E se fosse tutto sbagliato? Parte 2
Nel secolo scorso si verificarono due errori clamorosi della psichiatria che diedero vita a una sorta di abbaglio collettivo che coinvolgeva sia i terapeuti che l’opinione pubblica: parliamo di ‘recovered memories’ e delle personalità multiple. Nella parte 1 di questo articolo abbiamo introdotto la teoria delle ‘recovered memories’, ripercorrendo la nascita di un consenso trasversale che portò a interpretazioni errate che avrebbero portato gravi danni alla popolazione e ipotizzando un parallelo con le diagnosi di disforia di genere.
In questa seconda parte vedremo come queste teorie errate si sono evolute condizionando e sconvolgendo la vita di molti, sia da punto di vista della salute mentale che dal punto di vista giudiziario, e quanto sia stato lento e difficile il processo per estirpare queste pericolose distorsioni. Ricordare queste storie, assieme ad altre vicende della medicina che si sono poi rivelate dannose per i pazienti, fa riflettere: come si spiega l’aumento vertiginoso delle diagnosi di disforia che vediamo negli ultimi anni?
L’aumento dei casi di bambini e ragazzi che si sono identificati trans nel periodo 2018-2022 è ormai sotto gli occhi di tutti. Il numero di accessi ai servizi specialistici per l’identità di genere è aumentato di 37 volte nel Regno Unito, di 180 volte in Svezia e in modo similare negli altri Paesi dell’Europa del nord. In Italia non abbiamo ancora a disposizione dei numeri, solo alcune dichiarazioni ai media di professionisti che segnalano un aumento esponenziale delle richieste.
A seconda dei punti di vista, c’è chi interpreta questo aumento come una naturale normalizzazione dell’identità delle persone e chi invece riconosce un preoccupante fenomeno da interpretare e comprendere. Leggendo il racconto delle due teorie psichiatriche citate nella parte 1 di questo articolo, le ‘memorie ritrovate’ e le personalità multiple, e ricordando altri scandali medici che hanno definito la storia della medicina, è possibile aggiungere alcuni elementi di riflessione al dibattito.
Gli abusi satanici e le ‘memorie recuperate‘
Intorno agli anni ’80 e ’90, si svilupparono tecniche psicoterapeutiche che avevano l’obiettivo di far emergere i traumi infantili dimenticati, ovvero la cosiddette Recovered Memory Therapy. Queste tecniche si basavano sull’idea che i disturbi psicologici degli adulti derivassero da traumi infantili rimossi (spesso abusi sessuali) che venivano fatti riemergere attraverso l’ipnosi o l’uso di sostanze come il Sodio Amytal. L’ipnosi regressiva aveva il compito di indurre uno stato di sospensione della coscienza e far riaffiorare presunti eventi rimossi. Farmaci come il Sodio Amytal, chiamato comunemente ‘siero della verità’, venivano somministrati per allentare i freni inibitori e sbloccare i ricordi. In queste condizioni il terapeuta aveva il compito di far affiorare e cogliere le memorie dimenticate.
I media tradizionali diedero enorme spazio e credibilità all’idea che la mente potesse ‘rimuovere’ traumi infantili devastanti (come abusi rituali o violenze) e che questi potessero essere recuperati dopo tanti anni intatti attraverso l’ipnosi, la visualizzazione guidata o l’interpretazione dei sogni.
Sulla scia di questa convinzione si aprirono devastanti cause legali di figli contro le famiglie solo sulla base dell’affermazione di aver recuperato ricordi repressi. Furono modificate leggi per facilitare queste cause e rendere giustizia alle vittime anche sotto la spinta degli attivisti antiviolenza. L’intento dei terapeuti era certamente quello di proteggere le vittime, tuttavia l’uso di tecniche suggestive finì per “impiantare” falsi ricordi, distruggendo famiglie e portando a clamorosi processi giudiziari.
Ecco alcuni esempi:
- Il caso di Nadean Cool (1986), che sviluppò falsi ricordi traumatici durante la terapia (di essere stata membro di una setta satanica, di aver assistito e partecipato a infanticidi, cannibalismo e persino di aver subito abusi sessuali di gruppo) e nel 1997 ottenne un risarcimento di 2,4 milioni di dollari dal terapeuta.
- Il caso di Eileen e George Franklin (1989). Il primo processo per omicidio negli Stati Uniti basato interamente su un ricordo recuperato. Eileen Franklin accusò il padre di omicidio sulla base di un ricordo recuperato in terapia (suo padre che violentava e uccideva la sua amica d’infanzia di 8 anni), poi rivelatosi inaffidabile. Nel 1995 fu scagionato.
