L’ex Presidente della American Society of Plastic Surgeons: «Niente chirurgia di genere prima dei 26 anni»
Articolo basato sull’intervento del Dr. Scot Bradley Glasberg alla conferenza “Rethinking Youth Gender Medicine”, 5-6 luglio 2026, Londra (ex presidente dell’American Society of Plastic Surgeons – ASPS e della Plastic Surgery Foundation, e ora presidente di Plastic Surgery Practice Solutions).
Nel febbraio 2026, l’American Society of Plastic Surgeons ha pubblicato una dichiarazione in cui si raccomanda di posticipare gli interventi chirurgici legati al genere fino ad almeno i 19 anni di età. Secondo il Dr. Scot Bradley Glasberg, il medico più direttamente associato a questa decisione, la dichiarazione è stata il risultato di un percorso pluriennale, scaturito da una semplice osservazione: “In sostanza, tutti si rimettevano al consenso generale, trattando le prove come un dato ormai acquisito. Le opinioni individuali non si basavano realmente su alcun tipo di evidenza, eppure quelle prove venivano considerate certe, anche se nessuno sembrava approfondirle granché”, ha dichiarato.
Un lungo percorso
Glasberg racconta che durante gli anni 2010, mentre la Società osservava una crescita marcata del numero di questi interventi verso la fine del decennio, l’ASPS non aveva una posizione autonoma sugli interventi chirurgici legati al genere . Questa crescita, unita allo sviluppo nel 2021 degli Standard of Care versione 8 (SOC-8) della WPATH, ha spinto i membri dell’ASPS — compresi i chirurghi che eseguivano questi interventi — a chiedere alla Società linee guida formali.
Glasberg afferma che l’ASPS ha contattato la WPATH (World Professional Association for Transgender Health) nel 2021 per discutere una possibile collaborazione sulle linee guida, in qualità di autori degli Standard di cura adottati negli Stati Uniti e non solo. Ha affermato che c’è stato “un anno di silenzio, nessuna risposta, nessuna email, nessuna telefonata, niente di niente”. La richiesta di collaborazione aveva lo scopo di comprendere la metodologia alla base degli Standard di cura della WPATH. Quando finalmente è stata organizzata una videochiamata, la richiesta principale dell’ASPS — ossia osservare la metodologia alla base della revisione delle evidenze della WPATH, basata sul framework GRADE1 che la WPATH dichiarava di seguire — è rimasta senza risposta.
Il caso dell’Alabama e la causa della FTC
Glasberg indica un punto di svolta nel processo decisionale dell’ASPS: un contenzioso legale in Alabama riguardante il divieto statale sui trattamenti legati al genere per i minori ha innescato un processo di discovery legale, portando alla luce documenti interni della WPATH. Secondo Glasberg, questi documenti mostravano che la WPATH aveva commissionato revisioni sistematiche alla Johns Hopkins e, non essendo i risultati quelli sperati, non li aveva pubblicati. Glasberg ha citato la ricercatrice a capo di quelle revisioni, che ha dichiarato di aver incontrato resistenze da parte della WPATH nel discutere o pubblicare i risultati.
Glasberg sottolinea inoltre che la Federal Trade Commission statunitense ha recentemente avviato una causa contro la WPATH legata a queste stesse vicende, e mette in evidenza anche quelle che definisce dichiarazioni pubbliche incoerenti da parte di figure legate alla WPATH riguardo al fatto che le linee guida SOC-8 costituiscano o meno uno “standard di cura” ufficiale. “Vi mostro questo proprio perché sentirete parlare molto spesso della WPATH e delle sue linee guida, considerate lo standard di cura”, dice Glasberg. “Eppure, se si esaminano con attenzione alcune delle testimonianze emerse più recentemente, loro stessi dichiarano: non siamo standard di cura. Ma allora, come stanno le cose? Chiunque io conosca – chirurghi e non solo – si affida alla WPATH per prendere decisioni; quindi, come funziona esattamente?”
La costruzione della posizione dell’ASPS
Divenuto presidente della Plastic Surgery Foundation — il ramo di ricerca dell’ASPS — nel 2024, Glasberg racconta che l’organizzazione ha iniziato ad avvisare i propri membri che, secondo la loro valutazione, la base di evidenze esistente per queste procedure era di bassa certezza e bassa qualità. “Di solito non è così che impostiamo queste procedure”, ha dichiarato Glasberg. A questo punto è stato emesso un avviso di cautela formale rivolto ai membri che effettuavano tali interventi.
