Quando il peso diventa insostenibile: l’esperienza della Dott.ssa Stockton
Ad un certo punto l’attivismo ideologico è entrato nelle cliniche e ha portato i terapeuti ad “affermare” immediatamente l’identità scelta dal minore, senza indagare altre possibili patologie. Una deriva di cui è stata testimone la Dott.ssa Sara Stockton, la quale, avendo vissuto il cambiamento in atto come un’abdicazione della responsabilità clinica, si è allontanata da una professione che stava assumendo le caratteristiche di un’industria priva di tutele. Stockton racconta i momenti di dubbio, le consapevolezze arrivate troppo tardi per troppe pazienti e la sua decisione di sensibilizzare l’opinione pubblica su ciò che aveva vissuto dall’interno.
Oggi Sara Stockton è una terapeuta matrimoniale e familiare abilitata, docente, ricercatrice e supervisore clinico presso uno studio di psicoterapia a New York.
Ha iniziato la sua carriera sostenendo il metodo affermativo nel trattamento dei giovani che si identificavano come trans.
A partire dal 2008 ha contribuito alla diffusione di questo approccio formando strutture sanitarie, medici e scuole sui principi dell’affermazione di genere. Nel 2013, ha contribuito a elaborare una delle prime procedure per minori che richiedevano trattamenti per la transizione di genere basata sulla valutazione della stabilità mentale.
Influenzato dal cosiddetto Dutch Protocol (Protocollo Olandese), il suo modello si differenziava da quello per gli adulti per il forte coinvolgimento dei genitori, della scuola e dell’analisi del contesto di sviluppo precoce del bambino. Ha seguito oltre 100 famiglie e redatto molte delle prime lettere utilizzate per autorizzare interventi chirurgici su minori.
Come si è arrivati a dire sempre di sì
Nel suo percorso professionale ha osservato non solo un cambio nella tipologia di pazienti che si rivolgevano alla clinica, ma anche un radicale cambio di atteggiamento dei medici.
Le sue valutazioni originariamente includevano una quota di ragazzi che non potevano essere ritenuti idonei alla transizione perché era palese che non avessero una completa visione di quello che stava accadendo loro, ma a un certo punto si è sentita dire che “doveva dare ai pazienti quello che volevano”.
Sara Stockton ha vissuto sulla sua pelle un vero e proprio cambio di prospettiva:
se prima ci si preoccupava che la persona che voleva intraprende un percorso di transizione fosse stabile e avesse risolto le proprie problematiche di salute mentale, in seguito si era passati alla convinzione che la transizione rappresentasse la cura per quei problemi.
Sappiamo oggi quanto questa affermazione non sia supportata dai dati.
Decisioni affrettate errate: le prime evidenze
I dubbi più grandi sono arrivati vedendo bambini prendere decisioni sul proprio corpo che non potevano comprendere perché non avevano ancora vissuto le esperienze necessarie a renderle concrete.
A causa di queste decisioni non consapevoli, cominciarono ad arrivare i primi pazienti che si pentivano di aver avviato la transizione medica e che volevano tornare al proprio sesso biologico.
Il confronto con gli esiti negativi e i danni fisici e psicologici a lungo termine causati alle persone che lei stessa o i suoi colleghi avevano indirizzato alla transizione scosse profondamente le convinzioni cliniche della Dott.ssa Stockton.
Un’altra profonda riflessione sul devastante impatto emotivo e sulle pressioni estreme che le dinamiche della transizione medica esercitavano non solo sui ragazzi, ma sull’intero nucleo familiare, arrivò in occasione del suicidio di un genitore di un giovane che si identificava come transgender.
Un altro momento importante nel percorso di consapevolezza per Sara Stockton fu quando i suoi figli raggiunsero l’età scolare.
In quel periodo si rese conto di quanto anche solo la richiesta, in ogni classe, di indicare il pronome preferito provocasse nei bambini stress e confusione.
