Il Portogallo fa dietro-front e rivede la normativa sull’identità di genere
1. La legge del 2018
La legge portoghese del 2018 sull’identità di genere (Lei n. 242/XIII/1), nota come “Legge sull’autodeterminazione”, aveva introdotto il cosiddetto modello della self-identification, permettendo il cambio di sesso e nome anagrafico tramite una semplice procedura amministrativa da compiersi all’anagrafe comunale, senza necessità di perizie mediche, psicologiche o interventi chirurgici.
La Legge n. 38/2018 aveva rappresentato un cambiamento significativo non solo per il Portogallo, ma per l’intero panorama normativo europeo, introducendo un modello di riconoscimento giuridico dell’identità di genere fondato sull’autodeterminazione individuale.
Tale assetto normativo, tuttavia, si è sviluppato in assenza di dati epidemiologici nazionali consolidati sulla prevalenza e sull’evoluzione della disforia di genere, rendendo complessa una valutazione sistematica dell’impatto delle politiche adottate.
2. Revisione legislativa del 2026
In data 20 marzo 2026, l’Assemblea della Repubblica portoghese ha approvato, con i voti favorevoli di PSD, Chega e CDS-PP, tre proposte di legge volte a modificare l’impianto vigente.
Le modifiche prevedono:
- l’abrogazione della legge del 2018;
- il ripristino del modello normativo del 2011, che prevede un approccio clinico-valutativo;
- la reintroduzione dell’obbligo di certificazione medica per il cambio anagrafico;
- l’introduzione di restrizioni sugli interventi sanitari nei minori.
La riforma stabilisce che il riconoscimento giuridico dell’identità di genere debba essere supportato da una diagnosi di incongruenza di genere formulata da un’équipe clinica multidisciplinare, comprendente almeno un medico specialista e uno psicologo.
La finalità della revisione è quella di garantire una valutazione approfondita e non episodica delle variazioni identitarie, la riduzione del rischio di decisioni affrettate in contesti complessi e il riallineamento della procedura amministrativa a criteri di appropriatezza clinica.
Il superamento del modello basato esclusivamente sull’autodeterminazione può essere interpretato come una risposta alle criticità intrinseche di tale paradigma, che culminano con l’assenza di mediazione clinica in processi con potenziali implicazioni permanenti.
In questo senso, la riforma non si configura come una negazione dei diritti, ma opera una ridefinizione delle condizioni di accesso, orientata alla tutela della persona attraverso strumenti di valutazione scientificamente fondati.
La riforma attribuisce infatti un ruolo centrale alle istituzioni sanitarie, riconoscendo che la disforia di genere rappresenta una condizione complessa che richiede un inquadramento multidimensionale.
In coerenza con il principio di responsabilità pubblica, lo Stato assume quindi un ruolo attivo nel garantire che decisioni con impatti duraturi siano adottate in un contesto di valutazione informata, proporzionata e scientificamente fondata.
La reintroduzione dell’obbligo di certificazione medica opera già a partire dai 16 anni e, per età inferiori, richiede il consenso informato dei tutori legali e una valutazione specialistica.
Vengono anche previste limitazioni agli interventi sanitari. Il divieto di trattamenti quali bloccanti della pubertà e terapie ormonali nei minori si colloca all’interno di un approccio prudenziale, volto a evitare interventi irreversibili o a lungo termine in una fase evolutiva caratterizzata da elevata plasticità psicologica e biologica.
3. Inquadramento internazionale
La riforma portoghese rappresenta un caso paradigmatico di passaggio da un modello normativo centrato sull’autonomia individuale a uno fondato sull’integrazione tra autonomia e tutela clinica.
In tale prospettiva, il principio di precauzione assume un ruolo centrale, soprattutto in relazione ai minori, configurando un approccio volto a bilanciare diritti individuali e responsabilità collettiva.
Il mutato orientamento portoghese è l’ennesimo tassello che si incastra in coerenza con sviluppi recenti avvenuti in altri contesti europei e internazionali. Il Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito (NHS) ha recentemente limitato l’uso dei bloccanti della pubertà e degli ormoni cross-sex nei minori, evidenziando l’assenza di evidenze sufficienti in termini di sicurezza ed efficacia clinica. Analoghe revisioni sono state adottate in paesi all’avanguardia nella tutela dei diritti come Finlandia e Svezia, nonché negli Stati Uniti, in America Latina e in alcuni stati australiani.
L’intervento legislativo portoghese del 20 marzo 2026 ha però una rilevanza ancor più pregnante, poiché introduce un modello più strutturato e clinicamente orientato nella regolazione dell’identità di genere proprio nel Paese che per primo aveva liberalizzato l’autodeterminazione identitaria nei registri anagrafici.
L’evoluzione del processo legislativo nelle future norme di dettaglio e la sua applicazione concreta costituiranno elementi decisivi per valutare l’efficacia di questo nuovo assetto normativo che inizia a caratterizzare sempre più Paesi nel mondo.