Se la pubertà risolve la disforia nell’85% dei casi, perché bloccarla?
Il protocollo affermativo di genere, nella sua concezione iniziale, prevedeva un approccio sostanzialmente prudente: consigliava la vigile attesa per i bambini con disforia di genere, riservando la somministrazione di bloccanti della pubertà, ormoni cross‑sex e interventi chirurgici solo a casi rigorosamente selezionati, nei quali la disforia di genere si dimostrava persistente nel tempo e causa di estreme sofferenze.
Nel corso degli anni, tuttavia, la pratica clinica – promossa in modo particolare dall’associazione privata WPATH – si è evoluta verso un’applicazione più estesa e spesso indiscriminata del modello affermativo, dando rilevanza primaria all’autodiagnosi del minore. Questa espansione ha suscitato crescente preoccupazione, portando molti paesi a rivedere o limitare le linee guida iniziali.
In merito alla somministrazione dei bloccanti della pubertà, il dibattito sulla terapia affermativa nei minori con disforia di genere si presenta spesso come una contrapposizione ideologica, piuttosto che clinica.
Per valutare correttamente la questione, è necessario confrontarsi con alcune evidenze cliniche imprescindibili. Tre dati risultano particolarmente rilevanti:
- circa l’85% dei bambini con disforia prepuberale vede la condizione risolversi spontaneamente con la pubertà;
- non esistono criteri affidabili per prevedere quali casi di disforia di genere persisteranno e quali invece desisteranno;
- nei bambini sottoposti precocemente a blocco della pubertà, la disforia persiste nel 95–98% dei casi.
Considerati congiuntamente, questi dati mettono in luce come le scelte interventiste del modello affermativo non trovino un solido supporto empirico.
Ma da dove provengono questi dati e quale valore possono avere nella pratica clinica?
1. Il primo dato: la percentuale di desistenza spontanea
Il dato clinico è ampiamente riconosciuto dalla letteratura scientifica: la disforia di genere in età prepuberale tende a risolversi spontaneamente nella grande maggioranza dei casi con l’avvento della pubertà.
Le stime più frequentemente riportate nella letteratura specialistica indicano una percentuale di desistenza tra il 75% e il 95%, a seconda delle coorti e dei criteri diagnostici utilizzati.
Questo dato è consolidato, poiché non solo appare nelle ultime revisioni delle linee guida finlandesi, svedesi, inglesi e americane, ma è stato da sempre veicolato direttamente dagli studiosi che hanno creato l’approccio affermativo.
Si vedano, ad esempio, le affermazioni di Peggy Cohen-Kettenis, la creatrice del cosiddetto “protocollo affermativo olandese”, la quale nel suo studio esplicativo del modello affermativo, pubblicato nel 2008, dichiarava:
- “In entrambe le linee guida, il processo diagnostico è lungo e si svolge in più fasi. Questo è importante perché l’80-95% dei bambini in età prepuberale con GID non sperimenterà più un GID nell’adolescenza”.
- “Come accennato in precedenza, i sintomi del GID [disturbo dell’identità di genere] in età prepuberale diminuiscono o addirittura scompaiono in una percentuale considerevole di bambini (le stime vanno dall’80 al 95%). Pertanto, qualsiasi intervento nell’infanzia sembrerebbe prematuro e inappropriato” 1.
Nel 2010 la stessa Peggy Cohen-Kettenis pubblicava la prima revisione dell’approccio affermativo olandese assieme alla collega Annelou De Vries e scriveva testualmente:
- “Gli studi di follow-up hanno dimostrato che solo una piccola percentuale di bambini con disforia di genere diventa transessuale in età avanzata, che una porzione molto più ampia ha un orientamento sessuale omosessuale senza alcuna disforia di genere e che una piccola percentuale di questi bambini si sviluppa in adulti eterosessuali. Le percentuali di persistenza riscontrate negli studi iniziali erano inferiori al 10%… Studi più recenti mostrano una variazione dal 12 al 27%… Ciò implica che i bambini gender variant, anche quelli che soddisfano i criteri per il GID prima della pubertà, nella maggior parte dei casi non saranno disforici di genere in età avanzata”2.
