Uso problematico dei social media (PSMU) e depressione nella prima adolescenza: implicazioni per la costruzione identitaria
Negli ultimi anni, l’uso dei social media in età precoce è aumentato in modo significativo, configurandosi come un elemento strutturale nei processi di socializzazione e sviluppo psicosociale. Parallelamente, si è osservato un crescente interesse scientifico verso i potenziali effetti negativi associati a modalità di utilizzo disfunzionali, comunemente definite come Problematic Social Media Use (PSMU).
La letteratura ha evidenziato associazioni tra PSMU e diversi esiti psicopatologici, tra cui sintomi depressivi, ansia e riduzione del benessere psicologico. Tuttavia, la maggior parte degli studi si è concentrata su popolazioni adolescenziali più mature, mentre la fascia della prima adolescenza (10–14 anni) risulta meno esplorata, nonostante rappresenti una fase critica dello sviluppo.
Il recente studio “Scrolling into Silence. Social Media Engagement and its Linkage to Affective Disorders among 10–14 Years Old in Austria” (Krammer et al., 2026) si inserisce in questo contesto, offrendo un contributo rilevante all’analisi del rapporto tra uso dei social media e salute mentale nei bambini e negli adolescenti.
Risultati dello studio austriaco
Lo studio ha coinvolto un campione rappresentativo di 612 studenti austriaci di età compresa tra 10 e 14 anni, provenienti da 66 classi distribuite in 19 scuole. Il disegno metodologico ha previsto un approccio multilivello, al fine di considerare la struttura gerarchica dei dati (studenti all’interno delle classi).
Il PSMU è stato valutato mediante una versione adattata della Social Media Disorder Scale, mentre la sintomatologia depressiva è stata misurata attraverso il Depression Test for Children II (DTK-II), che identifica tre dimensioni principali: disforia, comportamento agitato e affaticamento.
Occorre precisare che nello studio il termine “disforia” è utilizzato nel suo significato psicopatologico generale, come dimensione della sintomatologia depressiva e quindi come disturbo dell’umore affine agli stati di depressione e di irritazione.
Sono state inoltre considerate variabili di controllo quali età, genere, status socioeconomico (SES) e storia familiare di disturbi depressivi.
I risultati evidenziano una associazione significativa tra PSMU e tutte le dimensioni della sintomatologia depressiva, con coefficienti di correlazione superiori a 0.4, indicativi di un effetto di entità moderata.
Le analisi multilivello confermano che il PSMU rappresenta il principale predittore dei sintomi affettivi, anche dopo il controllo per variabili individuali e familiari. In particolare:
- il PSMU spiega una quota rilevante della varianza nella disforia (fino al 35%);
- emergono associazioni significative anche per agitazione e affaticamento;
- una storia familiare di depressione risulta un ulteriore fattore di rischio.
Le differenze tra piattaforme social appaiono secondarie rispetto al ruolo centrale del PSMU, suggerendo che non sia tanto il tipo di piattaforma quanto la modalità d’uso a incidere sul benessere psicologico.
PSMU e vulnerabilità psicologica in età evolutiva
I risultati confermano che l’uso problematico dei social media è significativamente associato a una riduzione del benessere psicologico già nella prima adolescenza. Questo dato è particolarmente rilevante alla luce delle caratteristiche di questa fase dello sviluppo, caratterizzata da elevata plasticità neuropsicologica e da una crescente esposizione agli ambienti digitali.
Le associazioni osservate suggeriscono che il PSMU possa contribuire a processi di disregolazione emotiva, potenzialmente mediati da meccanismi quali confronto sociale, esposizione a contenuti idealizzati e fenomeni di fear of missing out (FOMO).
Implicazioni per i processi di costruzione identitaria
Anche nell’accezione più ampia intesa dallo studio, la disforia rappresenta uno stato affettivo negativo che può influenzare la percezione di sé, le relazioni sociali e la regolazione emotiva nei giovani.
In altre parole, la presenza di disforia legata al PSMU può interferire anche con i processi di costruzione identitaria, poiché l’adolescente in questa fase di sviluppo può interpretare e integrare le proprie emozioni come parte del senso di sé, della propria autostima e delle proprie rappresentazioni identitarie. Pertanto, le risultanze dello studio offrono spunti importanti per comprendere come il benessere emotivo interagisca con la formazione dell’identità in contesti digitali.
La presenza di stati affettivi negativi associati al PSMU, in una fase caratterizzata da elevata plasticità identitaria, può plausibilmente interagire con i contenuti veicolati dagli ambienti digitali.
In particolare, l’esposizione continuativa a contenuti ad alta salienza sociale, unita a dinamiche di confronto e validazione interpersonale, può contribuire a modulare le rappresentazioni di sé.
Tali dinamiche risultano coerenti non solo con i modelli teorici che attribuiscono ai social media un ruolo attivo nei processi di formazione identitaria, ma trovano riscontro nelle recenti revisioni indipendenti pubblicate in materia di trattamento della disforia di genere.
Correlazione fra contagio sociale e disforia di genere: chi lo sostiene?
Tralasciando i numerosi autorevoli studiosi (per tutti si citano Hilary Cass e Riittakerttu Kaltiala) che hanno evidenziato il ruolo del contagio sociale nell’insorgenza della disforia di genere, appare significativo richiamare le affermazioni di alcune delle istituzioni scientifiche più autorevoli che ne hanno riconosciuto o discusso l’esistenza, tra cui l’Accademia di Medicina Francese, il Department of Health and Human Services (HHS) americano, il National Health Service (NHS) inglese e l’Accademia Europea di Pediatria”.
