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Transizione medica di genere: di chi è la responsabilità di scelte irreversibili?

È solo l’ultima delle tante storie che i molti genitori che ci contattano riportano di continuo: dopo poche sedute con uno psicologo (scelto tra quelli che si dichiarano LGBTQIA+ friendly), una ragazza di 19 anni ha ottenuto la diagnosi di disforia di genere. Con quella in mano si è recata dal medico di base che le ha prescritto una visita dallo psichiatra, il quale, in un solo incontro e senza farsi domande, ha ratificato la diagnosi dello psicologo, dando il benestare per l’inizio della transizione medica. A questo punto si tratta solo di fare qualche esame del sangue e presentarli all’endocrinologo che, con l’ok dello psichiatra nero su bianco, darà il via alla terapia ormonale. Il tutto all’interno del servizio sanitario nazionale, pagando solo il ticket con i soldi della paghetta.

È all’incirca questo, con qualche minima variazione tra regioni diverse, l’iter che in pochissimi mesi accompagna giovani adolescenti appena maggiorenni a intraprendere percorsi farmacologici da portare avanti per tutta la vita e che avranno un impatto sui loro corpi giovani e sani, portando effetti collaterali importanti e causando infertilità. Con qualche mese di terapia ormonale, otterranno da un giudice il benestare per il cambio di nome e sesso sui documenti e per gli interventi chirurgici di adeguamento (i.e. mastectomia, penectomia, vaginoplastica, falloplastica).

I professionisti formalmente coinvolti sono diversi (psicologo, medico di base, psichiatra, endocrinologo), facendo supporre di essere di fronte a un percorso ben controllato.

Ma chi, in questa rapido percorso verso la transizione, è davvero responsabile della scelta di prescrivere ormoni – in dosaggi sufficienti a modificare irreversibilmente i corpi – che dovranno essere presi a vita, che porteranno anche effetti indesiderati e potranno causare complicazioni alle volte molto serie per la salute?

Chi c’è alla guida di questa corsa alla medicalizzazione di un corpo sano? Non sarà l’im-paziente adolescente che spinge sull’acceleratore nel tentativo di fuggire al suo tormento interiore solo modificando l’aspetto del proprio corpo?

Rivediamo la trafila ripercorrendo l’iter a ritroso.

L’endocrinologo, che non conosce il giovane, dopo una o due visite e qualche esame del sangue di controllo prescrive la cura ormonale al neomaggiorenne. La sua decisione si basa sulla diagnosi dello psichiatra che ha validato il ricorso alle cure ormonali. In pratica agisce sulla fiducia nella diagnosi del collega psichiatra.

Lo psichiatra si affida alla relazione dello psicologo che ha fatto un percorso con il giovane e dunque, pur non conoscendo il ragazzo, attesta – in genere in una sola seduta – che ha la disforia di genere e dà il benestare per procedere con la transizione medica. In pratica agisce sulla fiducia nella diagnosi dello psicologo.

È quindi lo psicologo ad essere il detentore del potere di questa diagnosi, dalla quale dipende la possibilità di procedere o meno con la transizione medica.

A parte che non è legale (e non dovrebbe mai accadere) che sia uno psicologo, che non è un medico, a decidere se è il caso per un paziente di intraprendere una terapia farmacologica, ci si chiede come, in poche sedute nell’arco di pochissimi mesi (se va bene, altrimenti si tratta di settimane), uno psicoterapueta sia in grado di stabilire se il ragazzo che ha davanti abbia una sofferenza di genere che: 

  • non potrebbe attenuarsi o risolversi con interventi psicologici / psichiatrici che non abbiano un impatto irreversibile;
  • durerà nel tempo e non si risolverà con il passaggio all’età adulta (cosa che accade nella maggioranza dei casi);
  • migliorerà grazie alla modifica farmacologica e chirurgica delle caratteristiche fisiche.

La risposta è presto data: non può saperlo.

Tant’è che anche i più noti esperti di affermazione di genere ammettono di “non avere la sfera di cristallo” e che fare una diagnosi di disforia di genere non è questione di bravura, perché “la diagnosi la porta il paziente”; quindi, la bontà della diagnosi è responsabilità del paziente, nel caso di minorenni la responsabilità è dei genitori.

Ed eccoci tornati al punto di partenza.

Ebbene sì, alla guida di questa folle corsa c’è un ragazzo adolescente che soffre e che, ancora immaturo (sappiamo che la piena maturazione della corteccia prefrontale avviene intorno ai 25 anni), non è in grado di comprendere a pieno la portata dei rischi, delle rinunce e delle complicanze a cui sta andando incontro.

Il resto è una cascata di non responsabilità di professionisti che passano carte senza fare domande.

In quale altro caso un giovane non ancora adulto si trova ad essere l’unico responsabile della decisione di assumere una terapia a vita che lo renderà probabilmente sterile, avrà diversi effetti  irreversibili, potrà nuocere gravemente alla sua salute e lo constringerà a stretto e continuo controllo medico per sempre? 

E anche volendo pensare che sia suo diritto poter decidere del proprio corpo, chi si prende la briga di verificare – e la responsabilità di accertare – che il ragazzo o la ragazza sia sufficientemente maturo, equilibrato o consapevole per poter fare scelte così determinanti per il suo futuro?  

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