Ancor più tranchant è Peggy Cohen-Kettenis nella pubblicazione redatta nel 2013 con l’olandese Thomas Steensma e altri colleghi, nella quale scriveva:
- “I bambini che soffrono di disforia di genere (GD), ovvero un senso di disagio dovuto all’incongruenza tra la loro identità di genere e il sesso assegnato, non continueranno a soffrire di disforia durante l’adolescenza e l’età adulta. Tuttavia, una minoranza significativa (dal 2 al 27% secondo i vari studi) continuerà a riferire GD e potrebbe richiedere servizi per il cambio di sesso in età avanzata”.3
I dati di desistenza spontanea sono quindi chiari e provengono direttamente dagli studiosi olandesi.
In Italia non esistono linee guida, però alcuni centri per il trattamento della disforia di genere nei minori hanno applicato il protocollo affermativo olandese e le linee guida WPATH, come accaduto all’Ospedale Careggi di Firenze, la cui psicologa di riferimento, Jiska Ristori, conferma anch’ella la transitorietà della disforia in una pubblicazione con l’olandese Thomas Steensma.
- “Se si considera lo sviluppo dei bambini affetti da disforia di genere, gli studi dimostrano che i sentimenti disforici finiscono per scomparire nella maggior parte dei bambini affetti da disforia di genere e che i loro risultati psicosessuali sono fortemente associati con una sessualità lesbica, gay o bisessuale che non richiede alcun intervento medico”4.
Ricercatori e clinici considerati tra i principali sostenitori dell’approccio affermativo, quindi, pur continuando a teorizzare il blocco della pubertà nei minori con disforia di genere, riconoscono unanimemente che la maggior parte dei bambini con disforia di genere non persiste nell’identificazione cross-gender dopo la pubertà.
Questo dato — la desistenza maggioritaria — costituisce dunque un punto di partenza condiviso, non una tesi marginale o controversa, e pertanto rappresenta un dato ad oggi non contestabile.
Una prima domanda sorge quindi spontanea: perché sopprimere la pubertà con i bloccanti, se è proprio l’attraversamento naturale della pubertà che risolve l’incongruenza? E come vengono individuati i bambini a cui sopprimerla?
2. Il secondo dato: l’impossibilità di prevedere la persistenza o la desistenza della disforia
Un ulteriore elemento, spesso trascurato nel dibattito pubblico, ma centrale sul piano clinico, riguarda la mancanza di strumenti affidabili in grado di predire l’evoluzione della disforia di genere nei singoli individui. Sebbene la letteratura osservazionale indichi che la disforia prepuberale sia frequentemente transitoria, non esistono criteri clinici validati che consentano di distinguere con certezza i bambini che desisteranno da quelli che persisteranno.
Numerosi autori, inclusi sostenitori dell’approccio affermativo, hanno riconosciuto che i fattori potenzialmente associati alla persistenza — come l’intensità del disagio, la coerenza cross-gender nel tempo o l’insorgenza precoce — non possiedono valore predittivo sufficiente per orientare decisioni cliniche irreversibili.
Anche in tal caso, oltre alle predette linee guida dei paesi nordici e anglosassoni, ad affermarlo sono gli stessi studiosi che applicano il modello affermativo.
I sopracitati Peggy Cohen-Kettenis e Thomas Steensma, in un loro studio del 2011 su persistenza e desistenza, consigliavano ai genitori la vigile attesa, proprio perché ritenevano che l’evoluzione dei sentimenti disforici fosse imprevedibile:
- “Considerando i nostri risultati secondo cui alcune ragazze, che durante l’infanzia vivevano quasi (ma non completamente) come ragazzi, hanno avuto grandi difficoltà quando hanno voluto tornare al ruolo di genere femminile, riteniamo che i genitori e chi si prende cura di loro dovrebbero rendersi pienamente conto dell’imprevedibilità dell’esito psicosessuale dei propri figli. Possono aiutare il bambino ad affrontare la sua variazione di genere in modo solidale, ma senza intraprendere misure sociali molto prima della pubertà, che sono difficili da invertire. Questo atteggiamento può guidarli attraverso anni incerti senza il rischio di creare le difficoltà che si verificherebbero se un bambino che ha effettuato la transizione volesse tornare a vivere nel suo ruolo di genere originale.”5
Anche l’italiana Ristori e Steensma, nella loro pubblicazione del 2016, ci spiegano che a livello individuale è impossibile predeterminare quale bambino persisterà nel sentimento disforico e quale desisterà:
- “I fattori predittivi della persistenza della GD sono stati identificati a livello di gruppo, con una maggiore intensità della GD nell’infanzia identificata come il più forte predittore di un futuro esito disforico di genere (Steensma et al., 2013). Il valore predittivo dei fattori identificati per la persistenza è tuttavia meno chiaro a livello individuale e l’utilità clinica dei fattori attualmente identificati è bassa“.6
Tale incertezza permane anche attualmente, visto che le linee guida tedesche S2k per il trattamento della disforia di genere nei bambini e adolescenti, pubblicate nel 2025, affermano quanto segue: “A tutt’oggi non è stata identificata alcuna caratteristica confermata che permetta di predire con sicurezza la persistenza della disforia di genere nell’adolescenza se diagnosticata in età prepuberale.”7
Questa incertezza prognostica è quindi attuale e ha implicazioni cliniche rilevanti.
