Per aiutare mio figlio, è tempo di ritrovare me stessa
La testimonianza di una madre che ha capito che per amare ed aiutare suo figlio in transizione, deve prima amare sé stessa e ritrovare la sua felicità perduta.
Libera traduzione dell’articolo di PITT “To help my son, it’s time to rediscover myself”
Dopo due anni di vita completamente sconvolti dalla dichiarazione di mio figlio di essere “trans”, mi sono resa conto che non sto bene.
Ho trascorso tutto questo tempo a leggere, ascoltare e informarmi su ogni cosa che riuscissi a trovare. Non credevo che mio figlio fosse “trans”, ma volevo essere sicura che la mia convinzione fosse fondata. Nel corso delle mie ricerche ho trovato moltissimi elementi che confermavano i miei dubbi, ma ho anche scoperto che esistono persone che, per interesse economico, alimentano e promuovono questa narrativa. Persone talmente immerse nella propria ideologia da non preoccuparsi delle conseguenze che le loro azioni possono avere sui giovani. Non solo su mio figlio, ma su migliaia di ragazzi.
Una volta che inizi a vedere certe cose, non puoi più far finta di niente o dimenticare ciò che hai scoperto.
Mi sono unita a diversi gruppi di genitori e le storie che raccontano sono incredibili. Eppure, non tutti vogliono ascoltare e ciò che sta accadendo è molto peggio di quanto avrei mai potuto immaginare.
La consapevolezza di questo genocidio sessuale degli adolescenti mi ha fatto precipitare in uno stato di profonda depressione dal quale non riuscivo più a uscire.
All’inizio ho persino pensato che il suicidio potesse essere una via d’uscita. Poi ho capito che dovevo combattere. Dovevo combattere non solo per mio figlio, ma per ogni bambino nel mondo che sta subendo questa ideologia.
I ragazzini sono vulnerabili e vengono sfruttati da avidi medici, terapeuti, chirurghi, politici ed educatori.
Nella mia lotta per proteggere mio figlio, sono cambiata anch’io. Sono talmente informata da mettere in discussione molte delle cose in cui ho sempre creduto.
Prima accettavo lo status quo. Votavo seguendo le indicazioni del mio partito. Credevo che le persone fossero buone. Mi fidavo.
Nel mio mondo è cambiato tutto.
Qualche sera fa, però, ero di buon umore. Ero di nuovo quella persona felice, ironica e un po’ buffa che ero prima che tutta questa vicenda gender rovinasse le nostre vite. Uno stato d’animo in cui non ero, da tanto tempo
La mia famiglia se n’è accorta. E ne è stata felice.
Poi ho visto mio figlio sorridere di gioia, ho visto nei suoi occhi quella luce, quella scintilla che avevo quasi dimenticato.
E quella scena mi ha colta di sorpresa.
Avevo dimenticato di quanto fossi cambiata. Mi sono resa conto che – Io non sto bene.
Ma devo stare bene per poter aiutare mio figlio a stare bene.
È stato un vero campanello d’allarme.
Se posso ritrovare la mia felicità e mostrarla a mio figlio, forse quella felicità potrà diventare contagiosa. Non aiuto né lui né me stessa rimanendo costantemente intrappolata nella tristezza.
Devo rialzarmi. Devo rimboccarmi le maniche e imparare ad apprezzare le cose belle che ho ancora nella mia vita.
Ho bisogno di farlo e posso farlo.
Devo farlo. Devo farlo per mio figlio e per me stessa.