Trovava inappropriato introdurre il tema “transgender” a bambini di 10 anni e, da alcune domande del figlio, si rese conto che in classe erano stati introdotti diversi concetti che non potevano essere compresi dai bambini: il bambino infatti aveva iniziato a chiederle se gli sarebbe cresciuta una vagina durante l’estate, a che età sarebbe successo, come avrebbe potuto accorgersene.
Dopo il rifiuto la decisione di raccontare
Nel 2016 Sara Stockton reagì allontanandosi in silenzio dalla specializzazione sulla transizione di genere, e si rifugiò nella sua specializzazione originaria in terapia sessuale e familiare tradizionale.
Per anni è rimasta in silenzio per timore di ripercussioni professionali, fino a quando nel 2022 ha deciso di uscire allo scoperto e denunciare pubblicamente il sistema.
Ha partecipato a conferenze e documentari come “What is a Woman?“, con l’intento di mettere in guardia le famiglie dai protocolli affermativi e denunciare quella che definisce una “deriva ideologica” della psicologia.
L’incontro con il mondo cosiddetto gender critical ha dato alla Dott.ssa Stockton la consapevolezza che ciò che le era accaduto aveva una collocazione e che esisteva la possibilità di articolare e dibattere le sue posizioni. Tuttavia la rigidità di alcune frange di questo “nuovo” mondo le provocava grande disagio: negare l’esistenza delle persone trans o appoggiare leggi che le discriminavano la metteva in difficoltà.
Nell’intervista rilasciata a Lisa Selin Davis, Sara Stockton sostiene che la questione centrale della transizione è che nessuno può cambiare il sesso dei nostri figli.
Quando un genitore cerca un terapeuta, la domanda chiave che deve porre è: “come pensa di aiutare mio figlio su questo aspetto che non potrà mai cambiare?”.
Si deve essere consapevoli del fatto che un reale cambio di sesso non si potrà verificare: si tratta di fissare delle aspettative realistiche tra il terapista, i genitori e i ragazzi. L’affermazione finalizzata alla validazione non è un intervento terapeutico.
Sara Stockton nota come i ragazzi trovino su internet una spiegazione della loro sofferenza e la soluzione nella transizione.
In questo momento sta osservando come anche la de-transizione venga venduta come strada possibile, contribuendo a minimizzare ulteriormente i rischi di intraprendere il percorso medicalizzato. I giovani sofferenti avvertono la pressione di chi continua a dire loro che sono gli unici a sapere chi sono, in un momento di fragilità e sviluppo mentale non completo.
Le differenze terapeutiche tra il protocollo di Stockton e il modello affermativo
La tabella 1 evidenzia una differenza sostanziale tra il modello di Stockton (2012-2013) e il modello affermativo attuale, soprattutto per quanto riguarda i tempi e i criteri della valutazione clinica. Nel primo approccio, il percorso diagnostico prevedeva un periodo di osservazione prolungato, fino a due anni, e richiedeva che la disforia di genere fosse documentata fin dall’infanzia. Il modello affermativo attuale, invece, è caratterizzato da valutazioni molto più brevi, talvolta limitate a una sola seduta, e coinvolge anche giovani che non hanno avuto alcuna manifestazione di disagio rispetto al genere durante l’infanzia.
Un’altra differenza riguarda il coinvolgimento dei genitori: nel modello iniziale era considerato obbligatorio e parte integrante della valutazione, mentre nell’approccio attuale può essere limitato o anche escluso nel caso i genitori vengano consideranti non affermativi. Infine, cambia il peso attribuito alla diagnosi differenziale. Il modello iniziale prevedeva un’attenta valutazione del paziente finalizzata ad escludere dai trattamenti i casi di autismo, traumi e omofobia interiorizzata: questa fondamentale precauzione non trova spazio nel modello affermativo attuale, che tende a vedere i disturbi concomitanti come sintomi della mancata affermazione dell’identità di genere.