In assenza di strumenti predittivi robusti, qualsiasi intervento che modifichi o sospenda processi fisiologici naturali espone inevitabilmente una quota significativa di minori — potenzialmente appartenenti al gruppo destinato alla desistenza — a trattamenti non necessari. Il rischio non è teorico, ma strutturale: non potendo sapere in anticipo chi avrebbe risolto spontaneamente il disagio, l’intervento precoce diventa, per definizione, non selettivo.
Di conseguenza, l’argomento secondo cui la soppressione puberale sarebbe indicata per “i casi giusti” presuppone una capacità di previsione che la letteratura scientifica attualmente non supporta.
Una ulteriore domanda merita quindi risposta: Perché gli studiosi affermativi da un lato riconoscono l’impossibilità di predire le traiettorie individuali della disforia di genere e dall’altro decidono di bloccare lo sviluppo puberale ad alcuni bambini? E come fanno a individuarli se mancano rigorosi criteri scientifici di selezione?
In un contesto prognostico così complesso, il principio di precauzione assume un ruolo centrale: quando l’esito naturale è spesso favorevole e l’evoluzione individuale non è predicibile, la prudenza clinica suggerisce di evitare interventi che possano alterare in modo permanente traiettorie di sviluppo ancora aperte.
3. Il terzo dato: la persistenza dopo i bloccanti
Accanto ai due elementi sopra rappresentati, ne esiste un terzo altrettanto rilevante, da tenere in considerazione: quando la pubertà viene farmacologicamente soppressa, la probabilità di persistenza della disforia aumenta drasticamente.
I dati disponibili indicano che tra il 95% e il 98% dei minori trattati con bloccanti della pubertà prosegue successivamente con la somministrazione di ormoni cross-sex.
A sostenerlo, ancora una volta, sono le stesse équipe che hanno sviluppato e applicato il trattamento.
Le citate studiose olandesi Peggy Cohen-Kettenis e Annelou De Vries, con il collega Thomas Steensma (co-autore della Ristori), nel loro studio del 2011 ci informano che tutti i bambini ai quali è stata soppressa la pubertà hanno poi assunto gli ormoni cross-sex.
- “Fra il 2000 al 2008… agli altri 111 adolescenti è stato prescritto GnRHa per la soppressione pubertà… nessun adolescente si è ritirato dalla soppressione della pubertà e tutti hanno iniziato il trattamento con ormoni sessuali incrociati, il primo passo dell’effettiva riassegnazione di genere”8.
Gli stessi tre autori olandesi in un’altra pubblicazione ribadiscono il dato sopra indicato. Nessuno di coloro che assume i bloccanti torna indietro.
- “Nella clinica olandese per l’identità di genere, nessuno degli adolescenti con diagnosi di GID e trattati con analoghi del GnRH si è astenuto da ulteriori procedure di trattamento o si è pentito della riassegnazione di genere”9.
Risultati analoghi vengono riferiti anche dal fronte inglese nel 2021 e precisamente da Polly Carmichael, la storica direttrice del Gender Identity Disorder Service Tavistock di Londra, clinica per la transizione di minori chiusa dal servizio sanitario nazionale inglese per aver applicato in modo “disinvolto” il trattamento affermativo a minori.
