medicalizzare i corpi analisi sociologica del fenomeno disforico

L’importanza di un’analisi sociologica del fenomeno disforico

Pubblichiamo la nostra risposta all’articolo pubblicato il 5 gennaio sul sito di La Nuova Bussola Quotidiana nel quale riteniamo che il messaggio dell’articolo sulla medicalizzazione del disagio culturale sia stato interpretato erroneamente.


In relazione all’articolo del 5 gennaio pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana, nel quale leggiamo che “GenerAzioneD purtroppo ha sposato questa impostazione orientata alla legittimazione della transessualità”, vorremmo chiarire il nostro punto di vista e le motivazioni che ci hanno portato a tradurre e citare il saggio di Roberto Pugliese

Riteniamo che il testo di Pugliese sia strumentale ad una riflessione sull’aspetto socio-culturale del fenomeno della disforia di genere e sull’erronea individuazione della medicalizzazione come soluzione.

Lavori come quello di Pugliese hanno il pregio di ampliare la profondità di visione del fenomeno, in contrasto con la semplificazione dell’agire immediatamente per riallineare il corpo alla mente, ovvero la gravissima malpractice sanitaria a cui purtroppo assistiamo e che, come associazione, cerchiamo di contrastare, in favore di modelli che tengano in considerazione più aspetti della personalità e della storia dell’individuo, nonché tengano aperte più opzioni per il futuro. 

Nel testo di Pugliese emerge con forza l’idea di come il corpo venga assunto a “superficie di compensazione”: quando una cultura non riesce a elaborare simbolicamente un conflitto, tende a spostarlo sul corpo, che diventa il luogo su cui intervenire per ristabilire un ordine che vacilla a livello simbolico. Anche se il linguaggio si umanizza parlando di “cura” e “percorsi individuali”, la logica resta quella di ridurre il conflitto intervenendo sull’individuo invece che sul sistema che lo produce. L’intervento sul corpo viene privilegiato perché è più rapido, visibile e controllabile, e soprattutto perché non obbliga la cultura a interrogare sé stessa.

Guardando quotidianamente le nostre figlie e i nostri figli, non possiamo negare che questi vissuti esistono (le bambine e ragazzine “maschiacce”, i bambini e ragazzini “effemminati”) e attualmente finiscono per essere incanalati nel percorso a senso unico della medicalizzazione, ancor prima di lasciar agire gli ormoni della pubertà che, nella maggior parte dei casi, risolvono la disforia di genere.

Anche se in numero molto piccolo, rispetto al numero esorbitante di giovani che oggi improvvisamente si dichiarano transgender senza mai aver dato segnali di disagio legati al genere nell’infanzia, esistono bambini che, fin da piccoli, rigettano il proprio ruolo sociale in toto o in parte, preferendo comportarsi come il sesso opposto. Il più delle volte non si tratta di una disforia nei confronti del corpo, ma di un disagio nei confronti dei ruoli prestabiliti. A proposito di questo è interessante ciò che afferma Pugliese, ovvero che la sofferenza non deriva semplicemente dal corpo, ma dal significato culturale rigido attribuito a quel corpo. Dunque, un problema che nasce a livello simbolico, ma non viene risolto interrogandosi sugli spazi e le categorie simboliche. È chiaro che, da genitori, ci interessa qualsiasi approfondimento che voglia cercare di tenere i nostri figli lontani dalla mortificazione dei loro corpi giovani e sani, ma che li aiuti a trovare una possibilità di essere sereni con sé stessi e con il mondo che li circonda.

Il senso di condividere la riflessione su culture altre, nelle quali c’è un riconoscimento sociale di esperienze di genere diverse, non è quello di legittimare o meno la transessualità, ma ragionare su cosa ha portato la nostra società a medicalizzare i corpi e su quale altra strada sia percorribile.

