La terapia che afferma il sesso VS la terapia che afferma il genere
Un confronto tra i principi e gli scopi alla base di due modelli alternativi di assistenza terapeutica.
Traduzione di un articolo di Stella O’Malley pubblicato il 5 maggio 2026 su Genspect.org
La terapia che afferma il genere è arrivata come un fulmine a ciel sereno come approccio innovativo per le persone che si identificavano come transgender. Senza avere una base di prove solida, affidabile o replicabile a sostegno. Senza un modello terapeutico coerente o ben consolidato su cui fondarsi. Senza alcuna scoperta scientifica a giustificarne l’introduzione. Nessun gigante della psicologia aveva proposto questo approccio del tutto insolito e antitetico rispetto al processo terapeutico. Piuttosto, l’assistenza di affermazione di genere è nata in seguito a una campagna politica della World Professional Association for Transgender Health (WPATH) nel tentativo di costruire una visione dell’identità trans come qualcosa di sano, normale e di cui andare pubblicamente fieri.
Di norma, il sesso si riferisce alla realtà biologica con cui nasciamo, maschio o femmina, e non è qualcosa che può essere cambiato. Il genere, al contrario, si riferisce al modo in cui ci esprimiamo, che può essere più maschile o più femminile e questo può cambiare nel corso della vita.
In precedenza, la parola “affermazione” era emersa come risposta alla discriminazione, in particolare negli Stati Uniti della metà del XX secolo. Affermare qualcuno significava riconoscerne la pari dignità e status giuridico di fronte all’esclusione, alle leggi e alle consuetudini che la negavano. I movimenti per l’uguaglianza razziale, per i diritti delle donne e, in seguito, per i diritti dei gay hanno utilizzato il linguaggio dell’affermazione per insistere sul fatto che i gruppi emarginati non dovessero essere semplicemente tollerati, ma pienamente riconosciuti come cittadini con la stessa posizione giuridica e sociale degli altri. Si trattava di un atto pubblico e politico volto a garantire i diritti. Solo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo il termine è entrato nel gergo terapeutico, dove ha assunto il significato di avallare le rivendicazioni di identità personale. Come per molte nuove parole di moda quali “esperienza vissuta” o “sé autentico”, è stato felicemente accettato come un modo rapido per i terapeuti di dimostrare di essere al passo con i tempi.
Oggi, col crescere del numero di detransitioner, aumenta anche l’inquietudine tra i clinici nel rendersi conto che qualcosa è andato storto nella cultura terapeutica contemporanea. La “cura di affermazione di genere”, in particolare, è vista sempre più come un approccio estremo, diametralmente opposto ai principi fondamentali della terapia convenzionale.
La cura di affermazione di genere si presenta con il linguaggio della compassione. Eppure, dietro un vocabolario rassicurante, si nasconde la medicalizzazione automatica del senso di identità di una persona. Mai, prima d’ora, si è cercato di medicalizzare un’identità in questo modo, né mai si è cercato di usare la tecnologia medica per creare una rappresentazione fisica di un senso interiore di sé. La terapia è passata dall’aiutare le persone a comprendere sé stesse all’aiutarle a rimodellare i loro corpi e i loro volti in modo che il loro aspetto rifletta una realtà psicologica interiore. E’ un lavoro molto diverso, senza precedenti.
La cura di affermazione di genere chiede al terapeuta di prendere per buona l’identità dichiarata dal paziente, di appoggiarla e di aiutare la persona a ottenere procedure mediche che tentino in qualche modo di trasporre quel senso interiore di sé nel corpo e nel viso. Ad esempio, una paziente nata donna potrebbe sentirsi profondamente a disagio con il proprio corpo e così disconnessa da sé stessa da arrivare a identificarsi come non binaria. In apparenza, l’approccio della cura di affermazione di genere sembrerebbe umano. La paziente è angosciata e offre una spiegazione chiara della sua sofferenza, il terapeuta concorda. Al disagio è stata data una narrazione e la narrazione viene tutelata. La paziente procede quindi ad assumere testosterone e a sottoporsi a una mastectomia. La terapia però non è concepita come luogo in cui tutelare le narrazioni; è pensata per essere il luogo in cui le narrazioni vengono esaminate. E neppure la terapia dovrebbe concentrarsi sul corpo: è più importante la psiche nel lavoro psicologico.
Se la stessa paziente si rivolgesse a un terapeuta che adotta un approccio di terapia che afferma il sesso, andrebbe incontro a un’esperienza molto diversa, poiché è diversa la premessa di partenza. La cura di affermazione del sesso riconosce che il corpo umano non è un elemento incidentale. Potrebbe essere un inconveniente da aggirare, ma deve essere tenuto in considerazione, in quanto i nostri corpi sono il fondamento della nostra esistenza. Nasciamo nei nostri corpi e moriamo quando i nostri corpi muoiono.
I terapeuti che adottano un approccio di cura che afferma il sesso rimangono ancorati alla realtà biologica. Non significa negare l’esistenza del senso interno di genere dell’individuo, ma nemmeno negare i limiti delle procedure mediche. Possiamo arrabbiarci con i limiti dei nostri corpi, ma non possiamo negare che esistano. Possiamo ricorrere a una vasta gamma di interventi medici, ma non possiamo sottovalutarne l’impatto, tra cui l’infertilità, la compromissione della funzione sessuale, il dolore cronico, i problemi cardiaci, l’osteoporosi e molte altre complicazioni. Queste ripercussioni sono importanti perché la terapia, nella sua migliore applicazione, è una disciplina che riporta le persone, delicatamente ma con perseveranza, a contatto con la realtà.