- “Riportiamo gli esiti a breve e medio termine di una coorte prospettica di 44 giovani con GD persistente e grave trattati con GnRHa con conseguente soppressione puberale dalla metà della pubertà per 1-4 anni… Alla fine dello studio, 43 (98%) hanno scelto di iniziare gli ormoni cross-sessuali, mentre un giovane ha scelto di interrompere il GnRHa e di continuare la pubertà coerentemente con il proprio sesso registrato alla nascita” 10
Anche in America, Kristina Olson, la voce principale a favore del trattamento affermativo per i bambini con disforia di genere, pubblica uno studio nel 2022, nel quale ribadisce il dato che dopo aver assunto i bloccanti praticamente nessuno desiste.
- “Un totale di 317 bambini transgender con transizione sociale binaria… Tra coloro che avevano iniziato i bloccanti della pubertà e/o gli ormoni di affermazione di genere, solo 1 era passato a vivere come cisgender”11.
La medesima situazione viene osservata anche nel 2023, quando l’olandese Chantal Wiepjes, con le colleghePeggy Cohen-Kettenis e Annelou De Vries, ha analizzato oltre 40 anni di casi trattati nella clinica di Amsterdam e ha rilevato quanto segue:
“Il presente studio si basa su una coorte retrospettiva di 1766 bambini e adolescenti della Amsterdam Cohort of Gender Dysphoria… Pochissimi hanno interrotto il GnRHa (1,4%), soprattutto a causa della remissione della disforia di genere”12.
In Italia, come ben sappiamo, non esistono dati nazionali né sugli accessi nè sugli esiti dei trattamenti affermativi, per cui per avere qualche informazione è necessario rifarsi alle interviste rilasciate dagli specialisti che applicano il modello affermativo consigliato dal WPATH.
La famosa endocrinologa dell’Ospedale Careggi di Firenze, Alexandra Fisher, nelle sue molteplici interviste ai media, ha più volte dichiarato con soddisfazione che in Italia nessuno di coloro che ha assunto i bloccanti della pubertà si è poi riconciliato con il suo sesso natale.
- “Di tutti i nostri pazienti la metà ha fatto il percorso con i bloccanti, NESSUNO di questi è tornato indietro” (03/06/2021 – Repubblica).
- “Nella nostra casistica TUTTI gli adolescenti a cui sono stati inizialmente somministrati i bloccanti hanno poi continuato con gli ormoni…” (Domanda: Vi è capitato che gli adolescenti decidessero ad un certo punto di smettere di prendere questi farmaci?) “Da noi non è mai successo. Anche altrove non capita frequentemente. In un recente studio pubblicato su un’ampia casistica di quasi settemila prese in carico dalla clinica di Amsterdam è stato riportato come solo lo 0.5% abbia deciso di sospendere il trattamento” (06/11/2021 – Repubblica).
L’entusiasmo con cui Fisher segnala che tutti i bambini selezionati per la terapia con bloccanti della pubertà hanno successivamente proseguito con gli ormoni risulta quanto meno sorprendente. In assenza di criteri rigorosi di predizione della persistenza individuale della disforia di genere, ci si chiede se la selezione sia stata basata su evidenze scientifiche o piuttosto su intuizioni personali, il cui buon esito sarà valutabile solamente negli anni a venire.
Il dato che emerge dalle predette affermazioni è estremamente preoccupante, come opportunamente segnalato dalla Cass Review inglese o dal rapporto dell’HHS americano: la soppressione puberale non funziona affatto come una “pausa neutrale”, ma come un forte predittore di medicalizzazione permanente.
Tale preoccupazione è stata recentemente condivisa anche dagli stessi autori del protocollo olandese, quando nel 2023 hanno pubblicato uno studio a firma dei soliti Cohen-Kettenis, de Vries, Wiepjes, Steensma e altri, nel quale viene affermato:
“Questa scoperta potrebbe implicare che il trattamento con GnRHa venga utilizzato come inizio di transizione piuttosto che come estensione della fase diagnostica. Solo pochi individui (1,6%) hanno interrotto il GnRHa… Tuttavia, non si può escludere la possibilità che l’avvio del GnRHa di per sé renda gli adolescenti più propensi a continuare la transizione medica… Nuovi risultati indicano che la detransizione è stata molto rara e che la maggior parte delle persone che hanno iniziato GnRHa hanno continuato con il successivo GAH”13.