- Il caso Ramona v. Ramona (1994). Un caso storico: per la prima volta, un presunto abusante fece causa per negligenza direttamente ai terapeuti della figlia per averle impiantato falsi ricordi. Holly Ramona in terapia per disturbi alimentari sviluppò falsi ricordi di abusi tra i 5 e i 16 anni; il padre fu risarcito con 475.000 dollari.
- Lo scandalo di Carol Felstead (dagli anni ‘90). Uno dei casi più drammatici che ebbe luogo nel Regno Unito. Una ventenne si era rivolta a una terapista per curare forti mal di testa. La ragazza finì per accusare la propria famiglia di abusi rituali satanici, torture e omicidi di neonati. La famiglia ebbe notizie di Carol solo dopo la morte.
All’inizio degli anni ‘ 90, gli studi della dott.ssa Elizabeth Loftus dell’University of Washington dimostrarono scientificamente che la memoria umana è ricostruttiva e che le tecniche usate dai terapeuti erano altamente suggestive, capaci di inoculare falsi ricordi estremamente realistici, ma totalmente inventati: si trattava della False Memory Syndrome.
Nel 1992 nacque la False Memory Syndrome Foundation che diede voce a migliaia di famiglie distrutte da false accuse, spostando l’attenzione dei media sul pericolo sociale e psicologico di tali terapie.
Il lavoro svolto per ristabilire una verità fu molto complicato.
La strategia si basò su un triplice approccio: spiegare all’opinione pubblica che le ‘recovered memories’ erano falsi ricordi provocati dalle tecniche utilizzate dai terapeuti, reclutare accademici di spicco come rappresentanti per le pubbliche relazioni e punire il gruppo relativamente ristretto di terapisti e accademici che continuavano a recuperare ricordi di sopravvissuti a traumi. Per fermare i terapeuti che continuavano nel “recupero della memoria”, la False Memory Syndrome Foundation contribuì ad avviare una serie di cause legali per negligenza contro psicoterapeuti famosi, in modo da ottenere un effetto intimidatorio.
Le personalità multiple
Un altro scandalo psichiatrico riguarda le diagnosi delle personalità multiple (Dissociative Identity Disorder – DID). Questo fenomeno psichiatrico, iniziato intorno agli anni ’70-’80, innescò un’importante controversia culturale e mediatica che si ripercosse addirittura all’interno di alcune sentenze per omicidio, la più famosa delle quali riguarda il caso di Billy Milligan. Con le sue 24 personalità diagnosticate, Milligan fu dichiarato non colpevole sulla base della teoria dei suoi avvocati che, supportati da psichiatri come la dott.ssa Cornelia Wilbur, sostennero che la personalità centrale di Billy fosse completamente inconscia durante i crimini che venivano commessi da altre parti della sua mente. La legge dell’Ohio stabilì nel 1978 che non si poteva condannare al carcere un uomo per crimini commessi da altre personalità che non poteva né controllare né ricordare.
Il fenomeno esplose letteralmente a livello mondiale, grazie alla pubblicazione nel 1973 del libro Sybil (e dei successivi film) che raccontavano la storia di una donna con 16 personalità distinte. Libro e film furono talmente influenti che giocarono un ruolo fondamentale nell’inserimento della diagnosi nel manuale di riferimento della psichiatria “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders“.
La diagnosi di Sybil fatta dalla dott.ssa Cornelia Wilbur, e raccontata dalla giornalista americana Flora Rheta Schreiber nel libro, creò un vero e proprio contagio: prima della pubblicazione del libro, nella storia si contavano meno di 200 casi documentati di personalità multipla; nel giro di pochi anni dalla sua uscita, i casi segnalati salirono a decine di migliaia.
Prima del clamoroso caso di Billy Milligan, alla fine degli anni ’70, la teoria delle personalità multiple a livello mediatico godeva di un consenso enorme, acritico ed entusiastico, alimentato da una vera e propria fascinazione pop. I media non trattavano la patologia come un argomento clinico di nicchia, ma come uno dei fenomeni narrativi più avvincenti del ventesimo secolo.
Già negli anni ’80 e ’90 esistevano specialisti scettici come il dott. Paul R. McHugh (Capo di Psichiatria alla Johns Hopkins University) che definiva il disturbo da personalità multipla una vera e propria “moda medica” e un’epidemia artificiale causata da terapeuti che suggestionavano i pazienti. Altri specialisti contestavano l’utilizzo da parte di Cornelia Wilbur di ipnosi e barbiturici, affermando che queste tecniche non facevano emergere “personalità nascoste”, ma le creavano da zero nella mente di soggetti fragili. La percezione pubblica, però, era totalmente dominata dai bestseller letterari e cinematografici che avevano letteralmente “fabbricato” il consenso attorno a questa diagnosi.