- Académie Nationale de Médecine (Francia) – “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” (2022)
- “Quali che siano i meccanismi coinvolti negli adolescenti – consultazione eccessiva dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempio nell’entourage – questo fenomeno di tipo epidemico si traduce nella comparsa di casi, o anche di cluster di casi, nelle immediate vicinanze. Questa questione principalmente sociale si basa, in parte, sulla messa in discussione di una visione eccessivamente dicotomica dell’identità di genere da parte di alcuni giovani”.
- European Academy of Paediatrics (UE) – “European Academy of Paediatrics statement on the clinical management of children and adolescents with gender dysphoria” (2024)
- “le espressioni e i comportamenti atipici di genere sono sempre più riconosciuti come parte del normale sviluppo e sono influenzati da fattori familiari e sociali più ampi”.
- “…andrebbe considerato anche il ruolo dei social media, dei gruppi di sostegno e della pressione dei coetanei, nonché di quella di altre persone vicine al minore. In effetti, il ruolo dei social media non solo nella disforia di genere ad insorgenza rapida, ma più in generale nella disforia di genere e forse a prescindere nell’aumento dei problemi di salute mentale infantile, richiede una seria esplorazione accademica”.
- “L’argomentazione, inizialmente emersa dalle interviste con i genitori di giovani transgender, sostiene effettivamente che un contagio sociale alimentato dai social media porta alla GD (Gender Dyspdoria, ndr) del gruppo dei pari, riflettendo un meccanismo di coping sociale per altre questioni. La polarizzazione del dibattito successivo sarà familiare a tutti, con molti esperti e organismi scientifici critici nei confronti della ricerca e del concetto. Tuttavia, altri riconoscono la necessità di indagare a fondo su una delle poche spiegazioni offerte per i recenti cambiamenti demografici… L’EAP concorda pienamente con coloro che chiedono ulteriore comprensione, non controversia, che rappresenta la nostra posizione sulla maggior parte delle questioni coinvolte nella disforia di genere”.
- NSHE (National Health Service in England) – “The Cass Review – Independent review of gender identity services for children and young people: Final report” (2024)
- “L’impatto di una varietà di influenze e stressor sociali contemporanei (inclusa l’esperienza online) rimane poco chiaro. L’influenza dei pari è anche molto potente durante l’adolescenza”.
- “Nella tarda infanzia e nella prima pubertà, l’esperienza online può avere un effetto sul senso di sé e sulle aspettative della pubertà e del genere”.
- “I dati sulla salute mentale dei giovani, sull’uso dei social media e sull’aumento dei rischi associati ai danni online consentono di apprezzare e comprendere che attraversare l’adolescenza è sempre più difficile, con fattori di stress che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare. Questo può essere un momento in cui il disagio mentale può presentarsi attraverso manifestazioni fisiche come disturbi alimentari o disturbi di dismorfismo corporeo. È probabile che per alcuni giovani ciò si presenti come disagio legato al genere”.
- “L’influenza dei pari in questa fase della vita è molto potente. Oltre all’influenza dei social media, la Review ha ascoltato resoconti di studentesse che stringono intense amicizie con altri studenti che si interrogano sul genere o transgender a scuola, e poi si identificano come trans”
- HHS (Department of Health & Human Services USA) – “Treatment for Pediatric Gender Dysphoria: Review of Evidence and Best Practices” (2025)
- “Il ruolo del contagio sociale è un probabile fattore dei cambiamenti epidemiologici”.
- “Le ricerche sulle esperienze di detransizione e rimpianto (la detransizione si riferisce all’interruzione o all’inversione della transizione dopo aver ricevuto interventi medici e/o chirurgici; può sovrapporsi al rimpianto ma non è sinonimo di esso) hanno suggerito che il contagio o la pressione sociale abbiano avuto un ruolo nelle identificazioni transgender transitorie di alcuni pazienti”.
- “Preoccupazioni circa il possibile ruolo del contagio sociale alla base dei cambiamenti epidemiologici sono state espresse altrove nella letteratura, anche da alcuni sostenitori della transizione medica pediatrica”.
- “Come discusso nel capitolo 4, è plausibile che le influenze sociali abbiano contribuito al drastico aumento del numero di adolescenti che si sono rivolti alle cliniche di medicina di genere pediatrica (PGM) nell’ultimo decennio. Il bisogno di appartenenza e accettazione degli adolescenti può essere soddisfatto dalle comunità online e dagli spazi incentrati sull’identità. Il crescente uso di etichette identitarie come “transgender” e “non binario” tra gli adolescenti è un argomento importante per la ricerca nelle scienze sociali”.
Alla luce di quanto sopra è sorprendente come la gran parte dei professionisti sanitari e degli studiosi sostenitori dell’approccio affermativo continuino a trascurare gli allarmi provenienti da fonti scientifiche autorevoli e persistano nel negare decisamente l’influenza potenziale dei social media nello sviluppo della disforia di genere.
Ciò appare ancor più contraddittorio considerando che sono le stesse linee guida SOC8 della WPATH a contemplare esplicitamente l’eventualità di fenomeni di contagio social da parte dei social media:
- “Per un sottogruppo selezionato di giovani, la suscettibilità all’influenza sociale che ha un impatto sul genere può essere un importante differenziale da considerare”.
- “Per esempio, la relazione di un genitore/caregiver può fornire un contesto critico in situazioni in cui un giovane sperimenta un’autoconsapevolezza molto recente o improvvisa della diversità di genere e una conseguente richiesta di trattamento di genere, o quando si teme una possibile eccessiva influenza dei coetanei e dei social media sull’attuale concetto di genere del giovane”.
Negare una tale evidenza e stigmatizzare chi chiede semplicemente dati e approfondimenti scientifici è un comportamento che sfida la logica, la scienza e l’etica.