Pur essendo noto, quindi, anche agli stessi studiosi affermativi che esiste un rischio evidente di favorire la persistenza della disforia di genere tramite la sospensione precoce della pubertà, tale pratica viene adottata ugualmente, privilegiando un approccio aggressivo e interventista a scapito di un modello più olistico e rispettoso del minore e sottoponendo i bambini a medicalizzazioni dalle conseguenze irreversibili.
L’ulteriore domanda che sorge è quindi la seguente: tale scelta riflette solide evidenze scientifiche o è guidata principalmente da convinzioni ideologiche?
Conclusioni: il paradosso clinico al centro della medicina di genere pediatrica
Dall’analisi congiunta dei tre dati incontrovertibili sopra esposti emerge un paradosso difficilmente eludibile.
Se tutti gli studiosi, compresi quelli affermativi, ci dicono che:
- non esistono criteri per individuare quali traiettorie individuali persisteranno o desisteranno nella disforia di genere,
- nell’85% dei casi la disforia prepuberale si risolve spontaneamente con la pubertà,
- nel 95–98% dei casi la disforia persiste quando la pubertà viene bloccata,
allora la soppressione puberale non può essere considerata un intervento neutro o meramente esplorativo. Al contrario, essa interrompe il principale processo fisiologico associato alla risoluzione spontanea del disagio.
In termini clinici, ciò equivale a impedire il decorso naturale che, nella maggioranza dei casi, conduce a una riduzione o scomparsa della disforia, sostituendolo con un percorso medico che rende la persistenza molto più probabile (Cass Review, 202414; Rapporto HHS, 202515).
Questa constatazione porta a una conclusione raramente formulata in modo esplicito: la pubertà stessa può essere considerata, nei dati osservazionali storici, il principale “trattamento” della disforia prepuberale.
La pubertà non è un evento puramente biologico, ma un processo complesso che coinvolge maturazione neuro-cognitiva, integrazione dell’immagine corporea, sviluppo della sessualità e consolidamento dell’identità.
Bloccarla significa sospendere simultaneamente tutti questi processi, senza disporre di evidenze robuste che dimostrino che tale sospensione produca un beneficio netto rispetto al decorso naturale.
Se la soppressione puberale aumenta drasticamente la probabilità di passaggio agli ormoni cross-sex — trattamenti che comportano effetti in larga parte irreversibili — la decisione di bloccare la pubertà assume un peso etico e clinico molto maggiore di quanto spesso dichiarato.
Non si tratta più di “concedere tempo per la riflessione”, ma di orientare in modo determinante una traiettoria di vita. Una traiettoria che implica dipendenza farmacologica a lungo termine, compromissione della fertilità, modificazioni permanenti della funzione sessuale, medicalizzazione cronica di un corpo altrimenti sano, sviluppo di patologie collegate ai trattamenti subiti, nonché pericolo di danni persistenti alle funzioni vitali.
Alla luce di questi dati, la domanda posta dal titolo non è retorica, ma prettamente clinica: se la disforia scompare spontaneamente nella grande maggioranza dei casi con la pubertà, perché impedire proprio quel processo?
Perché intervenire farmacologicamente per bloccare ciò che, storicamente, ha funzionato come principale fattore di risoluzione?
Rispondere a questa domanda non significa negare la sofferenza dei minori, ma riconoscere che la prudenza medica impone di non sostituire un esito naturale favorevole con una medicalizzazione permanente in assenza di prove solide di beneficio.
È su questo nodo — non ideologico, ma clinico — che il dibattito dovrebbe finalmente concentrarsi. Sempre ammesso che l’interesse di tutti sia esclusivamente quello di tutelare i minori.
(Steensma et al., 2013; Ristori & Steensma, 2016).
Cohen-Kettenis ha esplicitamente sottolineato come, allo stato attuale delle conoscenze, la traiettoria dello sviluppo dell’identità di genere rimanga in larga misura imprevedibile durante l’infanzia, rendendo problematico qualsiasi tentativo di selezione preventiva dei “casi persistenti” (Cohen-Kettenis & Pfäfflin, 2003). Analogamente, le revisioni sistematiche più recenti hanno evidenziato l’assenza di modelli prognostici affidabili, basati su biomarcatori, indicatori psicologici o pattern comportamentali stabili (Cass Review, 2024).
