studio americano sui bloccanti della pubertà

Il più grande studio americano sui bloccanti della pubertà rimasto per anni senza pubblicazione: che cosa sappiamo davvero

Commissionato e finanziato dal NIH nel 2015 con quasi 10 milioni di dollari pubblici, doveva essere uno dei grandi studi americani sugli effetti della transizione medica nei giovani. A guidarlo Johanna Olson-Kennedy, una delle più note e influenti sostenitrici statunitensi dell’approccio affermativo. Poi qualcosa non va come previsto. Nella coorte trattata con ormoni cross-sex vengono registrati 11 casi di ideazione suicidaria e due suicidi. Si attendono i risultati sulla salute mentale dei giovani che avevano iniziato con i bloccanti della pubertà, ma lo studio non viene pubblicato per anni. Nel 2024 Olson-Kennedy dichiara di non averli resi pubblici per timore che quei risultati venissero utilizzati in modo strumentale. Nel 2025 arriva soltanto un preprint. Nel 2026 emerge il rapporto finale del progetto. 

Che cosa mostrano davvero i dati di uno studio iniziato oltre dieci anni prima?


La storia dello studio americano The Impact of Early Medical Treatment in Transgender Youth merita attenzione non soltanto per i suoi risultati, ma per ciò che racconta del rapporto fra ricerca scientifica, pratica clinica e conflitto politico in uno dei settori più controversi della medicina contemporanea.

Questo caso fa emergere uno dei rischi più insidiosi della ricerca: quello di diventare prigionieri delle proprie ipotesi.

Quando si è sostenuta a lungo una tesi, ottenendo ingenti finanziamenti e costruendovi la propria reputazione professionale e la propria carriera, scoprire che i dati non confermano le attese diventa enormemente difficile da accettare. Il risultato finisce così per mettere alla prova non più soltanto un’ipotesi, ma la credibilità stessa del ricercatore. In quel momento la scienza dovrebbe imporre la massima distanza tra lo studioso e ciò che sperava di dimostrare, per evitare che sullo sfondo finiscano proprio i pazienti: in questo caso, i ragazzi.

Il finanziamento dello studio e il convolgimento di quattro importanti centri pediatrici

Nel 2015 il National Institutes of Health (NIH), tramite l’NICHD, finanzia uno studio multicentrico destinato a valutare gli effetti fisiologici e psicologici dei trattamenti medici in giovani con disforia di genere.

I registri ufficiali indicano un finanziamento pubblico complessivo di circa 9,7 milioni di dollari per il periodo 2015-2025. Si tratta di uno dei più importanti tentativi statunitensi di produrre dati prospettici sugli esiti della transizione medica negli adolescenti.

Il progetto coinvolgeva quattro istituzioni di primo piano:

• Children’s Hospital Los Angeles / USC;

• Boston Children’s Hospital / Harvard Medical School;

• Benioff Children’s Hospitals / UCSF;

• Lurie Children’s Hospital of Chicago / Northwestern University.

La principal investigator era la pediatra Johanna Olson-Kennedy, affiancata da ricercatori come Yee-Ming Chan, Robert Garofalo, Diane Chen, Stephen Rosenthal e Diane Ehrensaft. Nel protocollo del 2019, gli stessi autori sottolineavano l’urgenza dell’opera: negli Stati Uniti mancavano dati longitudinali solidi su questi trattamenti.

Due gruppi: bloccanti della pubertà e ormoni

Lo studio era prospettico, osservazionale, multicentrico e comprendeva due grandi coorti.

Una era costituita da 95 giovani che iniziavano la soppressione della pubertà mediante analoghi del GnRH.

L’altra comprendeva 316 adolescenti e giovani che iniziavano una terapia ormonale con testosterone o estrogeni.

Non esisteva un gruppo di controllo contemporaneo composto da giovani comparabili che non ricevessero il trattamento: una caratteristica metodologica importante, perché limita la possibilità di stabilire con certezza che eventuali cambiamenti osservati siano causati dal trattamento stesso.

