Curare il mondo modificando i corpi: la medicalizzazione del disagio culturale
Nel saggio di Roberto Pugliese del 2025 “Curing the World by Modifying Bodies: The Medicalization of Cultural Discomfort” viene analizzato come le società contemporanee trasformino il disagio culturale in problema clinico individuale. La sofferenza non viene letta come segnale di un conflitto simbolico, ma come qualcosa da correggere tecnicamente sul corpo.
Di seguito proponiamo gli aspetti principali del saggio
Il saggio analizza il modo in cui le società contemporanee rispondono al disagio umano trasformandolo sempre più spesso in un problema clinico individuale, invece di riconoscerne le radici simboliche e culturali.
L’autore chiarisce fin dall’inizio che il centro della riflessione non è l’identità delle persone, né la negazione della loro sofferenza, ma il dispositivo culturale che trasforma conflitti relazionali e simbolici in percorsi terapeutici sul corpo. La medicalizzazione viene descritta non come un abuso occasionale, ma come una strategia di stabilizzazione sociale che consente di intervenire senza mettere in discussione le categorie che generano il disagio.
Le terapie per la disforia di genere sono presentate come un caso paradigmatico.
Negli ultimi decenni l’ambito terapeutico si è progressivamente esteso fino a inglobare esperienze umane che non hanno una base patologica in senso stretto. Sofferenza, inadeguatezza e attrito con le norme sociali vengono sempre più spesso tradotti in linguaggio medico o psicologico. In questo processo, il contesto culturale scompare e il soggetto resta solo davanti a una diagnosi, come se il disagio fosse un difetto individuale e non il segnale di una tensione più ampia tra esperienza vissuta e ordine simbolico dominante.
Il disagio, secondo l’autore, non è di per sé una malattia, ma spesso nasce da una frizione simbolica, dal non trovare un posto riconosciuto all’interno delle categorie culturali disponibili. Quando questa distinzione viene cancellata, l’esistenza stessa viene trattata come un problema tecnico da correggere, e la comprensione viene sostituita dalla diagnosi.
Un ruolo decisivo è attribuito al linguaggio istituzionale. Termini come benessere, percorso, cura e consapevolezza vengono usati in modo apparentemente neutro, ma finiscono per anestetizzare il conflitto. Le semplificazioni necessarie a diritto e medicina per operare diventano, secondo Pugliese, verità ontologiche improprie.
Nel testo emerge con forza l’idea del corpo come superficie di compensazione. Quando una cultura non riesce a elaborare simbolicamente un conflitto, tende a spostarlo sul corpo , che diventa il luogo su cui intervenire per ristabilire un ordine che vacilla a livello simbolico. Anche se il linguaggio si è umanizzato parlando di cura e percorsi individuali, la logica resta quella di ridurre il conflitto intervenendo sull’individuo invece che sul sistema che lo produce. L’intervento sul corpo viene privilegiato perché è più rapido, visibile e controllabile, e soprattutto perché non obbliga la cultura a interrogare se stessa.
Applicando questa lettura alla disforia di genere, Pugliese sottolinea che la sofferenza non deriva semplicemente dal corpo, ma dal significato culturale rigido attribuito a quel corpo. Tuttavia, la risposta prevalente non è l’ampliamento dello spazio simbolico, bensì la modifica corporea affinché l’individuo possa rientrare nelle categorie esistenti. Le terapie ormonali e gli interventi di affermazione di genere vengono così interpretati come strumenti di compensazione culturale, chiamati a risolvere sul corpo un problema che nasce a livello simbolico.
In diverse culture non occidentali, come alcune popolazioni native nordamericane, la tradizione hijra nel subcontinente indiano o la figura dei faafafine nelle Samoa, esperienze di genere non binarie trovano un riconoscimento sociale senza bisogno di medicalizzazione. La sofferenza non scompare, ma non viene trasformata automaticamente in patologia perché esiste uno spazio simbolico che accoglie la differenza.
Pugliese descrive poi un’alternativa sistematicamente rifiutata dalle società contemporanee. Essa consisterebbe nello spostare l’attenzione dal corpo alla relazione, dalla correzione alla comprensione, dalla stabilizzazione alla consapevolezza. Applicata alla disforia di genere, questa prospettiva implicherebbe un sostegno psicologico orientato non all’adattamento rapido, ma allo sviluppo di autonomia simbolica, capace di distinguere tra esperienza personale e pressioni sociali interiorizzate. Un percorso più lento, esposto all’incertezza, ma meno vincolato a soluzioni irreversibili.
Secondo l’autore, questa alternativa viene esclusa non perché inefficace, ma perché destabilizzante. La medicalizzazione, al contrario, produce soggetti più governabili, trasforma il conflitto in protocollo e la sofferenza in indicazione terapeutica. Offrendo risposte chiare a problemi complessi, chiude lo spazio della domanda e riduce l’ambiguità, senza affrontarne il significato.
Nelle pagine finali, Pugliese osserva che una società che cura troppo non è necessariamente più attenta al benessere, ma può essere incapace di tollerare il disagio come esperienza significativa. La medicalizzazione del disagio culturale appare come il segno di una fragilità simbolica, di una cultura che preferisce modificare i corpi piuttosto che rivedere le proprie categorie di normalità, identità e benessere. Anche quando l’intervento produce sollievo, questo non equivale a una comprensione delle cause profonde della sofferenza.
La domanda che attraversa l’intero testo resta aperta e dolorosa: quando una cultura deve modificare i corpi per continuare a funzionare senza interrogarsi, chi è davvero il paziente?
Roberto Pugliese: ricercatore indipendente in filosofia della mente ed epistemologia.