Testosterone alle ragazze: quando non si può più parlare di casi “rari”?
Un recente articolo di Colin Wright, pubblicato originariamente su City Journal, commenta un nuovo studio dell’Oregon che ha analizzato i dati assicurativi di oltre 868.000 adolescenti tra gli 8 e i 17 anni, nel periodo 2016-2023. Secondo l’autore, questi dati mettono in discussione una delle rassicurazioni più ripetute negli ultimi anni: l’idea che la medicalizzazione di genere in età pediatrica sia un fenomeno estremamente raro.
Lo studio citato mostra che, all’età di 17 anni, circa una ragazza assicurata dell’Oregon su 240 assumeva testosterone, mentre circa un ragazzo su 630 assumeva estrogeni.
Considerando tutte le età, circa l’1% dei giovani assicurati aveva una diagnosi legata al genere; tra le ragazze, la percentuale saliva all’1,5%.
Per Wright, questi numeri non possono essere liquidati come marginali.
L’Oregon non rappresenta necessariamente la situazione nazionale degli Stati Uniti, essendo uno Stato particolarmente favorevole alla medicina di genere pediatrica, ma proprio per questo offrirebbe uno sguardo su ciò che può accadere in un contesto dove il modello affermativo incontra poca resistenza.
Il punto centrale dell’articolo riguarda il modo in cui i sostenitori del modello affermativo interpretano i dati.
Secondo l’autore, se i numeri sono bassi vengono usati per rassicurare l’opinione pubblica; se aumentano, vengono letti come segno di maggiore accesso alle cure e riduzione dello stigma. In questo modo, qualunque risultato sembra confermare il modello. Wright sintetizza polemicamente questa dinamica con l’espressione: “Testa vincono loro, croce sei un bigotto”.
L’articolo riprende anche il dibattito sui bloccanti della pubertà. Già da anni i critici avvertono che questi farmaci non sembrano essere un semplice “pulsante di pausa”, bensì il primo passo del percorso di transizione che quasi in automatico porta agli ormoni cross-sex, portando la percentuale di persistenza nel rifiuto del proprio sesso dal 15-20% al 97%. I difensori hanno presto liquidato l’allarme sostenendo che semplicemente i bambini vengono accuratamente selezionati.
Un altro tema importante è la transizione sociale nei bambini e nei ragazzi. L’autore richiama le preoccupazioni espresse da Kenneth Zucker, secondo cui cambiare nome, pronomi, abbigliamento e identità sociale di un bambino non è un gesto neutro, ma un vero intervento psicosociale. Può ridurre il disagio nel breve periodo, ma sembra aumentare la probabilità che l’identificazione cross-sex persista nell’adolescenza.
Wright cita inoltre un nuovo studio canadese su 445 adolescenti inviati a cliniche di genere, nel quale il 97,1% continuava a identificarsi come transgender o non binario dopo un follow-up mediano di 2,4 anni. Lo studio viene presentato dagli autori come rassicurante; Wright, invece, invita a interrogarsi se questi dati dimostrino davvero stabilità identitaria o se possano essere influenzati dagli stessi interventi sociali e clinici ricevuti.
La parte più critica dell’articolo riguarda la mancanza, secondo Wright, di criteri chiari per mettere in discussione il modello affermativo. L’autore chiede: quale numero sarebbe considerato troppo alto? Una ragazza su 100 in terapia con testosterone? Una su 50? Quale tasso di pentimento o detransizione dovrebbe far rivedere le pratiche cliniche? E quante revisioni sistematiche devono ancora concludere che le prove di beneficio sono deboli prima che il paradigma venga realmente ripensato?
La conclusione richiama un principio fondamentale della scienza: la falsificabilità.
Se una teoria può essere confermata da qualsiasi risultato — numeri bassi, numeri alti, aumento delle diagnosi, stabilità delle identificazioni, assenza o presenza di detransizione — allora, dice Wright, quella teoria non può dirsi davvero “basata sulle evidenze”.
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In Italia non sono disponibili dati sulle prescrizioni di triptorelina e ormoni cross sex ai minori, anche se sappiamo da qualche dichiarazione di professionisti ai media che a partire dal 2021 si è verificato un aumento esponenziale dei minori che si rivolgono ai centri per la disforia o incongruenza di genere.