Mentre la SIP in Italia promuove l’approccio affermativo, la Presidente della società di pediatria austriaca richiama al “primum non nocere”
Mentre in Italia la Società Italiana di Pediatria (SIP) e l’Associazione Culturale Pediatri (ACP) pubblicavano una guida rivolta ai pediatri che individua nell’approccio affermativo il modello di riferimento per la presa in carico dei minori con incongruenza di genere, in Austria la Presidente della Österreichische Gesellschaft für Kinder- und Jugendheilkunde (Società Austriaca di Pediatria), Prof.ssa Daniela Karall, esprimeva pubblicamente una posizione improntata a maggiore prudenza, richiamando l’attenzione sulla necessità di una rigorosa valutazione dei rischi, dei benefici e delle incertezze ancora presenti nelle evidenze scientifiche.
Le dichiarazioni della Prof.ssa Karall, rilasciate nel giugno 2026 in un’intervista riportata dall’Istituto di Bioetica IMABE1 e successivamente riprese dall’agenzia di stampa Kathpress2, rivestono particolare interesse non soltanto per l’autorevolezza del ruolo istituzionale ricoperto, ma anche perché testimoniano come, all’interno della comunità pediatrica europea, esistano professionisti autorevoli che non hanno timore di smentire la narrazione edulcorata sulla validità del modello affermativo nella gestione dei minori con disforia di genere.
L’intervento della Presidente della Società Austriaca di Pediatria si distingue per il costante richiamo ai principi fondamentali della medicina basata sulle evidenze, del consenso realmente informato e del principio di precauzione, evidenziando alcuni aspetti che, a suo giudizio, risultano insufficientemente rappresentati nel dibattito pubblico. Di seguito si riportano i punti salienti delle sue dichiarazioni, così come riportate dalle fonti che ne hanno dato conto.
La necessità di un consenso realmente informato
Il primo aspetto sottolineato da Karall riguarda la qualità dell’informazione fornita ai pazienti e alle loro famiglie. La Presidente della Società Austriaca di Pediatria osserva che il dibattito pubblico tende a trascurare alcuni elementi essenziali ai fini di un consenso realmente informato, affermando che «nell’interesse di un’informazione completa, alcuni aspetti devono necessariamente essere menzionati»3.
L’affermazione richiama infatti uno dei principi cardine dell’etica medica: il consenso informato presuppone che il paziente e i genitori ricevano una rappresentazione completa, equilibrata e comprensibile sia dei potenziali benefici sia dei rischi e delle incertezze connessi ai trattamenti proposti.
Le conseguenze permanenti della transizione medica
Karall richiama inoltre l’attenzione sulle conseguenze a lungo termine della transizione medica, evidenziando come tali aspetti non siano sempre adeguatamente rappresentati nel dibattito pubblico. In particolare afferma che «chi si sottopone a un trattamento transgender diventa un paziente permanente: la terapia ormonale continuativa e, in caso di interventi chirurgici, il collegamento permanente al sistema di assistenza diventano la norma»4.Secondo la Presidente della Società Austriaca di Pediatria, la natura permanente di molti trattamenti impone una riflessione particolarmente attenta quando tali interventi vengono proposti a soggetti in età evolutiva, nei quali la capacità decisionale e il processo di maturazione psicologica sono ancora in corso.
Nello stesso contesto Karall osserva inoltre che le parti fisiche chirurgicamente ricostruite «non potranno mai corrispondere funzionalmente agli organi originari, neppure sotto il profilo della sensibilità sessuale»5.
Le implicazioni per l’assistenza sanitaria e per i detransitioner
Oltre agli aspetti strettamente clinici, l’intervista attribuisce alla Prof.ssa Karall l’attenzione verso alcune possibili implicazioni organizzative dei percorsi di transizione medica, tema raramente affrontato nel dibattito pubblico.
In particolare, l’articolo riferisce che, secondo la Presidente della Società Austriaca di Pediatria, la modifica del sesso registrato nei sistemi sanitari potrebbe comportare il rischio che il paziente non venga più automaticamente inserito nei percorsi di prevenzione, screening e monitoraggio correlati al proprio sesso biologico. La riflessione richiama un tema oggi oggetto di crescente attenzione nella letteratura internazionale, ossia la necessità che i sistemi informativi sanitari registrino separatamente il sesso biologico e l’identità di genere, al fine di garantire l’appropriatezza delle attività di prevenzione, degli screening oncologici, dei percorsi diagnostici e delle strategie terapeutiche che dipendono da caratteristiche biologiche sesso-specifiche.
L’intervista affronta inoltre il tema della sostenibilità economica dei trattamenti, osservando che le terapie ormonali e gli interventi chirurgici di affermazione di genere sono generalmente finanziati dal sistema sanitario pubblico, mentre i successivi percorsi di detransizione non beneficerebbero ordinariamente della medesima copertura.
I bloccanti non sono reversibili e il rischio suicidario non migliora dopo i trattamenti
Un ulteriore elemento di rilievo sollevato dalla Dr.ssa Karall riguarda la valutazione critica della narrazione affermativa. Secondo quanto riportato dall’intervista, la Prof.ssa Karall afferma che non vi sono evidenze scientifiche sufficienti per sostenere che i bloccanti della pubertà siano reversibili, né per affermare che la suicidalità diminuisca dopo i trattamenti di affermazione di genere.
