Il rischio suicidio nei bambini e nei giovani disforici

Si tratta forse dell’argomento più delicato e complesso da trattare in assoluto, ma parlando di disforia di genere non si può evitare di affrontare il tema del rischio suicidio.

Aderendo alle (obsolete) linee guida ereditate dai paesi pionieri delle cure affermative di genere, che avevano cominciato a proporre la transizione anche in età pediatrica e giovanile, negli ultimi anni anche in Italia i professionisti che si occupano di disforia di genere – spesso sotto la spinta di realtà appartenenti al transattivismo – hanno adottato l’approccio affermativo, motivando la prescrizione ai minorenni di cure mediche invasive e dagli esiti incerti con la presenza di un rischio di suicidio che i fautori dell’approccio affermativo stimano addirittura superiore al 40%.

In quanto genitori di ragazzini con disforia di genere, possiamo testimoniare quanto sia frequente imbattersi (in uno studio medico, a colloquio con uno psicologo, sul web) nella convinzione che la transizione medica vada considerata un salvavita, e che un genitore contrario alla medicalizzazione precoce sia da considerare talmente transfobico da preferire un figlio morto, piuttosto che una figlia trans (o viceversa). Inutile dire che le famiglie che scelgono di non acconsentire alle terapie ormonali lo fanno per tutelare la libertà di scelta dei loro figli e la loro salute presente e futura, nella convinzione che assecondare frettolosamente la richiesta di un minore di “cambiare sesso” comporti più rischi che benefici. Davanti al ricatto della “transizione o morte” – poco veritiero e decisamente dannoso per i genitori, ma ancor di più per i ragazzi in sofferenza – molti genitori non si arrendono, e continuano a cercare strade meno pericolose e più efficaci per aiutare i propri figli a crescere sereni.

Ma cosa dice la letteratura sul rischio di suicidio? E cosa dicono i dati?

GenerAzioneD ha realizzato un approfondimento che prende in rassegna quanto pubblicato ad oggi sul rischio suicidio in relazione al disagio per il proprio genere.

Il documento completo “Il rischio suicidio nei bambini e nei giovani disforici. Una lettura critica degli studi ad oggi pubblicati” è disponibile previa richiesta compilando il modulo sotto.

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    “Il rischio suicidio nei bambini e nei giovani disforici. Una lettura critica degli studi ad oggi pubblicati” – Estratto

    Il testo fornisce un approfondimento critico sulla correlazione tra la disforia di genere e il rischio suicidio. Attualmente non vi è alcuna evidenza che colleghi il tasso di suicidalità alla disforia di genere come causa primaria, né esistono prove affidabili che l’affermazione di genere riduca tale indice. La ricerca in questo ambito è ancora lacunosa e carente, poiché mancano studi sperimentali con gruppo di controllo e non esistono studi comparativi che analizzino come questo tasso vari tra i giovani trattati con una terapia affermativa invece che con un approccio più cauto, consistente nella psicoterapia esplorativa con “vigile attesa”. Le conclusioni degli attuali studi correlazionali, inoltre, non tengono conto di una molteplicità di variabili che condizionano il rapporto fra disforia e suicidalità, non ultima la compresenza di quelle comorbilità, come l’autismo, che sovente affliggono la popolazione disforica. Le poche ricerche con gruppo di controllo a sostegno dei benefici effetti della terapia ormonale sul tasso di suicidalità (ad es. quelle di Turban) soffrono di difetti significativi, come rilevato da diversi studi, e quindi non sono attendibili, se non per formulare mere ipotesi ad oggi non provate. Questi studi in realtà dimostrano solamente che si tratta di una popolazione problematica che ha bisogno di un’ampia e attenta assistenza psicologica, che in genere non riceve. E’ piuttosto dimostrato che né la terapia ormonale, né quella chirurgica risolvono i problemi di fondo. Diffondere informazioni allarmistiche sull’aumento del rischio suicidio nel caso non si proceda a un’immediata affermazione di genere è irresponsabile, sia perché tale prospettiva non è supportata da solide evidenze scientifiche, sia perché ciò può contribuire al verificarsi del fenomeno reale e documentato del “contagio suicida”. 

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