una ragazza firma il consenso informato per fare la transizione di genere

Transizioni di genere di minori e giovani adulti: in Italia il consenso è davvero informato?

Parte 1 – L’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica nei minori

È una domanda che sempre più genitori si pongono, spesso in silenzio, talvolta con crescente inquietudine:

nell’ambito dei percorsi di transizione di genere di minori e giovani adulti, il consenso ai trattamenti ormonali e chirurgici è veramente informato?

Il disorientamento è palpabile. Da un lato non esiste alcuna linea guida nazionale, per cui la gran parte dei Centri, anche pubblici, si rifanno alle linee guida dell’associazione privata americana WPATH, finita al centro di importanti scandali nell’ultimo periodo per comportamenti a danno dei minori e dei giovani, sottoposti a trattamenti irreversibili con una disinvoltura disarmante. Dall’altro esistono atti regolatori chiari, come le determine AIFA, che disciplinano le regole per la somministrazione delle cure ormonali a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

A complicare ulteriormente questo quadro, entrano in gioco altre due variabili. La prima riguarda l’inversione di rotta operata da molti Paesi nel trattamento della disforia (Finlandia, Svezia, UK, USA, Portogallo, Brasile, Argentina, Cile, ecc.) e la recente pubblicazione di rilevanti revisioni scientifiche che contraddicono apertamente le linee guida WPATH e di cui i Centri italiani non sembrano tenere in minimo conto. La seconda riguarda le molteplici interviste contraddittorie o quanto meno poco chiare rilasciate dai professionisti sanitari italiani alla stampa negli ultimi anni.

Un esempio emblematico riguarda il precorso per la somministrazione dei cosiddetti bloccanti della pubertà

La determina AIFA, che ne disciplina l’utilizzo, prevede espressamente che tale trattamento debba essere inserito all’interno di un percorso strutturato e che possa essere somministrato solamente “in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l’identità di genere (disforia di genere), con diagnosi confermata da una equipe multidisciplinare e specialistica e in cui l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva”. Il dettame della determina sembra essere chiarissimo. La diagnosi deve essere “confermata” da una equipe multidisciplinare (e quindi da medici diversi da colui che la ha rilasciata) e il trattamento psicologico, psicoterapeutico e psichiatrico deve essere esperito obbligatoriamente per tentare di risolvere l’incongruenza o la disforia. Il trattamento psicologico dunque non è un elemento accessorio, ma parte integrante dell’impianto terapeutico, volto a garantire una valutazione complessiva e prudente della situazione del minore, e non può risolversi in un mero accompagnamento dello stesso alla transizione farmacologica.

In merito al percorso che condurrebbe alla prescrizione e alla somministrazione, però, sono state pubblicate nel tempo numerose interviste ai professionisti sanitari che si occupano di questo ambito. Visto che il Centro che più di tutti si è occupato di somministrare ormoni bloccanti ai bambini è situato presso l’Ospedale Careggi di Firenze, ci limitiamo ad esaminare le dichiarazioni rilasciate dalle dottoresse appartenenti a tale Centro.

Vediamone alcune.


30/06/2022, Internazionale, Sarah Barberis: 

Giornalista: Il percorso multidisciplinare, che segue le linee guida del Wpath prevede un supporto psicologico di circa sei mesi. 

Psicologa: Questo però non mira a una diagnosi e non avvalora l’iter medico: chi sono io per dire a qualcuno tu sei uomo o donna?” 

Psicologa ed endocrinologa: “All’inizio non eravamo preparate, quindi siamo andate nei Paesi Bassi, in una clinica attiva dagli anni ottanta, e abbiamo cominciato a portare in Italia alcuni protocolli per l’uso dei bloccanti. Osservando le sedute olandesi vedevo la concreta possibilità di dare una vita diversa alle persone, senza costringerle al travaglio psicologico che in Italia sembrava un requisito per l’accesso ai trattamenti

30/01/2023, Fondazione Veronesi – https://www.youtube.com/watch?v=htrKlPdaY68:

Psicologa: “Noi non dobbiamo fare diagnosi. Questa è una parola che non vogliamo più usare, appunto perché è la persona che sa qual è la propria identità di genere. Noi accompagniamo…” 

Psicologa: “Ogni individuo sa qual è la propria identità di genere, non siamo noi professionisti che possiamo dirlo”. 

Psicologa: “In alcuni casi ci sono famiglie che ci raccontano di bambini già molto molto piccoli che cominciano a verbalizzare o comunque diciamo ad esprimere la propria appartenenza ad un genere piuttosto che a un altro”. 

Giornalista: Anche qui c’è un percorso psicologico da fare? 

Psicologa: “Non necessariamente. Dipende dalle esigenze della famiglia.” 

