Lettera di un padre: L’inferno di Beatrice

Pubblichiamo la lettera di un papà alla figlia Beatrice, una ragazza adolescente che, come moltissime coetanee in seguito al lockdown e all’assidua frequentazione dei social network, si è dichiarata transgender cambiando look, nome e pronomi.

Ciao Beatrice,
come ci siamo trovati in questa situazione?
Facevi le scuole medie finito il lockdown, erano appena ricominciate le lezioni in presenza, ti vedevo entrare ed uscire dal bagno e mi dissi: l’ho già vista questa scena, vuoi vedere che è anoressica? Era proprio così, tua madre non ci voleva credere. Fino a pochi mesi prima eri una ragazza serena e sorridente ma con il lockdown era arrivata la difficoltà a tornare in mezzo alla gente e purtroppo anche una forma di depressione: da allora ti sei chiusa in te stessa. Cominciasti a non voler più uscire di casa, quell’estate al mare volevi stare sotto l’ombrellone tutto il tempo, e non parlavi nemmeno con le tue vecchie amiche. Ti interessava solo leggere dai social network i racconti ispirati alle fiction che ti piacevano, e ne scrivevi anche di tue. Ci sembrò una bella cosa durante le chiusure il fatto di avere un interesse per la scrittura. Ti lasciammo accesso libero a quella app sul cellulare. La dottoressa che ti seguiva allora per i disturbi alimentari disse che i social erano una bella cosa e, visto l’isolamento sociale, l’unica fonte di rapporti con i tuoi pari.

Poi si ripartì con l’ennesimo lockdown, purtroppo con te sempre più arrabbiata e triste, scontrosa, sempre più trascurata. Non mi volevi parlare più, era come se mi vedessi come un nemico.

Un giorno ci dicesti che forse eri bisessuale o forse lesbica e noi ti dicemmo che era ok, che dovevi fare le tue esperienze. Potrei mai non volerti bene perché ti sei innamorata, per esempio, della tua compagna di banco?

Poi incominciasti con i vestiti larghi e le felpe nere. Andammo al mare e non ti volevi più mostrare in costume e non capivamo perché. Un giorno scoprimmo che ti eri tagliata di proposito…
Male. Buio. 


Poi la terapeuta ci disse che non ti sentivi di essere una ragazza, per la precisione che non eri mai stata una ragazza; la dottoressa ci consigliò di passare con te un’estate serena e che ne avremmo parlato al ritorno dalle ferie, ma quando ti dicono una cosa così come fai a stare tranquillo?

La verità è che non dormi la notte. La verità è che ti chiedi qual è la tua ragione di essere come padre ed anche come uomo. La verità è che, Beatrice, tante cose perdono il loro senso quando scopri che le persone che ami stanno male.

Ricordi Beatrice quando ti ho raccontato che da ragazzino mi piaceva scrivere poesie? Ho spesso pensato a quei versi che dicono che solo quello che ami davvero rimane; quei versi che dicono che solo quello che ami è la tua eredità. E allora mi sono detto che sapere non era abbastanza, che bisognava capire.

Così ho scoperto che i social che frequentavi erano quelli delle comunità trans, ho scoperto che, come te, tante delle tue amiche online si erano auto-diagnosticate la disforia di genere, che tutte avevate cambiato nome. Che la tua storia era simile a quella di tantissime adolescenti in giro per il mondo.

Mi ha fatto male leggere che ti sentivi sola, che ti sentivi sempre più male dentro e non capivi il perché.

Il giorno del tuo compleanno ti facemmo una torta e ti offendesti perché non usammo i pronomi che adesso senti tuoi, ricordi?
Ci dicemmo che essere adolescenti è un periodo complicato, lo fu anche per me e per tua mamma. E ti dicemmo che come genitori abbiamo il dovere di dirti che le scorciatoie non vanno sempre bene e che bisogna imparare a volersi innanzitutto bene – questo è importante – e che tu non sei sola, perchè tu sei parte di noi.

E che non bisogna mai dimenticare da dove si viene se si vuole arrivare da qualche parte. Perché questa storia è partita con una ragazza – tu, che ti volevi vestire solo del TUO rosa; tu, che ti arrabbiavi quando non mettavamo in tv quel film di animazione sulla principessa che avevi già visto un sacco di volte – che è andata in depressione perché non riusciva più a socializzare, come altre ragazze che ho conosciuto, che magari non si sentivano abbastanza belle se messe a confronto con le stelle dello spettacolo, o che per un attimo non si sono sentite all’altezza.

Dunque questa storia non può finire che è il tuo corpo ad essere sbagliato, non credi? 

Ti potrebbe interessare anche

Cosa si cela in un nome? Lettera di una mamma

Alle nostre ragazze.

Perché non mi hanno fermata?

La trappola della disforia di genere