Sono pentito di aver cambiato sesso: la storia di un detransitioner italiano di 27 anni

Lunedì 13 marzo, nella trasmissione Quarta Repubblica che potete guardare a questo link, Nicola Porro con la giornalista Ludovica Bulian hanno portato ancora una volta all’attenzione il tema spinoso della transizione sessuale nei bambini e ragazzi, evidenziando come, nonostante la disforia di genere sia un tema molto attuale – in quanto coinvolge un numero di giovani in vertiginoso aumento – non sia possibile reperire informazioni e dati sulle cure che vengono erogate dal Sistema Sanitario Nazionale.

A conferma di quanto denunciato dai molti genitori che ci contattano dopo aver avuto esperienze di “frettolosa affermazione” nei centri per la disforia o incongruenza di genere afferenti al sistema sanitario pubblico, nella puntata colpisce la storia di un giovane detransitioner, che a soli 27 anni si trova a dover fare i conti con un corpo irreversibilmente mutilato.

Da diversi anni, anche nei centri italiani, il modello dell’affermazione di genere, senza un percorso psicologico adeguato, sta mettendo a rischio la vita dei giovani pazienti che vi si rivolgono nella speranza di trovare supporto nell’affrontare il disagio della disforia di genere.

A questo giovane coraggioso, al punto da raccontare una storia così dolorosa -e purtroppo anche scomoda- per tutelare altre giovani vite, va tutta la nostra gratitudine e il nostro supporto.

SONO PENTITO DI AVER CAMBIATO SESSO – La testimonianza di un giovane detransitioner italiano

“Io non sembro un 27enne, forse sembro un ragazzino. Il corpo ha dei tratti ancora femminili che sono degli effetti irreversibili, soprattutto dopo l’operazione.

Il percorso psicologico e poi ormonale è iniziato a 20 anni circa, già però all’inizio dell’adolescenza verso 11-12 anni sentivo un disagio fisico, più generalmente un disagio.

Secondo me poi internet ha avuto un ruolo importante in un certo tipo di condizionamento. Lì veramente si vedevano storie di transizioni e sempre storie di successo, di felicità potremmo dire.

Adesso mi rendo conto che sono stato davvero condizionato e ho continuato a pensare che quella fosse la strada giusta. Alla fine delle scuole poi sono andato in uno di questi centri (un centro specializzato nella disforia di genere).

I sei mesi di colloqui psicologici sono stati colloqui molto confermativi, non venivano analizzati veramente quali potevano essere delle cause, ed erano sedute veramente di una mezz’ora. C‘era proprio l’idea che io ero già così da sempre e dovevano aiutarmi.

Ero davvero convinto, sicuramente. Però anche iniziando la terapia ormonale non ho mai risolto veramente un disagio che rimaneva sempre di fondo.”

Gli ormoni che hai iniziato a prendere provocavano dei cambiamenti estetici, immagino.

“Crescita del seno, redistribuzione del grasso corporeo. Dopo circa 3 anni di terapia è arrivato il girono dell’operazione.”

Sei andato fino in fondo, hai fatto l’operazione chirurgica per diventare una donna?

“Si.”

Anagraficamente eri diventato una donna?

“Si. Dopo aver fatto questo intervento ho attraversato dei mesi dolorosi ed è emerso questo pentimento dentro di me, ma ho avuto la forza di rivolgermi a un terapista questa volta privato.”

Per ritornare indietro

“Ho ripreso a vestirmi come un ragazzo, a tagliarmi i capelli e piano piano riaffiorava questa mia identità originaria maschile. E poi ho ripreso il coraggio di rivolgermi di nuovo a questa clinica perché senza una perizia non si può avere la rettifica anagrafica.”

Quando sei tornato lì cosa ti è stato detto?

“Ho percepito un po’ di resistenza, probabilmente non volevano ammettere di aver fatto una diagnosi errata. Chiunque abbia un desiderio anche minimo di cambiare sesso viene spinto quasi inesorabilmente verso questa strada. E questo lo vedo benissimo adesso.”

C’è una via di ritorno anche chirurgica o è irreversibile?

“Sarebbe come mettere una toppa, non esistono strade di ritorno efficaci.”

Cosa vuol dire pentirsi dopo aver fatto un’operazione chirurgica?

“Il dolore fisico non è la parte principale di questo percorso, quando ci si pente ci si accorge che si è persa una parte importante di sé, una parte importante della propria vita anche. La sensazione che ho avuto io è stata quasi come risvegliarsi da un sogno, da un abbaglio: tu volevi quella cosa, però ti accorgi che ti sei pentito. Uno deve avere la forza di andare avanti e poi una cosa alla volta si può riuscire a ricostruire una vita, diciamo. 

Se sono qua a parlare di questa storia è perché vorrei far capire a chi è giovane e magari sta pensando di intraprendere questa strada che può essere molto rischioso un pentimento, può essere veramente compromettente. Diciamo che io ho avuto anche idee di suicidio subito dopo questo pentimento, idee molto forti di togliermi la vita.”

Ti potrebbe interessare anche

Alberto Pellai: “GenerAzioneD è un esempio di voce autorevole”

Disforia di genere: le società pediatriche italiane non rispondono alle domande dei genitori preoccupati

Position paper delle società pediatriche italiane: domanda sul contagio sociale – parte 8

Position paper delle società pediatriche italiane: domanda sull’interpretazione della determina AIFA – parte 7