Senza tregua: genere, performance e il disagio che nessuno misura

Steve Andrews sull’ansia da palcoscenico, il ‘passing‘ e la presunta natura «salvavita» delle le cure di affermazione di genere.

Traduzione dell’articolo pubblicato da Genspect il 26 agosto 2026


Mi reco nella sala dove si pianificano i trattamenti dell’unità di salute comportamentale, lascio cadere lo zaino a terra e prendo il foglio del censimento dei pazienti appena fotocopiato, per vedere cosa mi aspetta per la serata. Scorro i nomi e presto attenzione al sesso dei pazienti. Alcuni non binari. Uno «sconosciuto».

«Ehm…», penso tra me e me. «Sconosciuto. Questa è nuova». Se c’è un posto in cui si deve conoscere il sesso di una persona, è proprio l’ospedale.

Conto i pazienti che si identificano come trans. In una qualsiasi delle nostre serate rappresentano dal venti al quaranta per cento del reparto, dove quasi tutti arrivano in seguito a un tentativo di suicidio o perché intenzionati a compierne uno.

Da anni mi interrogo su questa sproporzione. La popolazione trans rappresenta meno del due per cento della popolazione del Paese. Anche tenendo conto di percentuali più elevate nei contesti psichiatrici, vedere che un quarto dei nomi sul foglio che ho davanti appartiene a questo gruppo lascia perplessi.

La comunità clinica ha una spiegazione ufficiale, e nel reparto tutti sono in grado di ripeterla: minority stress, lo stress da minoranza. Questa popolazione non viene trattata bene. Subisce discriminazione e rifiuto. Se solo ricevesse maggiore affermazione — se i pronomi venissero rispettati, le nuove identità sostenute e gli ostacoli rimossi — il disagio diminuirebbe e i tentativi di suicidio cesserebbero. Da qui lo slogan: le cure di affermazione di genere salvano vite.

Ciò che mi preoccupa di questa spiegazione non è che sia sbagliata. La discriminazione esiste e fa male. Il problema è che è l’unica spiegazione ammessa e che ignora una domanda fondamentale che le persone sembrano avere paura di porre.

Perché le persone si suicidano?

La risposta è quasi sempre una convergenza di cause che si presentano contemporaneamente.

Un divorzio dopo un recente trasloco, la perdita del lavoro che coincide con una ricaduta, l’insonnia che insorge dopo la morte di una persona cara. La comunità clinica lo sa; è per questo che, durante ogni colloquio iniziale, si indagano una dozzina di ambiti diversi, non uno soltanto.

Eppure, quando il paziente si identifica come trans, accantoniamo le nostre conoscenze e riduciamo ogni possibile motivazione del suicidio a una sola.

Una performance senza retroscena

Ma c’è una causa che non viene nominata e che la comunità clinica sembra avere paura di prendere in considerazione.

Pensiamo a ciò che davvero deve fare, per tutto il giorno, un paziente trans che cerca di ‘passare‘ (cioè di essere percepito dagli altri come appartenente al sesso con cui si identifica, ndr). La voce: modulata e costantemente controllata. L’andatura: modificata e perfezionata.

La postura, l’abbigliamento, i gesti: tutto controllato, continuamente, davanti a estranei i cui giudizi sono silenziosi, incessanti e assoluti. Le problematiche che assillano i miei pazienti non riguardano, in prevalenza, la discriminazione.

Sono domande incentrate sul loro ‘pubblico’: Come mi vedono? La mia voce era giusta? Si sono accorti che sono trans? Riesco a ‘passare‘?

Chiunque abbia trattato l’ansia da prestazione conosce questo schema: paura prima dell’esposizione, autocontrollo ipervigile durante, rimuginazione dopo e, nel mentre, un bisogno crescente di rassicurazione. A cambiare è soltanto l’audience. La performance di un musicista ha una fine. Quella del paziente che cerca passare no. Ogni coda al supermercato, ogni salita in ascensore, ogni sala d’attesa diventa un’audizione. Quella breve esitazione prima di usare un pronome, quello sguardo rapido al pomo d’Adamo, il continuo controllo che il paziente esercita sulla propria intonazione e cadenza: questo è il vero prezzo da pagare.

I sociologi descrivono questo fenomeno da decenni. Erving Goffman lo chiamava impression management, gestione dell’impressione: il lavoro costante necessario per presentare al pubblico un’immagine desiderata di sé.

Il passing rappresenta questo lavoro nella sua forma più estrema: una performance senza un dietro le quinte.

La tensione non nasce soltanto quando la performance fallisce. È un’ansia da palcoscenico che non finisce mai, perché lo spettacolo non ha intervalli.

