Dove sono finiti tutti i “maschiacci”?

La risposta: È complicato

Articolo di Lisa Selin Davis del 5 ottobre 2022, che pubblichiamo in libera traduzione con il permesso dell’autrice.

Qualche mese fa, un’importante testata giornalistica per la quale avevo lavorato in passato (prima che iniziassi a dire la verità) mi ha contattato per una storia. Erano pronti, finalmente, a entrare in punta di piedi nelle acque turbolente del gender, e volevano farlo parlando dei tomboys (in italiano maschiacci). Ce n’erano così tanti una volta! Dove sono finiti tutti quanti?

Ho una risposta lunga e complessa a questa vicenda, molto più complessa di quella dell’ideologia anti-identità di genere “tutti i maschiacci sono stati indirizzati alla transizione” e non così semplice come quella dei sostenitori dell’ideologia dell’identità di genere “nessun maschiaccio è stato portato alla transizione, solo i ragazzi trans”. Il redattore mi ha chiesto di fare una cosa che non mi era mai stata chiesta prima, cioè di delineare l’intera storia in modo che il team potesse capire a cosa andava incontro. L’ho fatto. E non l’hanno pubblicata.

Di seguito è riportata una versione rafforzata dello scheletro dell’articolo che speravo di scrivere. Avrebbe incluso numerose interviste a sociologi, storici e psicologi. È lungo, ma è importante arrivare alla fine!

Se siete abbastanza grandi o appassionati di TV vintage, potreste ricordare gli eroi, anzi le eroine, di gran parte della TV degli anni Settanta e Ottanta. Il “maschiaccio”, la ragazza dalla parlantina decisa, col taglio di capelli unisex e un bel caratterino, era una figura iconica e assai comune nei media e nel mainstream americano.

Cosa le è successo? Perché è scomparsa? E perché i ragazzini trans, di cui non si era mai sentito parlare nel periodo d’oro dei maschiacci, oggi sono così comuni? Non è che i ragazzini trans di oggi sono i maschiacci di un tempo?

La risposta è complicata. Il motivo principale per cui il maschiaccio è scomparso dalla vista pubblica è che abbiamo uno Zeitgeist generazionale sul genere. Negli anni Cinquanta l’infanzia era pesantemente condizionata dal genere (anche se i maschiacci non erano poi così rari come categoria).

Tuttavia, negli anni Settanta, con l’ascesa del femminismo e di una genitorialità non sessista, quell’uniformità fu sostituita da una versione infantile della rivoluzione di genere in atto tra gli adulti (si pensi a David Bowie e Grace Jones, all’esaltazione dell’androginia e della ribellione al genere, alla Peacock Revolution). Il maschiaccio non solo divenne un modello diffuso, ma anche di moda, propagandato dalla stampa e dalla società. I maschiacci erano cool, e lo era di conseguenza anche il loro stile. Per questo, anche le ragazze non maschiaccio, come me, portavano i capelli corti e indossavano abiti unisex, che in realtà erano abiti da maschio che anche le femmine potevano indossare. L’essere maschiaccio era commercializzato, incoraggiato, a patto che finisse con la pubertà.

E però, a eccezione dell’album “Free to Be You and Me” -che distruggeva le norme di genere-, la maggior parte dei messaggi positivi per i maschiacci si basava sul rifiuto della femminilità. Nella sezione boys del catalogo di Sears c’erano tabelle di conversione delle taglie da ragazzo a ragazza, in modo che le ragazze potessero fare acquisti lì, ma nessun incoraggiamento rivolto ai maschi nel fare acquisti nella sezione girls. Molte di queste ragazzine cresciute come maschiacci diventando madri hanno ribaltato la situazione, riabbracciando la femminilità, ma trasformandola da debolezza a forza. E così è arrivata l’era del girl power, dell’iperfemminilità che diventa cool: Buffy l’Ammazzavampiri e le Superchicche, Xena la Principessa Guerriera e le Spice Girls.