Quell’ottobre, durante l’incontro annuale del gruppo, Glasberg organizzò un panel pensato per esaminare le evidenze scientifiche invitando Hilary Cass (autrice della Cass Review britannica), un noto chirurgo specializzato in interventi di genere e un metodologo. “Pensavo che si trattasse semplicemente di esaminare le evidenze; non pensavo che Hilary Cass avrebbe accettato… e invece accettò. Lo stesso fecero l’eminente chirurgo specializzato in chirurgia di riassegnazione di genere – oggi presidente eletto della WPATH – e il metodologo”. L’invito però suscitò forti reazioni negative, incluse petizioni, e Glasberg alla fine rinviò il panel — una decisione che dice di rimpiangere ora e che ha definito pubblicamente come un cedimento alle pressioni.
Da quell’episodio è nata la Gender Surgery Task Force dell’ASPS, costituita tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Glasberg afferma che la task force non è stata pensata per stabilire la politica dell’organizzazione — molti partecipanti, inclusi psichiatri legati alla WPATH da lui invitati, non erano nemmeno membri dell’ASPS — ma era orientata a raggiungere un consenso sul metodo, un approccio che dice di aver già utilizzato con successo in passato per risolvere la controversia sulle protesi mammarie.
Cosa dice la dichiarazione di febbraio 2026
Glasberg sottolinea che la dichiarazione è stata formulata con grande attenzione:
- Raccomanda di posticipare gli interventi chirurgici legati al genere ad almeno 19 anni — presentata esplicitamente come una dichiarazione di policy, non una linea guida clinica, poiché l’ASPS ha giudicato le evidenze insufficienti per sostenere una linea guida di pratica clinica.
- Cita evidenze insufficienti per dimostrare un rapporto rischio-beneficio favorevole. “Non è forse quello che facciamo ogni giorno in medicina? Valutiamo il rapporto rischio-beneficio per un paziente: se i danni superano i rischi e i benefici, la decisione dovrebbe essere semplice, ma evidentemente non è così.”
- È stata segnalata un’incertezza ampia riguardo alla terapia ormonale. “Non l’abbiamo evidenziata esplicitamente nelle nostre raccomandazioni, poiché esula dal nostro ambito di competenza, ma sarebbe sciocco non riconoscere che abbiamo riscontrato lo stesso basso livello di certezza e qualità anche in ambito endocrinologico; è un aspetto davvero importante, su cui però i media non si soffermano.”
- Chiede ai chirurghi di assumersi la responsabilità della valutazione della salute mentale dei pazienti. “Lo facciamo con qualsiasi altro intervento, perché qui dovremmo comportarci diversamente?” invece di affidarsi a valutazioni esterne. “Non so se ne siete a conoscenza, ma sia in Europa che negli Stati Uniti è possibile ordinare online una lettera per la valutazione di genere — ovvero la valutazione per l’affermazione di genere o quella relativa alla salute mentale — semplicemente rispondendo a qualche domanda”.
- Si oppone esplicitamente alla criminalizzazione di questo tipo di interventi “perché questa è la nostra politica: non riteniamo che l’assistenza sanitaria debba essere criminalizzata”. “Abbiamo ricevuto critiche a questo proposito. E voglio precisare – ed è molto importante sottolinearlo – che non intendiamo in alcun modo minimizzare ciò che questi ragazzi stanno vivendo; riconosciamo che la loro condizione è reale e che stanno attraversando una situazione concreta. Semplicemente, alla luce delle evidenze disponibili, non riteniamo necessariamente che l’intervento chirurgico sia la soluzione migliore.”
Le reazioni
Oltre alle reazioni dei media, l’ASPS ha affrontato critiche e accuse secondo cui la dichiarazione avesse motivazioni politiche — comprese ipotesi legate ai contributi politici dell’attuale presidente statunitense, o a pressioni esercitate dal Dr. Mehmet Oz.
Glasberg conferma di aver incontrato Oz e che quest’ultimo sostiene la dichiarazione, ma respinge le interpretazioni secondo cui questo abbia rappresentato una pressione esterna determinante per la decisione dell’ASPS. Sul fronte interno, racconta che una petizione contraria alla dichiarazione ha raccolto circa 350 firme su un totale di circa 9.000 membri statunitensi dell’ASPS, e che nonostante i timori di dimissioni di massa legate alla decisione, al momento del suo intervento si era registrata una sola dimissione.
