Mia figlia ora dice di essere un maschio, cosa devo fare?

Pubblichiamo la traduzione di un articolo di Claudia Peiró pubblicato il 4 agosto su Infobae. L’esperienza dei genitori argentini, così come il loro sentire, corrispondono alle nostre di genitori italiani alle prese con la disforia di genere dei nostri figli.


Le intense testimonianze di madri di adolescenti con disforia di genere ad insorgenza rapida.

Unite nella ricerca di risposte che la dottrina di moda non ha dato loro, hanno formato un gruppo per condurre “una lotta traumatica non riconosciuta”, perché la legge svilisce la potestà genitoriale avallando il desiderio, il capriccio o il disturbo di minori confusi. La scuola e gli psicologi si piegano, alcuni convinti, altri per obbligo.

Il numero di casi di adolescenti con disforia di genere ad insorgenza rapida (ROGD) è in allarmante crescita, senza che le autorità e gli specialisti affrontino il problema con la prudenza e la serietà necessarie.

Queste madri, e anche i padri, non possono gridare apertamente il loro dramma, perché il loro è un “dolore demonizzato” – per dirla con le parole di Jordan Peterson -; l’unica alternativa che viene loro offerta è quella di assecondare le loro figlie adolescenti che, improvvisamente, da un giorno all’altro, dichiarano di essere nate nel corpo sbagliato e intraprendono una “transizione di genere” che, nel migliore dei casi, sarà solo sociale, e nel peggiore – l’incubo che non vogliono immaginare – porterà ormoni e interventi chirurgici mutilanti e sterilizzanti.

Sei membri di MANADA (Madri di ragazze e adolescenti con disforia ad insorgenza rapida) hanno dato la loro testimonianza a Infobae, in forma anonima, perché, oltre al fatto che la società non le riconosce come vittime – al contrario, le invita ad “affermare” e persino a festeggiare – hanno bisogno di preservare il legame con le loro figlie.

Tutti coloro che dovrebbero sostenerle – insegnanti, psicologi, funzionari pubblici, ecc.- sono indottrinati o intimiditi da un’ideologia che sostiene che la realtà biologica può essere negata, che si può andare avanti e indietro da un sesso all’altro, che nasconde le conseguenze irreversibili e gli effetti collaterali delle terapie di “riassegnazione del sesso”, e inculca nei bambini e negli adolescenti queste teorie poco confermate, che vengono già riviste nel primo mondo, creando scompiglio nei giovani la cui personalità è ancora in formazione e quindi vulnerabile e influenzabile, sia positivamente che negativamente.

Le storie sembrano essere sempre le stesse: ragazze molto femminili, il cui giocattolo e colore preferito erano la Barbie e il rosa, che da un giorno all’altro, nell’adolescenza, a 14, 15, 16 anni, dichiaravano improvvisamente di “sentirsi” maschi. Da qui il termine usato per indicare questi casi: disforia di genere a insorgenza rapida (ROGD).

Le testimonianze rivelano anche la stessa disperazione di madri e padri che non erano soddisfatti di questo approccio e che, nonostante il discorso quasi univoco dell’ambiente sociale – “dobbiamo accettare”, “accompagnare”, “affermare la loro identità auto-percepita”, ecc.  – hanno deciso di esplorare altre risposte e lungo la strada hanno incontrato famiglie che stavano attraversando lo stesso calvario e la stessa ricerca. È così che nel 2022 hanno costituito MANADA.

Ciò che colpisce di questo fenomeno è che riguarda soprattutto le donne. Un fatto che dovrebbe farci riflettere sulla vera natura del fenomeno stesso. L’insorgenza è quasi sempre preceduta da qualche tipo di disturbo, come anoressia, ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), depressione, difficoltà a relazionarsi con gli altri, aver subito atti di bullismo, ecc. 

Nelle storie è ricorrente anche l’influenza negativa della rete, dei manga e degli anime.

Insomma, infanzie felici, con giochi, vestiti e accessori per le ragazze; adolescenze difficili e la pandemia, con il suo lungo confinamento di scuole chiuse, il lievito che ha gonfiato e fatto esplodere questa bolla.

Valen è la figlia di mezzo di Claudia, che con altri due figli e il marito vive in Patagonia dal 2001, dove i bambini hanno avuto un’infanzia felice, libera e con gli amici, ma quando ha iniziato la scuola secondaria, racconta la madre, Valen “si è allontanata dai suoi amici, ha cambiato il modo di vestire, ha passato il tempo ad ascoltare musica e a ballare il k-pop, a disegnare esseri tristi, facce insanguinate e a navigare su social network oscuri senza il nostro consenso”.