19/04/2024 Corriere della Sera + 20/12/2023 Corriere della Sera – La 27ma ora – Alessandra Arachi:

Psicologa: “Come una persona si identifica con la propria identità di genere lo sa la persona, non siamo noi che possiamo dire ad una persona come si identifica. Esattamente come succede nelle persone cisgender alle quali non viene richiesta una psicoterapia per definire la propria identità di genere, questo vale anche per le persone trans” 

Psicologa: “La presa in carico per i percorsi di affermazione di genere non prevede nessuna psicoterapiaquesto è importante specificarlo perché in passato sembrava che bisognasse fare un percorso di psicoterapia per poter accedere ad un percorso medico di affermazione di genere” 

02/04/2025 Il Post – Marta Impedovo

Psicologa: “esattamente come succede nelle persone cisgender alle quali non viene richiesta una psicoterapia per definire la propria identità di genere, questo vale anche per le persone trans” 


Una prima questione, di ordine preliminare, impone di interrogarsi sulla attendibilità delle affermazioni sopra richiamate: le dichiarazioni, riportate da organi di stampa differenti e in contesti temporali tra loro distanti, devono ritenersi fedelmente trascritte oppure sono il frutto di reiterate imprecisioni giornalistiche? 

E, ove se ne riconoscesse la sostanziale correttezza, occorrerebbe allora chiarire se esse riflettano un’interpretazione evolutiva dei trattamenti o, al contrario, un comportamento difforme rispetto alla determina AIFA di riferimento. In tale prospettiva, si pone allora l’esigenza di verificare se una simile eventuale rielaborazione delle pratiche cliniche abbia trovato un formale recepimento da parte della Direzione Sanitaria competente o di altri organismi istituzionalmente legittimati

In caso contrario, ulteriori interrogativi emergono con riguardo alle modalità di erogazione dei trattamenti: segnatamente, se la somministrazione dei bloccanti della pubertà sia avvenuta nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale oppure mediante ricorso a prestazioni in regime privatistico, atteso che, nella prima ipotesi, potrebbero profilarsi questioni di non trascurabile rilevanza sotto il profilo della conformità al quadro normativo vigente.

Pur non potendosi escludere, in via astratta, che le dichiarazioni citate siano state oggetto di reiterati fraintendimenti o rappresentazioni non pienamente accurate, ciò che maggiormente rileva, nella prospettiva qui assunta, è il contenuto del messaggio che viene trasmesso ai genitori

Tale messaggio, infatti, appare, almeno sul piano percettivo, in potenziale dissonanza rispetto a quanto previsto dalle determine AIFA.

Ne discende un inevitabile disorientamento dei genitori, i quali si trovano a interrogarsi su questioni di primaria importanza:

  • è richiesta una diagnosi formale oppure no?
  • Il percorso psicologico, psicoterapeutico e psichiatrico contemplato dalla normativa deve essere previamente espletato oppure assume carattere eventuale?
  • Per il professionista sanitario si configura come un obbligo giuridico, una mera facoltà discrezionale oppure come un intervento attivabile unicamente su iniziativa della famiglia, come talune dichiarazioni sembrerebbero suggerire?
  • E, infine, tale percorso deve limitarsi a una funzione di accompagnamento ovvero deve orientarsi anche verso un tentativo di comprensione e possibile risoluzione del disagio disforico?

Interrogativi che, lungi dall’essere meramente teorici, incidono in modo diretto sulla qualità, sulla legittimità e sulla trasparenza dei percorsi di cura offerti ai minori.

Tali interrogativi meriterebbero di essere sottoposti non soltanto alle professioniste intervistate, ma altresì alla Direzione Sanitaria competente, al Ministro vigilante e agli Ordini professionali di riferimento, ai quali dovrebbe stare particolarmente a cuore il presidio dell’etica, tanto sul piano dell’agire clinico quanto su quello della comunicazione istituzionale.

Permane, tuttavia, una preoccupazione di fondo, più profonda e per certi versi più inquietante, che si insinua nel vissuto dei genitori di minori con disforia o incongruenza di genere. Essa attiene alla possibile discrasia tra il piano della comunicazione pubblica e quello della prassi clinica concreta.

In altri termini, il messaggio veicolato attraverso i mezzi di informazione, nei termini sopra richiamati, trova riscontro anche nell’ambito dei colloqui individuali con le famiglie? Ai genitori vengono effettivamente forniti tutti gli strumenti conoscitivi e decisionali necessari per richiedere l’attivazione dei percorsi valutativi e di supporto previsti prima dell’eventuale somministrazione dei bloccanti della pubertà oppure viene loro rappresentato che tali percorsi non rivestano carattere necessario?

Si tratta di quesiti che investono non solo la correttezza dell’informazione, ma anche la qualità del consenso informato e, più in generale, la tutela sostanziale del minore all’interno del percorso di cura.

I genitori, oggi, si trovano spesso a navigare in un contesto frammentato, in cui le fonti istituzionali, le linee guida e le prassi operative non sempre appaiono allineate. E quando a divergere sono proprio le voci autorevoli del sistema sanitario, il rischio è quello di compromettere la fiducia nei percorsi di cura.

È dunque legittimo chiedersi:

  • esiste un controllo effettivo sul rispetto delle disposizioni normative?
  • Vi è uniformità tra i diversi centri?
  • Soprattutto, chi tutela davvero il diritto del minore e più in generale anche del giovane adulto a un percorso clinico rigoroso, prudente e conforme alla legge?

Domande scomode, ma crediamo necessarie. Alle quali qualcuno dovrebbe prendersi finalmente la briga di rispondere.

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