sugli effetti dell’interruzione dei trattamenti, studiare gli esiti a lungo termine, predisporre competenze multidisciplinari e soprattutto raccogliere sistematicamente i dati sulle persone che detransizionano.
Significa anche riconoscere che queste persone possono avere esigenze differenti. Alcune possono necessitare prevalentemente di assistenza psicologica, altre di cure mediche o chirurgiche, altre ancora semplicemente di un medico disposto ad affrontare la loro storia clinica senza pregiudizi.
La loro esistenza non dovrebbe essere utilizzata per alimentare uno scontro ideologico, così come non dovrebbe essere minimizzata per proteggere un determinato modello terapeutico.
Sono pazienti. E come tali hanno diritto a essere ascoltati, studiati e curati.
Una questione di responsabilità sanitaria
Dal titolo “On Kindness, Cruelty, and Healthcare” (“Gentilezza, crudeltà e assistenza sanitaria”) si evince che Edens nel suo racconto non parla solo di gentilezza e crudeltà, ma anche di responsabilità sanitaria.
L’empatia di un medico è importante, ma non può sostituire una risposta strutturata del sistema sanitario. Se esiste una popolazione di persone che, dopo avere ricevuto trattamenti per la disforia o l’incongruenza di genere, interrompe il percorso e presenta nuove necessità cliniche, la medicina deve interrogarsi su come seguirla.
Occorrono ricerca, follow-up, raccolta dei dati e percorsi assistenziali capaci di occuparsi anche degli esiti non previsti o non desiderati.
Perché un sistema sanitario realmente centrato sul paziente non può essere disponibile soltanto quando il percorso procede nella direzione inizialmente prevista.
La qualità della medicina si misura anche nella capacità di continuare a prendersi cura di una persona quando quella persona cambia strada.