I partecipanti venivano valutati attraverso diverse misure psicologiche e comportamentali nel corso del follow-up.

La domanda era di grande rilevanza clinica: che cosa accade alla salute psicologica dei ragazzi con disforia di genere dopo l’inizio della soppressione puberale?

L’ipotesi: la salute mentale sarebbe migliorata

L’aspettativa dei ricercatori era chiaramente favorevole all’intervento. Nel protocollo erano state formulate ipotesi secondo le quali, nel tempo, si sarebbero dovuti osservare miglioramenti in diversi indicatori psicosociali.

In particolare, nei documenti di avanzamento si ipotizzava che, dopo due anni di bloccanti, si sarebbero osservati riduzioni di depressione, ansia, traumi e suicidarietà, con un aumento di autostima corporea e qualità della vita.

Questa ipotesi rappresenta la ragione principale addotta a sostegno della soppressione puberale: l’idea che fermare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari possa alleviare la sofferenza psicologica.

Tuttavia, quando i dati sono stati analizzati, il miglioramento atteso non è emerso in maniera significativa. Ed è qui che comincia la parte più controversa della storia.

I dati non vengono pubblicati

Sebbene il reclutamento si sia concluso nel 2019 e dal progetto siano derivate diverse pubblicazioni, i dati sulla salute mentale della coorte in bloccanti sono rimasti inediti per anni.

Nell’ottobre 2024 la vicenda è arrivata sul New York Times. Intervistata sui motivi del ritardo, Olson-Kennedy ha ammesso che i risultati non mostravano i benefici sperati e ha dichiarato: «I do not want our work to be weaponized». La decisione di non pubblicare è stata motivata dal timore che i dati venissero usati come “un’arma” nel dibattito politico, oltre che da imprecisate ragioni metodologiche. Ciò ha sollevato un dilemma etico fondamentale: può la paura della strumentalizzazione politica giustificare il ritardo nella divulgazione di una ricerca su minori finanziata con denaro pubblico? La scienza non dovrebbe rendere disponibili i risultati indipendentemente dal fatto che confermino o meno le aspettative iniziali e indipendentemente dall’uso che successivamente ne farà il dibattito pubblico?

Maggio 2025: finalmente vengono pubblicati i risultati sui bloccanti

A seguito delle pressioni della Commissione Oversight della Camera USA, il 16 maggio 2025 i ricercatori hanno depositato su medRxiv il preprint Mental and Emotional Health of Youth after 24 months of Gender-Affirming Medical Care Initiated with Pubertal Suppression (tuttora privo di peer review). Lo studio analizza i giovani della coorte che avevano iniziato il trattamento medico con analoghi del GnRH.

Ed è qui che occorre separare accuratamente i dati dalla loro interpretazione.

Che cosa hanno trovato?

Sulle principali misure psicologiche considerate non sono emersi cambiamenti statisticamente significativi nei 24 mesi. I punteggi medi di depressione e salute emotiva sono rimasti sostanzialmente stabili.

Per interpretare tali dati, gli autori hanno sostenuto che la stabilità potesse rappresentare un beneficio indiretto (l’aver evitato un peggioramento ipotetico), formulando la conclusione che i giovani avrebbero mostrato “stabilità e miglioramento”. Tuttavia, a fronte di un investimento di 10 milioni di dollari, la rilevazione scientifica priva di sovrastrutture indica semplicemente l’assenza di un miglioramento significativo.

Ciò che lo studio non può dimostrare

Essendo un lavoro osservazionale e privo di gruppo di controllo, lo studio non permette di sapere cosa sarebbe accaduto ai ragazzi senza soppressione puberale. 

La formulazione scientificamente corretta è una sola: nei 24 mesi osservati, la coorte trattata non ha mostrato un miglioramento statisticamente significativo della salute psicologica.

E gli ormoni cross-sex?

I dati della coorte di 315 giovani trattati con ormoni sessuali sono stati pubblicati nel 2023 sul New England Journal of Medicine. Gli autori hanno riferito un aumento medio della congruenza percepita del proprio aspetto, dell’affettività positiva e della soddisfazione di vita e una diminuzione dei sintomi di depressione e ansia. 