“Un giorno, quando aveva quasi 14 anni, ci chiese di tagliare i suoi bellissimi capelli biondi lunghi quasi fino alla vita. Con il mal di stomaco abbiamo detto di sì”, ricorda Claudia, che in quel momento si è accorta che la ragazza – “fin da piccola la più femminile delle sorelle, che sceglieva sempre di vestirsi di rosa e viola” – nascondeva il seno con un binder [una fasciatura per comprimere i seni]. Ecco come la madre descrive lo shock: “Un brivido freddo mi attraversò il corpo, cominciai a farle domande finché non scoppiò a piangere e mi disse che ‘non si sentiva una ragazza’”.

Ana è la madre di Paula, oggi ventitreenne: “A 20 anni, nel bel mezzo della pandemia, da un giorno all’altro mi dice “sono un maschio” e voglio che tu usi un nome e un pronome maschile con me… questa ragazza che ha avuto un’infanzia felice, piena di amici, che giocava con le sue Barbie, i suoi costumi da principessa e i suoi film Disney, ma che nell’adolescenza è diventata introversa e non si è inserita nel suo gruppo di pari”.

“Paula soffriva spesso di ansia e depressione”, racconta Ana. Era una brava studentessa e aveva un bellissimo legame con me. È stato all’università che tutto è cominciato a crollare. Non studiava più e non si adattava ai nuovi gruppi. Si isolò sempre di più dal mondo, con grande sofferenza della madre: “Disegnava persone strane, come quelle che si vedono nei manga, cominciò a entrare nel mondo degli anime… Non ci capivo niente”.

“Mi chiamo Cintia. Sono la madre di Pedro, 19 anni, e Camila, 17. Gli anni dell’infanzia di Camila sono trascorsi senza problemi, fino all’arrivo della pandemia. Quando aveva quasi 15 anni, mia figlia vedeva meno i suoi amici, era molto presa da se stessa, disegnava personaggi, era molto interessata ai manga, i fumetti orientali.

È impossibile prevedere il dramma che sta arrivando, questa nuova epidemia transgender, incoraggiata in modo irresponsabile proprio da coloro che dovrebbero contenerla. Per questo tutti i genitori parlano di “un D-Day”, un “giorno di shock”, quello in cui il loro mondo è crollato.

Una domenica”, ricorda Cintia, “Camila mi consegnò un biglietto in cui mi diceva di ‘sentirsi un maschio’. Voglio essere chiamata Mateo”, mi disse. Mi sono sentita cadere in un abisso, confusa. Ho iniziato a indagare e mi sono imbattuta in molte informazioni: che era necessario “affermare”, rispettare la libertà dei bambini e degli adolescenti nei loro sentimenti, e così via. Qualcosa non quadrava, non quadrava con la mia Camila. Mia figlia non parla molto di ciò che le accade, si autodiagnostica solo come maschio”.

All’età di 15 anni, mia figlia Zoe ci ha detto che voleva essere un maschio“, racconta Marcelo, uno dei due padri di MANADA. Dopo lo shock iniziale, abbiamo cercato di essere il più affettuosi possibile, ma fin dall’inizio le abbiamo detto che era la nostra Zoe e che avremmo continuato a chiamarla così”.

Marcelo sperava che l’idea fosse di breve durata, ma Zoe, che ora ha 17 anni, ha mantenuto questa posizione, “sostenuta dai suoi amici e compagni di classe, e dalla scuola stessa, che è obbligata a farlo dalla legge”.

Infatti, l’articolo 12 della Legge sull’Identità di Genere stabilisce che “l’identità di genere adottata da persone, in particolare bambini e adolescenti, che usano un nome diverso da quello indicato sulla loro carta d’identità, deve essere rispettata”. Da notare come la legge obblighi gli adulti a stare al gioco dei minori: “Su loro esclusiva richiesta [ancora una volta, stiamo parlando di bambini], il nome di battesimo adottato dovrà essere utilizzato per la citazione, la registrazione, il registro, la pratica, la chiamata e qualsiasi altra gestione o servizio, sia in ambito pubblico che privato”. Questo include, si chiarisce, “quelle circostanze in cui la persona deve essere nominata in pubblico”. Con il che si finisce di legare del tutto le mani di genitori e insegnanti.

“In famiglia”, dice Marcelo, “la chiamiamo ancora tutti Zoe. Viviamo insieme in una calma tesa. Per metà del suo universo lei è Juan e per l’altra metà Zoe. Quando gli universi si incontrano, è come un film tragicomico”.

Laura è di Entre Ríos. Sua figlia Brenda era una ragazza molto tranquilla, che amava giocare alla principessa, che non era mai interessata ai giochi dei ragazzi. Era molto timida. Episodi di bullismo a scuola l’hanno resa introversa e difficile da gestire. Si è anche autoprovocata lesioni e ha avuto un brevissimo periodo di anoressia all’età di 14 anni.