Il termine sociologico più sofisticato è dramaturgical stress, stress drammaturgico. In parole semplici:

interpretare continuamente un sé è estenuante, e la maggior parte dei pazienti trans suicidari del mio reparto è stanca.

Il conto di una performance senza fine si presenta anche nel caso in cui nessuno sia ostile. Gli assistenti di volo — che non sono una minoranza perseguitata — finiscono per sentirsi esausti semplicemente a causa di ciò che la sociologa Arlie Hochschild definiva surface acting, ossia lo sforzo di mostrare emozioni che in realtà non si provano. Sostenere una facciata prosciuga le energie, anche quando chi ci circonda è amichevole.

Una volta contemplato che la fatica possa derivare dalla performance stessa, le storie assumono un significato diverso. Un paziente impiega un’ora per prepararsi a uscire di casa. Trucco applicato con cura. Voce provata e riprovata. Vestiti scelti attentamente. Ogni dettaglio calibrato. Uno sconosciuto pronuncia la parola «Signore». Nessun ghigno, nessuna derisione, nessuna traccia di cattiveria. L’interazione dura tre secondi. Il paziente ne esce devastato.

I sostenitori della teoria del minority stress la definiscono una microaggressione. Ma non è necessaria alcuna ostilità. Ciò che ferisce è la fatica per una performance che non è risultata credibile. E quando una performance non ha successo, c’è sempre qualcuno pronto a dare la colpa al pubblico. Il problema era il «pubblico difficile».

Una vita intera a interpretare un ruolo estenuante

Se una parte rilevante del disagio di questa popolazione è l’ansia da palcoscenico per una performance che non finisce mai, l’affermazione non può essere la cura.

È proprio quello che chi tratta l’ansia è addestrato a non fornire: ovvero ulteriore rassicurazione.

Se un paziente con disturbo ossessivo-compulsivo affermasse che l’acqua ha uno strano sapore e che, sicuramente, qualcuno lo sta avvelenando, la risposta più facile da dare sarebbe: «L’acqua è sicura. Non ti succederà niente». E funzionerebbe — per un’ora. Tuttavia così gli si insegna che quella domanda, in primo luogo, aveva senso di esistere. Ogni intervento di affermazione del genere percepito «sì, tu ‘passi’, sei valido» alimenta lo stesso circuito: mette momentaneamente a tacere la domanda, confermandone però la premessa: che abbia senso porre quella domanda, che il verdetto su di sé spetti al pubblico, che il proprio valore dipenda dal fatto che gli altri credano o meno alla performance. In sostanza l’affermazione di genere non chiude il teatro. Vende altri biglietti.

Aiutare un paziente a esaminare se per caso non sia l’esercizio di interpretazione del ruolo stesso a essere fonte di esaurimento non è terapia di conversione. È un normale lavoro clinico applicato a un ambito che la comunità clinica ha dichiarato off-limits.

Dobbiamo essere onesti. Promettere a una persona con ansia sociale che si sentirà meno ansiosa una volta che inizierà a presentarsi come appartenente al sesso opposto è, nel migliore dei casi, una spiegazione incompleta.

La possibilità che la transizione comporti una vita intera caratterizzata da un più intenso controllo dell’impressione prodotta sugli altri e da ansia da prestazione dovrebbe far parte del processo di consenso informato e della nostra agenda di ricerca.

Dunque, quanto sono davvero «salvavita» e «medicalmente necessarie» le cure di affermazione di genere? La risposta scomoda è che nessuno lo sa, perché la comunità clinica ha attribuito ogni singola componente del disagio al pubblico senza mai chiedersi quale sia il costo necessario per tenere in scena lo spettacolo.

Domani sera prenderò in mano un altro foglio del censimento dei pazienti. Elencherà diagnosi, farmaci, allergie, status giuridico, nomi preferiti e pronomi. Ciò che non misurerà è il peso psicologico di dover interpretare incessantemente un sé. Misuriamo quasi tutto. Forse è proprio questa l’unica cosa che abbiamo dimenticato.


Steve Andrews ha lavorato per venticinque anni come direttore creativo nel settore pubblicitario, realizzando campagne per marchi internazionali, prima di lasciare quella carriera nel 2020 per diventare Licensed Mental Health Counselor, professionista abilitato della salute mentale. Oggi lavora in un’unità ospedaliera per acuti di salute comportamentale, dove una quota sproporzionata dei suoi pazienti con comportamenti suicidari si identifica come trans. Una carriera trascorsa a costruire linguaggi persuasivi gli ha insegnato a riconoscere gli stessi strumenti quando vengono utilizzati nel campo della salute mentale. Il suo libro, Affirming Ourselves to Death, è di prossima pubblicazione.

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