Il concetto di revisione delle categorie di identità di genere elaborato da Pugliese non viene quindi inteso da GenerAzioneD come una forma di legittimazione giuridica delle identità non binarie in senso stretto, bensì come un processo di riconoscimento sul piano sociale e culturale, finalizzato a legittimare la pluralità delle esperienze soggettive dell’identità di genere.

In tale prospettiva, l’attenzione non è rivolta all’istituzionalizzazione di nuove categorie identitarie alternative alla tradizionale bipartizione, quanto piuttosto alla valorizzazione delle molteplici modalità attraverso cui l’individuo può esprimere la propria identità, senza che tali espressioni debbano essere forzatamente ricondotte, sul piano simbolico e normativo, alla dicotomia rigida e semplificatrice tra maschile e femminile, con conseguente medicalizzazione. In questo senso, anche la cosiddetta “ragazza maschiaccio” non dovrebbe percepirsi compressa tra l’adesione a modelli stereotipati di femminilità — quali l’archetipo della “ragazza Barbie” — e, in alternativa, la necessità di intraprendere un percorso di transizione di genere in senso maschile, ma dovrebbe poter disporre della piena libertà di esprimere la propria soggettività e il proprio modo di essere, senza subire pressioni o aspettative normative imposte dall’ambiente sociale.

La disforia di genere è certamente il risultato di un quadro complesso di fattori attinenti alla biologia, all’epigenetica, alla psicologia e al contesto sociale, che ad oggi non è stato adeguatamente studiato e compreso, mentre ci si è concentrati solo sul risolverlo con tecniche mediche.

Quello che sappiamo, con certezza e per esperienza, è che i nostri giovani che non riescono a risolvere o a convivere con il proprio conflitto interiore, derivante dal sentirsi in un genere che si discosta dal proprio corpo, finiscono a voler modificare il proprio aspetto con ormoni e chirurgia. È infatti questo l’unico modo che hanno per protrarre nell’età adulta il loro “mascheramento adattivo” nel sesso opposto (una ragazzina che taglia i capelli corti, fascia il seno e veste abiti maschili verrà presa per un ragazzino, ma crescendo non passerà per uomo adulto, a meno di optare per l’intervento medico). Il cosiddetto “self ID”, dunque non salverà i ragazzi disforici dalla medicalizzazione. Nella loro mentalità i sessi sono categoricamente binari, al punto da voler incarnare lo stereotipo del genere percepito e desiderato, e il loro obiettivo è quello di essere percepiti come del sesso opposto. 

Quello che ci sentiamo di invocare è che si comincino a studiare e approfondire le cause del disagio di questi bambini e questi giovani per poterli aiutare. Nel contesto sociale attuale, crescere bambini non conformi al genere ed evitare per loro la sterilizzazione e la medicalizzazione a vita è diventata un’impresa impossibile.

Questo perché si nega che il bambino abbia un problema (si può dire che ha un disturbo dell’apprendimento o ansioso o dell’alimentazione, ma nessuno si azzarderebbe a dire che ha un disturbo nell’adattamento al genere perché offensivo e stigmatizzante) e ogni percezione e comportamento desiderato dal bambino viene, su consiglio degli psicologi, avallato dagli adulti di riferimento, al punto – in casi estremi – di confermare la fantasia di “essere del sesso opposto”. 

Quindi, in nome della diversità e della varianza di genere e del diritto dei bambini ad autodeterminarsi, tutto diventa normale, e, in quanto normale, non viene mai affrontato, indagato e compreso; fino all’arrivo della pubertà, quando l’identità di genere percepita viene cristallizzata con i farmaci. 

Ciò che i nostri figli stanno affrontando, mettendo in crisi – da bravi adolescenti – il sistema degli adulti, è una sfida completamente nuova per la quale non ci sono risposte pronte.

Non condividiamo la narrativa del “nato nel corpo sbagliato”, ma nello stesso tempo riteniamo legittime le esperienze delle persone adulte che hanno effettuato consapevolmente il percorso di cambio di sesso e chiediamo che i nostri figli siano visti non più come macchine a cui sostituire la carrozzeria, ma come individui di cui prendersi cura.

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