Quindi, a livello mediatico l’esistenza delle personalità multiple era data per scontata ed eletta a fenomeno di costume mentre la comunità scientifica dell’epoca era in realtà spaccata e diffidente.
Nel 2004 August Piper e Harold Merskey pubblicarono due studi (parte I e parte II) sul fenomeno delle diagnosi di personalità multiple che dimostravano che, a parità di problematica iniziale, le persone che avevano avuto una diagnosi di personalità multipla avevano un tasso di suicidio più elevato.
La svolta però arrivò solo nel 2011 grazie alla pubblicazione del libro investigativo Sybil Exposed1, nel quale, attraverso l’analisi di un’enorme mole di documenti, appunti, foto e registrazioni, emerse come la dott.ssa Cornelia Wilbur, la paziente e l’autrice del libro avessero insieme contribuito a inventare una storia che si era trasformata in un movimento culturale e aveva condizionato non solo il pubblico, ma anche la professione psichiatrica. Le vittime, nel frattempo, erano persone vere.
Altri scandali medici
Nel 1935 il neurologo e neurochirurgo portoghese António Egas Moniz, insieme al collega Almeida Lima ideò la pratica medica della lobotomia. Per questa tecnica vinse il premio Nobel per la medicina nel 1949.
Negli anni ’40, i medici americani Walter Freeman e James Watts modificarono la tecnica introducendo la lobotomia transorbitale rendendola più rapida, eseguita attraverso l’orbita oculare senza usare una vera e propria sala operatoria.
I chirurghi ritenevano che, recidendo i circuiti nervosi della corteccia prefrontale, si potessero “interrompere” i pensieri ossessivi e le risposte emotive eccessive. Nella pratica, l’intervento non curava la malattia, ma appiattiva completamente la personalità del paziente, eliminando l’ansia e l’aggressività a costo di gravi danni cognitivi, quali apatia, passività e una parziale o totale perdita delle capacità intellettive.
Si stima che, nel mondo, più di 100.000 persone siano state sottoposte a lobotomia tra la metà degli anni ’30 e gli anni ’80, con un picco assoluto tra il 1949 e il 1952.
L’avvento dei farmaci antipsicotici, la consapevolezza dei danni permanenti e la condanna etica della comunità scientifica e delle istituzioni, inclusa la revoca delle licenze mediche ai chirurghi che la praticavano come lo stesso Freeman alla fine degli anni ’60, hanno portato alla sospensione di questa pratica.
Fu invece negli anni ’80 che l’ex medico tedesco Ryke Geerd Hamer elaborò e sviluppò il cosiddetto “metodo Hamer” (noto anche come Nuova Medicina Germanica) che teorizzava che il tumore fosse il frutto di un conflitto psichico e, in quanto tale, per curarlo non bisognava intervenire sul tumore ma nella risoluzione del conflitto. Fortunatamente, la sua teoria non incontrò il consenso mediatico e dell’opinione pubblica: era priva di qualsiasi fondamento scientifico e fu considerata estremamente pericolosa dalla comunità medica internazionale. Malgrado ciò, il metodo ebbe almeno un centinaio di vittime in Europa.
Cosa ci insegnano queste storie
Innanzitutto questi episodi ci danno la possibilità di riconoscere che molti medici che seguirono queste teorie sbagliate fossero in buonafede, intenti a perseguire il bene dei loro pazienti.
Queste storie però ci ricordano che la terapia può essere iatrogena, ovvero può creare o peggiorare la patologia che intende curare.
La validazione clinica deve sempre basarsi su prove scientifiche solide e non sulle convinzioni personali del terapeuta, e nemmeno influenzata dal consenso dell’opinione pubblica.
L’intuizione clinica o l’empatia non bastano. La psichiatria e la psicologia clinica devono rimanere ancorate al metodo scientifico e alla medicina basata sulle evidenze.
Questi tristi episodi dimostrano anche che per i medici che hanno adottato e praticato questi modelli fallimentari è stato molto difficile abbandonarli, anche quando ormai ne era stata dimostrata la pericolosità.
Alla luce delle evidenze scientifiche, degli scandali della WPATH e delle testimonianze dei detransitioner, il sospetto che stiamo replicando questo schema per le diagnosi di disforia di genere potrebbe essere lecito.
- Sybil Exposed, The extraordinary story behind the famous multiple personality case, Debbie Nathan, 2011, Free Press ↩︎