Il problema della cura di affermazione di genere è che dà priorità al corpo e alla rappresentazione fisica del sé a discapito della mentalità interna dell’individuo. Il trattamento fondato sull’identità non si chiede da dove venga questa comprensione di sé o in che modo il paziente l’abbia raggiunta, piuttosto presume che il proprio senso di identità sia un senso di sé immutabile e soggettivo che solo l’individuo stesso può conoscere. Invece la cura di affermazione del sesso è un approccio basato sulla psicologia che si fonda sulla psicologia tradizionale, nella quale si comprende che i nostri meccanismi interiori possono condurci a ogni sorta di difficoltà. Poggia sulle spalle di giganti: da Freud a Jung, da Beck a Rogers. La cura che si basa sulla psicologia non è infallibile, però esistono molte teorie e una significativa base di prove a suo sostegno.
Il terapeuta che pratica l’affermazione di genere passa dall’affermare l’identità del paziente al confermarla. Questo mina l’agentività (capacità consapevole di agire intenzionalmente, ndr) della persona e fa collassare la distinzione fondamentale che c’è tra empatia e approvazione. Un terapeuta dovrebbe avere la capacità di comunicare che comprende profondamente il disagio di un paziente senza per questo avallare la spiegazione che il paziente ne ha dato. In realtà, spesso è proprio lì che risiede il vero lavoro terapeutico.
Molti pazienti arrivano in terapia con convinzioni molto radicate su sé stessi. Magari sono convinti di dover lasciare il lavoro o il partner, o di dover apportare un cambiamento radicale nella propria vita cambiando casa o trasferendosi altrove. Tali convinzioni possono sembrare assolute e possono plasmare l’intero senso di identità della persona – che potrebbe credere che sarà veramente felice solo quando avrà raggiunto un determinato risultato. Eppure i terapeuti sanno che gli esseri umani non sono sempre narratori affidabili delle proprie vite, ed è raro che si provi un senso di soddisfazione prolungato una volta raggiunti i risultati tanto desiderati.
La maggior parte di noi utilizza una serie di tecniche psicologiche come l’evitamento, le distorsioni cognitive e i meccanismi di difesa per aiutarci a venire a patti con le difficoltà della vita. Queste strategie spesso ci aiutano a evitare di ingoiare alcune pillole amare che riguardano la nostra esistenza. T. S. Eliot ha colto questa verità quando ha osservato, nel suo Four Quartets, che «Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Ecco perché, quando il terapeuta si limita a fare da specchio a ciò che il paziente porta, in realtà non sta conducendo una terapia. Sta rendendo un disservizio al paziente e corre il rischio di diventare un ciarlatano che finge che tutto ciò che il paziente dice sia vero. Diventa un servizio di convalida.
La cura di affermazione del sesso fornisce lo spazio mentale affinché un paziente giunga a una comprensione più profonda di sé. Lentamente, ma inesorabilmente, ci aiuta a tollerare un po’ di realtà. Si chiede cosa si nasconda sotto il senso di identità della persona.
Se un paziente nato e cresciuto in Irlanda da genitori irlandesi arrivasse a identificarsi come giamaicano e fosse determinato a procurarsi interventi medici che confermino questo senso di identità, il mio compito come psicoterapeuta sarebbe quello di usare le mie competenze per incoraggiare il paziente a considerare la sua storia di sviluppo, le dinamiche familiari, eventuali traumi vissuti, il suo temperamento e le potenziali influenze sociali che lo hanno portato a questa conclusione. Considererei il senso di identità della persona come qualcosa di complesso, piuttosto che come una semplice incarnazione che necessita di farmaci per essere risolta.
C’è umiltà nell’approccio psicologico. Esso accetta che nella vita poco è semplice o veramente conoscibile, e che l’identità non è qualcosa da fissare in modo definitivo, sotto pressione. C’è anche approfondimento e serietà nell’assistenza di affermazione di genere. Il corpo non è infinitamente malleabile e gli interventi medici comportano conseguenze significative. Un modello terapeutico basato sull’identità è più superficiale; opera partendo dal presupposto che le nostre identità emergano già ben formate da un non meglio identificato senso di sé, senza tener conto dei meccanismi di difesa psicologica dell’individuo. L’assistenza di affermazione di genere presume che l’affermazione sia la risposta corretta e quindi preclude inavvertitamente opportunità di esplorazione più profonda. Restringe il campo delle possibilità proprio nel momento in cui dovrebbe essere ampliato.
I sostenitori dell’assistenza di affermazione di genere spesso la presentano come l’unica risposta compassionevole all’identificazione trans. Tale affermazione non regge a un esame approfondito. Non si può misurare la compassione dalla rapidità con cui un terapeuta si dichiara d’accordo. Si misura dalla profondità dell’attenzione prestata alla persona nella sua interezza. Ciò comporta sfida, contemplazione, comprensione più profonda e spesso tolleranza dell’incertezza.
Viviamo in un’epoca in cui le dichiarazioni di identità sono trattate con una strana sacralità, e la terapia è stata risucchiata in questa visione. Ma il compito della terapia non è quello di concretizzare l’attuale comprensione di sé del paziente, è quello di ampliarla. L’assistenza che afferma il sesso mantiene intatto quel compito. Insiste sul fatto che la realtà conta, che il corpo conta e che la verità non è nemica della compassione.