ragazzo trans ferito e triste

“Mia figlia oggi ha un nome da maschio”

Mia figlia S. oggi ha 23 anni e un nome maschile.

Fin dall’infanzia, entrambe le mie figlie sono passate, insieme a me, attraverso una separazione dolorosissima ed estremamente conflittuale da un marito e padre prevaricatore e violento, costellata da interventi dei servizi sociali, reciproche querele, percorsi di mediazione familiare e di asserito supporto psicologico… Io ero pazza dal dolore, cercavo di difenderle, ma io stessa avrei avuto bisogno di difesa e aiuto.  

S. comunica di sentirsi un maschio a noi genitori nel 2017, quando già il mio matrimonio era in frantumi, poiché avevamo già passato periodi in comunità per maltrattamenti ed entrambe le mie figlie erano seguite dai servizi sociali. Gli eventi della separazione, senza dubbio, hanno segnato entrambe le ragazze, poiché anche la figlia maggiore per un periodo ha affermato di avere identità maschile: nel suo caso, è stata una cosa passeggera, mentre per S. – molto più fragile e in difficoltà – l’idea si è cristallizzata.

Nell’infanzia di entrambe nulla mi poteva far pensare che una cosa del genere potesse succedere. Senza dubbio S. è stata messa alla prova da un ciclo molto abbondante e un seno prosperoso.

Nonostante il gravissimo conflitto con il padre, per questa cosa entrambi richiediamo l’intervento di un neuropsichiatra infantile prima privatamente poi presso la sanità pubblica. A 16 anni S. viene immediatamente affermata, se pure è evidente che ha diversi problemi gravi. Nel 2020, al compimento dei 18 anni, passa ad essere seguita dal Centro Disforia per adulti, presso un noto ospedale del Nord Italia. Il procedimento di separazione da suo padre arriva a livelli di conflitto altissimi. Io non riesco a credere che S. possa essere nata nel corpo sbagliato, nulla nella sua infanzia ce lo avrebbe potuto far presagire. Il padre invece, che in fin dei conti avrebbe desiderato un figlio maschio, la afferma, e la accompagna nel percorso proposto dai medici del centro per la disforia. Al centro per la disforia non viene prestata alcuna attenzione né alla diagnosi psichiatrica formulata nel 2020 (disturbo di personalità cluster A), né all’enorme disagio psicologico di S. che, sempre nel 2020, inizia la terapia ormonale con testosterone, oltre alla terapia medicinale per il disturbo di personalità (che però segue saltuariamente, interrompendola spesso, e rifiutando la terapia psicologica).

In quel periodo vive con il padre, sostanzialmente reclusa e senza contatti sociali, perché afferma di essere assorbita dalle cure al medesimo, che si è ammalato e verrà a mancare nel 2022.

Non parla più con me, né con la sorella: ho notizie unicamente dal mio ex marito.

Dopo la morte del padre, si riavvicina a noi, anche se è sostanzialmente indipendente e, con l’appoggio dei parenti paterni, prosegue nel programma di transizione, con il cambio di genere e identità attraverso il Tribunale e, nel 2023, con la mastectomia totale bilaterale e con in programma per il 2024 l’isterectomia.

Solo che S. sta sempre male, è disfunzionale, soffre di dipendenze da alcool e sostanze e del disturbo di personalità, è affascinata dalla pornografia: è pericolosa per sé stessa sia nei momenti di euforia che in quelli di depressione, in preda agli sbalzi di umore, sente voci e ammette di avere pensieri anticonservativi. In più occasioni chiede assistenza al Pronto Soccorso (in almeno tre occasioni tra il 2022 e il 2023 i medici vorrebbero trattenerla, ma S. rifiuta il ricovero).

A fine del 2023 tenta il suicidio, e quasi riesce nel tentativo: resterà ricoverata per mesi, e da quel momento terribile io sono riuscita a riavvicinarmi a lei, a darle supporto emotivo e affettivo che finalmente accetta da me. Non importa come vuol essere chiamata, come appare, io vorrei solo che stesse meglio, che mangiasse, che le ritornasse la mente brillante che aveva da ragazzina, mentre adesso, tra medicinali e abusi, è immersa nel torpore, nella paura, nelle difficoltà

Lentamente, migliora fisicamente, si affida sempre di più, riesco a sgretolare la fiducia cieca che aveva nei medici del centro disforia (fa domanda di pensione di invalidità e la ottiene per i disturbi psichiatrici, contro il parere di questi medici che cercavano di scoraggiarla dicendo che non avrebbe potuto proseguire il percorso di transizione: cosa avrebbe da proseguire, che ha già fatto tutto e nonostante questo stava così male da decidere di mettere fine alla sua vita?).

Nel lungo periodo di degenza successivo al gesto di fine 2023, viene diminuita la dose di testosterone, perché è dimostrato che peggiora il suo disagio psichiatrico (gli sbalzi d’umore si accentuano nonostante gli stabilizzatori, diventa violenta).

Viene dimessa dall’ospedale nel 2024 ed inserita in comunità, dove si trova discretamente.

Nel periodo immediatamente antecedente le dimissioni, è così miserabile che accetta, pur di stare meglio, di conoscere una psichiatra diversa da quelli del centro disforia/ospedale pubblico, che cerca di vedere il suo dolore a prescindere dal genere, ed indagare l’enorme disagio sottostante: la dottoressa le piace moltissimo e più o meno dal periodo delle dimissioni dall’ospedale frequenta la terapia con puntualità – devo portarla io, perché da sola non ce la fa ad andare, specie nell’ultimo periodo ha paura delle persone.

Va detto che, come la domanda di invalidità, anche la terapia psichiatrica con una dottoressa privata, diversa dagli specialisti del centro disforia e dell’ospedale, è stata osteggiata moltissimo: sono arrivati a dirle che non poteva andare da un’altra dottoressa se voleva restare in comunità.

Comunque, nei limiti delle enormi problematiche che ha, adesso va un poco meglio, solo che è estremamente confusa: si trucca, usa lo smalto per le unghie, si nasconde dietro un cappello da baseball e felpe informi, è sempre a un passo da gravi dipendenze da alcool e sostanze. 

Vive tuttora in comunità, il nostro rapporto è adesso solido perché sono riuscita a superare il mio dolore enorme e ho messo al primo piano la sua sofferenza: spero di farcela ancora e sempre, e faccio il possibile perché piano piano torni ad essere serena.

Come diciamo al mio paese, andrà come vuole Dio, e spero che Dio la voglia sorridente e in salute.

Ti potrebbe interessare anche

una ragazza mascolina si guarda allo specchio

Disforia di genere e disturbi alimentari: la rilevanza della comorbilità ai fini della valutazione clinica e della tutela della persona in formazione

GenerAzioneD al V Congresso Nazionale SIRP

La psicoterapia esplorativa tra affermazione e conversione: una terza via di precauzione e appropriatezza clinica

Rassegna degli studi e degli approfondimenti sulla disforia di genere di maggio (n. 5/2026)

Assistente di GenerAzioneD Online
Ciao, posso aiutarti a trovare informazioni nel nostro archivio e fornire risposte complete alle tue domande. Cosa vuoi sapere?