Tuttavia, lo studio ha registrato anche eventi di drammatica gravità: 11 partecipanti hanno riferito ideazione suicidaria e due sono morti per suicidio. L’ideazione suicidaria non figurava tra gli esiti principali analizzati nelle conclusioni, un’omissione che pesa sulla valutazione complessiva dell’efficacia del trattamento.

Agosto 2026: perché se ne parla di nuovo?

Alla fine di agosto 2026 l’organizzazione americana Oversight Project ha ottenuto il rapporto finale del progetto NIH “The Impact of Early Medical Treatment in Transgender Youth” e lo ha condiviso con il Daily Signal.

Il rapporto permette oggi di collocare i risultati pubblicati nel 2025 all’interno di un quadro più ampio che comprende anche salute ossea, parametri metabolici e cardiovascolari, fertilità e follow-up a lungo termine.

Salute ossea: la coorte che iniziava la soppressione puberale mostrava già al basale valori di densità minerale ossea inferiori alla media della popolazione. Poiché il dato precede il trattamento, non può essere attribuito causalmente ai bloccanti, ma rende evidente la necessità di un costante monitoraggio dello sviluppo scheletrico durante una fase nella quale normalmente si accumula massa ossea.

Parametri metabolici: nelle femmine biologiche trattate con testosterone si sono osservati cali di HDL, aumenti di LDL e incremento dell’ematocrito, segnalando modificazioni fisiologiche che richiedono controlli nel tempo. Nei giovani MtoF trattati invece con estradiolo l’andamento di alcuni parametri lipidici risultava differente. Questi risultati non equivalgono, da soli, alla dimostrazione di un danno cardiovascolare, ma indicano effetti fisiologici misurabili e la necessità di monitoraggio e di dati affidabili sugli esiti a lungo termine.

Fertilità: il rapporto conferma che gli impatti riproduttivi a lungo termine rimangono una questione aperta che necessita di ulteriori approfondimenti.

Un progetto pubblico da 10 milioni di dollari ha così restituito un quadro assai meno lineare di quello divulgato per anni: benefici psicologici non dimostrati per i bloccanti, alterazioni fisiche da monitorare e molti interrogativi a lungo termine ancora irrisolti

La scienza deve poter deludere le aspettative di chi la conduce

Il punto che dovrebbe interessare chiunque abbia a cuore la qualità della ricerca, indipendentemente dalla propria posizione sulla medicina di genere, è però un altro e riguarda proprio il metodo scientifico.

Uno studio scientifico non serve a confermare ciò che speriamo sia vero.

Serve a metterlo alla prova.

Se un trattamento produce benefici, quei benefici devono essere documentati.

Se non emergono, anche questo risultato deve essere documentato.

Se i dati sono ambigui, devono essere presentati come ambigui.

E se uno studio non consente di stabilire un rapporto causale, questo limite deve essere dichiarato tanto da chi vuole dimostrare l’efficacia del trattamento quanto da chi vuole dimostrarne l’inefficacia.

Proprio perché stiamo parlando di minori, sofferenza psicologica e interventi medici capaci di modificare profondamente lo sviluppo puberale, la trasparenza dovrebbe essere maggiore, non minore.

A distanza di circa un decennio dall’avvio di un progetto pubblico di queste dimensioni, il dato forse più significativo è proprio la persistenza di interrogativi essenziali non soltanto sull’efficacia psicologica, ma anche sugli esiti fisici, sessuali, riproduttivi e sul profilo complessivo di benefici e rischi nel lungo periodo.

La domanda fondamentale sollevata da questa vicenda non è se i risultati possano essere usati in modo politico – cosa inevitabile in una società polarizzata – ma se possiamo permettere che il timore della strumentalizzazione influenzi i tempi con cui la scienza mette i dati a disposizione di medici, famiglie e pazienti.

La risposta, se vogliamo continuare a chiamarla scienza, dovrebbe essere molto semplice.

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