Era l’alba dell’ipergenderizzazione, in cui ogni aspetto dell’infanzia – vestiti, colori, tratti della personalità, giocattoli – veniva correlato al genere. All’inizio degli anni 2000, quando la linea di principesse Disney è entrata nel paesaggio del consumo di genere, l’ipergenderizzazione era già presente nella nostra coscienza e nella nostra mentalità di consumatori. Nel 2011, organizzavamo feste per la rivelazione del sesso, celebrando gli stereotipi associati al sesso di un bambino ancor prima che nascesse.

Quindi, la prima cosa che è successa ai maschiacci è stata che… sono passati di moda.

Ciò significa che le ragazze ipermascoline, a volte chiamate “eterni maschiacci”, che erano state coperte dall’ombrello del maschiaccio, non trovavano più quel rifugio, quella spiegazione. I ragazzi estremamente non conformi al genere sono sempre esistiti e sembrano manifestarsi in molte società (anche se nelle società in cui esistono definizioni per loro e viene riconosciuta una correlazione tra questa non conformità e l’attrazione per lo stesso sesso, la disforia di genere non sembra verificarsi). Le ragazze “un po’ maschiaccio”, che magari giocavano a calcio, ma con la coda di cavallo, potrebbero essere riuscite a integrarsi nella successiva ondata di cultura di genere alla Sporty Spice. Le ragazze sportive e femminili sono ancora tra noi, ma non si vestono più in modo maschile come una volta.

Non molto tempo dopo l’inizio di questa reazione generazionale all’infanzia ipergenderizzata, è cresciuta la visibilità sui bambini e ragazzini trans e si è verificata un’improvvisa ed esponenziale esplosione nel numero di minori che si identificano in questo modo.

In parte, stiamo assistendo a una reazione generazionale: i bambini cresciuti nell’ipergenderismo stanno rifiutando i rigidi ruoli e le regole di genere; dal Girl Power al non-binario. Un modo per comprendere l’esplosione delle identità non binarie è che esse assumono gli aspetti migliori del maschiaccio – la liberazione dagli stereotipi di genere – senza per questo affermare la supremazia né della mascolinità né della femminilità.

Tuttavia credo che la spiegazione principale sia la seguente: così come la stragrande maggioranza delle ragazze maschiaccio negli anni ’70 e ’80 seguivano semplicemente la moda – non erano necessariamente non conformi al genere per natura, dato che era conforme avere un taglio di capelli da ragazzo o indossare le Keds e i calzettoni – ora è cool essere non-binary, e la moda spiega parte dell’aumento. Ho intervistato alcune donne che si identificano come non binarie, che si sono sentite a proprio agio nell’indossare il colore rosa solo dopo aver smesso di identificarsi come femmine. È una modalità di rifiutare gli stereotipi di genere attraverso il rifiuto del proprio sesso natale, che in qualche modo ci riporta all’apertura di una genitorialità non sessista e alla “libertà di essere me e te” (Free to Be You and Me).

Un altro modo di vedere la questione è che questa generazione di giovani è stata cresciuta con stereotipi così radicati da credere che se non assomiglio a una ragazza stereotipata, non sono una ragazza. L’unica soluzione è la dissociazione dalla propria categoria sessuale, e a loro è stato insegnato che il sesso è una categoria da cui si può entrare e uscire. Di conseguenza credono, cambiando nome, pronomi e categoria, di fare un’operazione rivoluzionaria, mentre in realtà finiscono per rinforzare gli stereotipi e per fare cambiamenti drastici per sfuggire loro. Si tratta di giustizia sociale del sé, piuttosto che di un tentativo di cambiamento culturale.

Tuttavia, questo nuova clima culturale ha dato un nuovo nome al maschiaccio “duro e puro”, un nuovo modo di interpretarla (lo/li), che non le richiede di abbandonare i modi tipicamente maschili oltre la pubertà. Quindi sì, alcune ragazze che ai miei tempi sarebbero state considerate eterni maschiacci, ora probabilmente vengono considerate o si considerano trans. Alcune vengono sottoposte a transizione sociale e poi con molta probabilità anche a quella medica, dal momento che le poche ricerche di cui disponiamo dimostrano che la transizione sociale aumenta notevolmente questa eventualità. Quando i bambini non conformi al genere non venivano sottoposti a transizione sociale, quasi tutti superavano  la disforia e si sentivano a proprio agio con se stessi durante la pubertà (alcuni solo alla fine di essa).

