Il primo compito del genitore? Non rompere la relazione
Appunti dall’incontro per gli Associati di GenerAzioneD tenuto dal dott. Furio Lambruschi nel maggio 2026
I consigli del dott. Lambruschi ai genitori di figli adolescenti in crisi di identità
Quando un figlio attraversa una fase di forte sofferenza legata alla propria identità, al proprio corpo o al proprio modo di stare nel mondo, molti genitori si sentono improvvisamente disorientati. Possono emergere paura, rabbia, tristezza, senso di colpa, impotenza. A volte la situazione viene vissuta quasi come un lutto: non perché il figlio sia “perso”, ma perché l’immagine che il genitore aveva di lui viene scossa, messa in discussione, trasformata.
Il primo passo non è negare queste emozioni, né anestetizzarle.
Per un genitore è naturale sentire fatica, dolore e confusione. Ma ha anche il compito di non lasciarsi guidare solo dalla paura.
Se l’adulto reagisce con panico, scontro o chiusura, il rischio è che il ragazzo si senta respinto proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di una presenza stabile.
Il punto centrale è non rompere il legame. Anche quando c’è conflitto, anche quando non si capisce tutto, anche quando si è in disaccordo, la relazione deve restare aperta.
La presenza affettiva è uno dei principali fattori di cambiamento: un ragazzo che continua a sentirsi amato, ascoltato e riconosciuto è più disponibile a dialogare, a riflettere, a dare un senso alla propria esperienza.
Per questo è spesso poco utile entrare subito in discussioni razionali, ideologiche o dimostrative. Cercare di convincere un adolescente con argomenti, dati o ragionamenti può trasformarsi rapidamente in uno scontro. Molto più importante è provare a entrare nel piano emotivo: “Che effetto ti fa?”, “Cosa provi?”. L’obiettivo non è approvare tutto automaticamente, ma far sentire il figlio compreso.
La disforia di genere può essere letta come un segnale di una sofferenza più profonda che chiede di essere ascoltata.
Combattere il sintomo, negarlo o ridicolizzarlo rischia di irrigidire il ragazzo e chiudere il dialogo. Comprenderne il senso, invece, permette di aprire uno spazio di parola.
Il silenzio e la distanza non aiutano. Meglio esserci, anche con fatica, anche senza avere tutte le risposte.
Un clima di comprensione empatica aiuta il ragazzo a sentirsi meno solo e meno sulla difensivai. Quando si sente capito, può iniziare a pensare, raccontare, collegare emozioni ed esperienze.
Un altro aspetto delicato riguarda il cosiddetto “falso sé” e l’assunzione di ruoli. Alcuni comportamenti possono apparire improvvisi, rigidi o poco autentici agli occhi dei genitori. Tuttavia, spesso hanno una funzione: ridurre una sofferenza interna, dare forma a qualcosa che il ragazzo non riesce ancora a nominare diversamente. Anche qui, il compito dell’adulto non è reagire con ostilità, ma provare a capire quale bisogno quel comportamento sta cercando di esprimere.
I dialoghi più importanti, spesso, non avvengono nei confronti “a tavolino”. È meglio approfittare di momenti spontanei, occasioni quotidiane, piccoli spiragli di apertura.
Infine, i ragazzi hanno bisogno di adulti presenti e non ostili. La solidità degli adulti, anche come coppia genitoriale quando possibile, dà sicurezza. Non serve essere perfetti: serve rimanere adulti, affidabili, capaci di ascoltare e di contenere.
La sfida, dunque, non è trovare subito la frase giusta o la soluzione immediata. È restare nella relazione. Stare sulle emozioni. Comprendere il senso del sintomo. Perché un figlio in difficoltà non ha bisogno di genitori spaventati o combattivi, ma di adulti capaci di esserci, anche quando il percorso è incerto.