“Ho scoperto che si avventurava in forum dove usavano profili falsi per insegnare ai ragazzi come tagliarsi con il bordo di un temperamatite e anche come provocarsi il vomito”, racconta Laura. “Consumava anime e manga e tappezzava la casa con disegni di elfi. Era sempre triste, anche oggi. Quando aveva 17 anni, mi ha mostrato un video, che usano per informare i genitori che si percepiscono come maschi; uno psicologo o uno psichiatra non mi ha mai dato quella diagnosi, si è autodiagnosticata attraverso la rete“.

Questa è un’altra costante delle testimonianze: l’indottrinamento virtuale, comprese le istruzioni su come dare la notizia ai genitori…

Brenda è stata presa in cura da “uno psicologo che, dopo la terza seduta, l’ha indirizzata a una clinica per il trattamento ormonale e, poiché aveva compiuto 18 anni, noi genitori non potevamo intervenire”.

Il D-day di Marianela arrivò quando la figlia più piccola, Kiara, allora quindicenne, le disse tornando a casa da scuola: “Mamma, voglio essere chiamata Caleb ed essere trattata come un maschio, perché mi sento un maschio“.

Dovette nascondere l’enorme angoscia che provava: “Avevo sentito dire che una madre dovrebbe sostenere i propri figli in queste decisioni di genere. Dovevamo ‘affermare’, e così abbiamo fatto in linea di principio. Tutta la famiglia si è unita a questa follia, ma Kiara non riusciva a superare la sua tristezza. Iniziò a praticare l’autolesionismo, i tagli sull’avambraccio che si fanno seguendo il tutorial su Internet li chiamano codice a barre. Alla terza volta l’abbiamo fatta ricoverare in ospedale e solo allora siamo riusciti a farle visitare un’equipe, uno psichiatra e uno psicologo, che finora non sono stati di grande aiuto, perché le leggi argentine, così permissive, mettono in discussione e addirittura puniscono i professionisti che osano mettere in discussione una terapia affermativa“.

L’infanzia di Kiara, oggi diciassettenne, era stata “piena di coccole, attenzioni e cure, viveva vestita come una principessa in tutte le versioni Disney”. Ma all’età di 7 anni le è stata diagnosticata l’ADHD con comorbidità oppositivo provocatoria. “A sentirlo suona terribile” dice Marianela, ma con l’aiuto di un neurologo, di uno psicopedagogista e di una terapia farmacologica con metilfenidato, sono riusciti a superare una vita quotidiana caotica, segnata dalle continue sfide di Kiara ai limiti e dalle sue oscillazioni tra rabbia ed euforia. Così hanno “navigato attraverso infanzia e adolescenza”, finché non è arrivata la pandemia e con essa l’incubo.

Questo incubo si chiama disforia di genere a insorgenza rapida (ROGD)“, spiega Marianela. Quando è iniziata, non avevamo idea che esistesse, o non ci abbiamo fatto caso perché pensavamo che non sarebbe successo a noi… Ma un giorno, la bambina con bei capelli lunghi fino alla vita, che giocava con una collezione di bambole e orsacchiotti – che ha ancora – ha visto la sua vita sociale e scolastica ridotta dalla pandemia a un computer e a un cellulare. Così è iniziato l’indottrinamento su siti web che “spiegavano” come autolesionarsi, come iniziare il discorso per “costringere i tuoi genitori ad accettarti”, come vestirsi, cosa leggere…. Improvvisamente la mia bambina, la mia principessa, ha iniziato a ripetere frasi come “sono nata nel corpo sbagliato”, “è il mio corpo, è una mia decisione”, “voglio essere trattata e chiamata maschio”; parlava di ormoni, di doppia mastectomia e di protesi peniene, mio Dio!

Durante il lockdown, “il nemico silenzioso”, come lo chiama Marianela, ha fatto il suo lavoro attraverso vari siti “molto nefasti, TRUMBLE, PONY TOWN, tutti con terminologia MATCH”, che gli adulti non conoscono ma “per gli adolescenti sono luoghi comuni”. E quando le scuole hanno riaperto e la vita sembrava normalizzarsi, il danno era ormai fatto con tutte le sue conseguenze.

Nel nostro caso, a Kiara è stato “insegnato” che, se non è contenta del suo corpo, può cambiarlo”, spiega questa madre, “le è stato detto che probabilmente sente di non adattarsi, perché in realtà è un ragazzo intrappolato nel corpo di una ragazza”.

“Le è stato insegnato a odiare le sue curve femminili, a odiare il suo nome, i suoi pronomi e a odiare chiunque osasse metterla in discussione. Si è trasformata in un essere spesso cupo e distante, senza tolleranza per la frustrazione e senza empatia per la sua famiglia”, racconta.