Nella mia limitata esperienza, la maggior parte delle ragazze che nell’infanzia mostravano comportamenti tipicamente maschili sono state turbate e angosciate dall’inizio della pubertà e volevano effettuare una transizione sociale e/o medica – ma non so quanto le loro famiglie abbiano lasciato spazio alla non conformità di genere, o quanto questo possa fare la differenza nel momento in cui il messaggio forte è che i tuoi comportamenti fanno di te un maschio. Esistono comunque bambini che interpretano i ruoli di genere del sesso opposto fin da piccoli e non hanno dubbi sull’identità di genere, né disforia. Questi sembrano essere più rari.

Per il mio libro ho intervistato e censito decine di ex (o ancora) maschiacci e ho riscontrato pochissime differenze nell’infanzia tra chi è diventata lesbica, chi trans, chi nessuna delle due cose, a parte l’età e l’accesso alla tecnologia. In pratica, non c’era modo di distinguere chi avrebbe persistito o desistito, ma ovviamente le donne più in là con l’età avevano avuto pochissime possibilità di poter effettuare una transizione, né c’erano messaggi culturali che celebravano e incoraggiavano la transizione. Alcune donne adulte che sono state ragazze mascoline e che avrebbero colto al volo l’occasione della transizione, ma sono felici di non averlo fatto, sono preoccupate.

Lesbians United, un movimento che ha parcheggiato un camioncino #SaveTheTomboys (#salvaimaschiacci) in giro per New York, ha lanciato una campagna per strappare le ragazze mascoline dalle grinfie di un’ideologia che le convince di essere o poter essere maschi in quanto più maschili che femminili. Non ho mai parlato con loro, ma alcune ricerche dimostrano che le ragazze mascoline hanno maggiori probabilità di diventare lesbiche rispetto alle ragazze non mascoline.

Quando ho intervistato medici affermativi e tuttavia consapevoli delle sfumature (esistono, lo giuro!), mi hanno detto che non erano preoccupati per la tipologia “maschiaccio duro e puro”, quelle bambine che erano state estremamente maschili fin dall’infanzia – presumibilmente, sarebbero meno inclini a pentirsi (qui non si considera una domanda fondamentale: avrebbero voluto fare la transizione se ci fosse spazio per la non conformità di genere? Ma la lasciamo è per un’altra volta). Questi medici sono molto più preoccupati per la coorte mai vista di adolescenti, per lo più ragazze, che arrivano alle cliniche con un’autodiagnosi di disforia di genere e chiedono un intervento medico: ovvero la maggior parte dell’aumento del 4000-5000% dei minori trans. Ciò significa che la maggior parte delle ragazze affette da questa condizione, e con tutta probabilità sottoposte a transizione, non erano maschiacci. Ascoltando le storie di ragazze con disforia di genere a insorgenza rapida, si nota quanto siano simili tra loro, a partire dall’essere perfettamente femminili nell’infanzia. Pertanto, la disforia è anche, in una certa misura, popolare.

I maschiacci sono scomparsi? Per molti versi sì, in parte perché oggi si identificano come trans, in parte perché semplicemente non è uno stile alla moda per le ragazze. Ci sono giovani donne mascoline che hanno fatto la transizione e hanno trovato sollievo, mentre ci sono giovani donne mascoline o femminili che hanno fatto la transizione e si sono rese conto di essere lesbiche (o etero) e ora vorrebbero non aver fatto cambiamenti al proprio corpo. Le associazioni mediche non stanno sviluppando protocolli per assicurarsi che le persone comprendano la relazione tra genere e sessualità, né basati sulla constatazione veritiera del fatto che non c’è modo di prevedere chi persisterà o desisterà, chi sarà soddisfatto e chi si pentirà. Invece, la guerra culturale continua, e si presenta così:

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