Glasberg fa riferimento a diverse fonti che, a suo dire, hanno guidato la posizione dell’ASPS e cita la Svezia e altri paesi scandinavi come esempi di paesi che si sarebbero allontanati da questi interventi con circa un decennio di anticipo rispetto agli Stati Uniti, sostenendo che il cambiamento di rotta dell’ASPS allinea l’organizzazione a questa tendenza internazionale, piuttosto che rappresentare una rottura con la medicina tradizionale.
Risposte alle obiezioni più comuni
- Perché proprio 19 anni?
Glasberg fa riferimento alle definizioni dell’American Academy of Pediatrics e delle Nazioni Unite, che fanno coincidere la fine dell’adolescenza con i 19 anni. Continua però dichiarando che sarebbe altrettanto convincente affermare che l’età minima per consentire interventi di riassegnazione di genera debba essere 26 anni viste le evidenze neuroscientifiche secondo cui lo sviluppo cerebrale proseguirebbe fino a quella età, proteggendo in questo modo i giovani adulti in condizioni di disagio.
- Perché trattare diversamente questo tipo di intervento rispetto ad altre procedure estetiche?
“Rispetto agli interventi di riassegnazione di genere, nel caso della riduzione del seno disponiamo di solide prove riguardo ai benefici, sia fisici che psicologici, dell’intervento; la rinoplastica, invece, è una procedura puramente estetica. La risposta è che non posso promettere a chi si sottopone a una rinoplastica a 16 anni di eliminare ideazioni suicide o di migliorare la sua salute mentale. Inoltre, nessuna assicurazione copre i costi: i pazienti pagano di tasca propria, il che cambia radicalmente la dinamica della situazione.”
- Che ci dice dell’autonomia del paziente e della condivisione delle decisioni?
Glasberg sostiene che il processo decisionale condiviso, medico-paziente, non elimini la necessità di una base di evidenze scientifiche e che i medici mantengano la facoltà professionale di rifiutare richieste che ritengono non appropriate. “È venuto da me un paziente che mi ha chiesto di rimuovere le sue impronte digitali raschiandole via. Potevo farlo? Certo. Aveva senso dal punto di vista medico? No. L’ho fatto? Assolutamente no.” racconta Glasberg.
L’assistenza alla detransizione
Glasberg descrive l’assistenza alla detransizione come una parte in rapida crescita della propria attività professionale, affermando che, man mano che ha iniziato a parlare pubblicamente di questo tema, un numero crescente di pazienti che cercano di invertire o gestire gli effetti di trattamenti precedenti si è rivolto a lui — inclusi alcuni provenienti da altri Stati. “La mia difficoltà è che non posso aiutarli. Questi interventi chirurgici sono irreversibili. Non posso ripristinare ciò che è stato rimosso. In alcuni casi, artificialmente, posso farlo. In altri — come per l’intervento di riassegnazione sui genitali — non posso tornare indietro, è impossibile. Facciamo il possibile. E a nessuno piace sentirsi dire questo”. Glasberg sostiene che lo stesso modello di assistenza multidisciplinare costruito per la transizione di genere sia oggi necessario anche per la detransizione.
Considerazioni sulle procedure chirurgiche così largamente offerte
Stimolato da un commento di un partecipante alla conferenza che affermava “che la medicina di genere, l’aborto e l’eutanasia suscitavano tutti accese manifestazioni, con la religione e il sesso a fungere da elementi esplosivi”, Glasberg afferma che “c’è una differenza enorme rispetto all’aborto, che è sostanzialmente una questione di natura religiosa e comunque lì si garantisce la sicurezza della procedura. Nel caso di cui parliamo si tratta di interventi chirurgici e trattamenti medici di cui non è stata dimostrata la sicurezza. Il paragone più calzante è probabilmente quello con la lobotomia frontale: all’epoca venivano praticate e c’era consenso sulla loro necessità, ma poi si è smesso di eseguirle esattamente per lo stesso motivo per cui oggi si sta facendo marcia indietro su questi interventi: mancavano prove di qualsiasi beneficio e si finiva per arrecare danno alle persone. Il dibattito sulla chirurgia di affermazione di genere non riguarda la religione; credo che l’aspetto religioso non sia centrale, dato che c’è molto altro di cui discutere sul piano delle evidenze scientifiche.”
Questo intervento è stato oggetto di un interessante articolo di Bernard Lane “Silent trearment” pubblicato on line su Gender Clinic News.
- Il framework GRADE (Grading of Recommendations Assessment, Development and Evaluation) è un sistema strutturato e trasparente per valutare l’affidabilità delle prove scientifiche e definire la forza delle raccomandazioni cliniche o sanitarie. ↩︎