La Presidente della Società Austriaca di Pediatria richiama quindi la necessità che tali affermazioni vengano valutate secondo i criteri propri della medicina basata sulle evidenze, evitando di presentare come acquisiti risultati che la letteratura scientifica continua a discutere.
La distinzione tra terapia esplorativa e terapia di conversione
Al fine di delineare correttamente il pensiero della Prof.ssa Daniela Karall, risulta interessante rammentare quanto aveva affermato alcuni mesi fa con riferimento alla distinzione tra un approccio psicoterapeutico orientato all’esplorazione del disagio e le cosiddette pratiche di conversione.
In una precedente intervista rilasciata sempre all’Istituto di Bioetica IMABE, la Presidente della Società Austriaca di Pediatria aveva asserito: «Una terapia a esito aperto rivolta a un giovane che vive un’incertezza nei confronti del proprio corpo non è una terapia di conversione. Essa rappresenta un’espressione di presa in carico della situazione, di rispetto, di umanità e di responsabilità professionale»6.
La dichiarazione riveste particolare interesse poiché interviene in un dibattito internazionale nel quale il concetto di “terapia di conversione” è frequentemente oggetto di interpretazioni estensive, tali da ricomprendere anche percorsi psicoterapeutici che non perseguono l’obiettivo di modificare l’identità di genere del minore, ma si limitano a esplorare, senza pregiudizi né esiti predeterminati, le possibili origini del disagio e le eventuali condizioni psicologiche concomitanti.
Secondo Karall, un approccio clinico realmente orientato all’interesse del paziente deve poter mantenere un’impostazione esplorativa e non direttiva, fondata sull’ascolto, sulla valutazione globale della persona e sul rispetto dei tempi evolutivi. In tale prospettiva, la disponibilità a indagare tutte le possibili determinanti del disagio non rappresenta una forma di coercizione o di conversione, bensì costituisce espressione della responsabilità professionale del medico e dello psicoterapeuta.
Primum non nocere
L’attuale intervento della Prof.ssa Karall si invece conclude con un richiamo ai principi fondamentali dell’etica medica, sintetizzati nella seguente affermazione: «primo, non arrecare danno; secondo, agire con prudenza; terzo, curare».7
Tale richiamo assume un particolare significato nel contesto della medicina pediatrica, nella quale il principio di precauzione riveste un ruolo centrale, soprattutto quando gli interventi proposti possono determinare conseguenze irreversibili e quando le evidenze disponibili risultano ancora oggetto di dibattito scientifico.
Nel loro complesso, le dichiarazioni della Presidente della Società Austriaca di Pediatria non si configurano come una presa di posizione ideologica nei confronti delle persone con incongruenza di genere, bensì come un invito a ricondurre il dibattito entro i principi della medicina basata sulle evidenze, del consenso realmente informato e della prudenza clinica, principi che costituiscono il fondamento dell’attività medica, in particolare in età pediatrica.
La differenza con il contesto italiano
Tale impostazione appare di particolare interesse se confrontata con la recente guida pubblicata dalla Società Italiana di Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri.
Ne emerge una significativa differenza di approccio: mentre la Presidente della Società Austriaca di Pediatria richiama il medico al dovere di cautela, alla completezza dell’informazione e alla necessità di evitare interventi non sufficientemente supportati da evidenze robuste, la guida italiana attribuisce al pediatra un ruolo attivo nel favorire il percorso di affermazione sociale del minore.
La coesistenza, nello stesso contesto storico europeo, di orientamenti così differenti espressi da autorevoli rappresentanti della comunità pediatrica costituisce essa stessa un indice dell’assenza di un consenso scientifico consolidato su tali tematiche.
In tale scenario, GenerAzioneD ritiene opportuno che le raccomandazioni rivolte ai pediatri si conformino ai principi di proporzionalità, prudenza e medicina basata sulle evidenze, evitando di promuovere interventi suscettibili di produrre effetti rilevanti sul percorso evolutivo del minore in assenza di un quadro scientifico univoco.
È davvero una richiesta irricevibile per la pediatria italiana?
- IMABE – Institut für Medizinische Anthropologie und Bioethik. Transgender-Behandlungen an Innsbrucker Klinik: Ein Drittel der Patienten sind unter 18 Jahren. Giugno 2026. ↩︎
- Kathpress. Kinderärzte-Präsidentin: Transgender-Behandlungen kritisch prüfen. 10 giugno 2026. ↩︎
- “Im Sinne der umfassenden Aufklärung müssen manche Aspekte definitiv Erwähnung finden“. ↩︎
- “Wer sich einer Transgender-Behandlung unterzieht, wird dauerhafter Patient: anhaltende Hormongaben und bei operativen Eingriffen lebenslange Anbindung an das Betreuungssystem wird die Regel.” ↩︎
- “dem Original funktionell nie entsprechen können, auch nicht in der sexuellen Empfindung.” ↩︎
- „Eine ergebnisoffene Therapie eines jungen Menschen, der sich in seinem Körper verunsichert fühlt, ist keine Konversionstherapie. Sie ist Ausdruck von Ernstnehmen der Situation, Respekt, Menschlichkeit und professioneller Verantwortung”. ↩︎
- “erstens nicht zu schaden, zweitens Vorsicht walten zu lassen und drittens zu heilen.” ↩︎