- Cohen-Kettenis P.T. (2008). The treatment of adolescent trans-sexuals: changing insights, in The Journal of Sexual Medicine, n. 5, pag. 1892-1897. ↩︎
- de Vries AL, Cohen-Kettenis PT. (2010). Clinical management of gender dysphoria in children and adolescents: the Dutch approach, in J Homosex, n. 59, pag. 301–320. ↩︎
- Steensma, T. D., McGuire, J. K., Kreukels, B. P. C., Beekman, A. J., & Cohen‑Kettenis, P. T. (2013). Factors associated with desistence and persistence of childhood gender dysphoria: A quantitative follow‑up study. Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, 52(6), 582–590 ↩︎
- Ristori J., Steensma T.D. (2016). Gender dysphoria in childhood, in International Review of Psychiatry, n. 28, pag. 13–20. ↩︎
- Steensma, T.D., Biemond, R., de Boer, F. & Cohen‑Kettenis, P.T., 2011. Desisting and persisting gender dysphoria after childhood: A qualitative follow‑up study. Clinical Child Psychology and Psychiatry, 16(4), pp.499–516. ↩︎
- Ristori J., Steensma T.D. (2016). Gender dysphoria in childhood, in International Review of Psychiatry, n. 28, pag. 13–20. ↩︎
- Deutsche Gesellschaft für Kinder- und Jugendpsychiatrie, Psychosomatik und Psychotherapie (DGKJP). (2025). S2k-Leitlinie: Geschlechtsinkongruenz und Geschlechtsdysphorie im Kindes- und Jugendalter – Diagnostik und Behandlung (AWMF-Registernr. 028-014, Version 1.0, 7 Marzo 2025). Arbeitsgemeinschaft der Wissenschaftlichen Medizinischen Fachgesellschaften e. V.. Citazione a pag. 49. ↩︎
- de Vries A.L.C., Steensma T.D., Doreleijers T.A., Cohen-Kettenis P.T. (2011). Puberty suppression in adolescents with gender identity disorder: a prospective follow-up study, in The Journal of Sexual Medicine 2011, n. 8, p. 2276–2283. ↩︎
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Puberty Suppression in a Gender-Dysphoric Adolescent: A 22-Year Follow-Up, in Archives of sexual behavior, n. 40, pag. 843-847. ↩︎ - Carmichael P., Butler G., Masic U., Cole T. J., De Stavola B. L., Davidson S., Skageberg E. M., Khadr S., Viner R. M. (2021). Short-term outcomes of pubertal suppression in a selected cohort of 12 to 15 year old young people with persistent gender dysphoria in the UK, in PLOS ONE, February 2, 2021. ↩︎
- Olson K.R., Durwood L., Horton R., Gallagher N.M., Devor A. (2022). Gender identity 5 years after social transition, in Pediatrics, n. 150. ↩︎
- Wiepjes C.M., Nota N.M., de Blok C.J.M., Klaver M., de Vries A.L.C., Wensing-Kruger S.A., de Jongh R.T., Bouman M.B., Steensma T.D., Cohen-Kettenis P., Gooren L.J.G., Kreukels B.P.C., den Heijer M. (2023). The Amsterdam Cohort of Gender Dysphoria Study (1972-2015): Trends in Prevalence, Treatment, and Regrets, in The Journal of Sexual Medicine, vol. 20, n. 3, pag. 398–409. ↩︎
- van der Loos M., Klink D.T., Hannema S.E., Bruinsma S., Steensma T.D., Kreukels B.P.C., Cohen-Kettenis P.T., de Vries A.L.C., den Heijer M., Wiepjes C.M. (2023). Children and adolescents in the Amsterdam Cohort of Gender Dysphoria: trends in diagnostic- and treatment trajectories during the first 20 years of the Dutch Protocol, in The Journal of Sexual Medicine, Volume 20, Issue 3, March 2023, Pages 398–409. ↩︎
- NSHE – National Health Service in England (2024). The Cass Review – Independent review of gender identity services for children and young people: Final report. ↩︎
- HHS – U.S. Department of Health and Human Service (2025). Treatment for Pediatric Gender Dysphoria: Review of Evidence and Best Practices. ↩︎