Due anni di silenzio da parte delle società scientifiche che sostengono l’uso della triptorelina: è tempo della verità.
A due anni di distanza dalla richiesta di chiarimenti di GenerAzioneD e a un anno di distanza dal secondo appello pubblico, il silenzio delle dodici associazioni e società scientifiche italiane che nel mese di febbraio 2024 hanno emesso un comunicato a favore del ricorso agli ormoni bloccanti della pubertà nel trattamento della disforia di genere continua a pesare come un vuoto grave e inspiegabile. Due anni senza una replica.
Due anni senza chiarimenti.
Due anni nei quali nessuna delle società chiamate in causa ha ritenuto doveroso rispondere nel merito a questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere.
Eppure le domande poste erano precise, documentate e circostanziate.
Riguardavano un’affermazione di enorme impatto pubblico rilasciata dalle dodici associazioni e società scientifiche: la presunta riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani trattati con il bloccante triptorelina (“dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani TGD tenta il suicidio (cfr. James SE, et al. National Center for Transgender Equality. 2016), e che la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban JL et al. Pediatrics. 2020)”.
Un dato che, secondo quanto emerso dalle verifiche e dai pareri tecnici acquisiti da GenerAzioneD (prima fra tutti a sollevare la questione), non trova riscontro nello studio scientifico di Turban citato a sostegno dell’affermazione.
In qualsiasi ambito autenticamente scientifico, osservazioni di tale portata avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso. Invece, a oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica.
Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica il cosiddetto “modello affermativo”, chiedendo standard probatori sempre più rigorosi soprattutto quando sono coinvolti minori.
Per questa ragione rinnoviamo pubblicamente il nostro invito al confronto.
Non chiediamo contrapposizioni, ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti.
Quando si parla di suicidalità minorile, ogni parola ha un peso enorme. E chi esercita un ruolo scientifico o istituzionale ha il dovere morale di garantire che le informazioni diffuse siano pienamente verificabili, corrette e comprensibili.
Il silenzio, dopo due anni, non può più essere considerato neutrale.
Per rispetto verso i giovani più fragili, verso le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico, riteniamo che un chiarimento pubblico non sia più rinviabile.
Per questo rivolgiamo oggi un appello agli Ordini professionali, al Ministero della Salute, all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, agli organi di stampa e a chiunque abbia realmente a cuore la tutela della salute pubblica e dei minori, affinché sostengano questa richiesta di chiarezza rivolta alle società scientifiche firmatarie del documento.
La questione posta è estremamente circoscritta e richiede un chiarimento altrettanto preciso e verificabile sul piano scientifico: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?