Ana parla anche di un “incubo” e allo stesso tempo di un viaggio “per scoprire di cosa si tratta”. E di come scoprire che altri genitori stavano soffrendo la stessa cosa sia stata la prima corda a cui aggrapparsi. “Ho conosciuto Amanda España e mi hanno messo in contatto con madri argentine che le avevano già cercate perché anche le loro figlie erano intrappolate in questa ROGD, e in questa lotta traumatica, non riconosciuta da molti che si voltano dall’altra parte”.

“Eccoci qui”, dice, “distrutti, senza riuscire a trovare punti di contatto fisici o emotivi con le nostre figlie che sono state preda di questo contagio sociale“.

E avverte anche: “Non si tratta solo di come si vestono o dei nomi maschili che usano; è o può essere molto più grave, perché una volta fatta la transizione sociale, si passa alla transizione medica – testosterone, mastectomie, isterectomie – e non si può più tornare indietro”. E aggiunge: “Io abbraccio e rispetto le persone transgender e accolgo con favore i loro diritti. Ma questa è un’altra cosa…”.

È difficile capire come tutte queste madri sentano di dover chiarire che non sono transfobiche, come se fosse necessario… ma è a questo che porta il fanatismo: ogni critica, dubbio o domanda viene squalificata con epiteti, mai confutata, chiarita o fornita di risposta.

Ana lascia un messaggio: “Forse oggi l’argomento non vi interessa, ma se non è successo a voi con i vostri figli, può succedere a voi con i vostri nipoti. Questo fa parte di un’agenda globale, a livello mondiale“.

Festeggiamenti in Messico perché il Congresso di Oaxaca ha approvato il cambio di identità di genere per i bambini (Foto: @Magaly_LopezOax).

Anche Claudia ha affrontato per la prima volta un percorso di consulenza e di ricerca di aiuto psicologico, ma non era “chiusa” su questo tema. Ricordava gli episodi di anoressia della figlia, la rabbia costante, l’angoscia di non avere amici. Ha scoperto che caricava foto osé e che sfogliava “letture inappropriate per la sua età”.

“Quando Valen ha raggiunto la quinta elementare, abbiamo scoperto che a scuola aveva cambiato il suo nome in un nome maschile e che si era autodefinita in una chat room come un ragazzo transgender”, racconta, ma nulla di tutto ciò corrispondeva alla ragazza che era stata sua figlia.

Inoltre, Claudia si chiedeva perché così tante ragazze volessero ora essere maschi: “Erano così tante che non riuscivo a conformarmi alle parole degli specialisti.” Le dicevano cose come: “Devi elaborare il lutto, ora hai un maschio”; “Un figlio vivo è preferibile a una figlia morta”; “La sessualità e il genere si costruiscono nell’adolescenza”; “Potrebbe essere una tossicodipendente e si è ridotta così”.

Luoghi comuni che sfiorano l’ignobile. Basati su una falsa premessa, promuovono la rassegnazione per costringere ad accettare come male minore quella che in realtà è una tragedia. E come se non bastasse, arrivano a minacciare con il rischio di suicidio dei figli.

Anche Claudia è arrivata ad Amanda España e a trovare informazioni e libri che mettono in guardia dai danni ai corpi sani quando iniziano la transizione. “Ho scoperto che mia figlia aveva cercato informazioni su operazioni e terapie di ormonizzazione; ho scoperto che gli adolescenti possono accedere ad autotest – ‘come sapere se sono trans’ – a lettere modello su come dirlo alla famiglia e a istruzioni su come farsi del male ‘se i tuoi genitori non assecondano i tuoi sentimenti’”.

Cintia è un’altra delle madri che, nella sua ricerca, si è imbattuta nell’associazione spagnola e nelle statistiche e nei dati scientifici che “mostrano un’enorme crescita, soprattutto di ragazze che si sentono maschi, a causa di questo contagio sociale, come poteva essere l’anoressia a un certo punto”. Nelle reti, avverte, “non si parla delle gravi conseguenze per la salute che le persone transgender subiscono per tutta la vita”.

Cintia ritiene che la psicologa di sua figlia sia stata “affermativa” e che, lungi dall’accompagnarla affinché si accettasse, si ritrovasse, l’abbia indirizzata a dichiararsi trans“.

Fortunatamente, Camila ha accettato di passare a una terapia non affermativa. “È riuscita a ritrovare la sua gioia, le sue amicizie. Chiedeva informazioni su binders, trattamenti ormonali, cambio della carta d’identità; argomenti i cui pro e contro le sono stati spiegati in terapia e finora non ha insistito. Anche se vuole ancora che i suoi coetanei la chiamino Mateo, accetta che nella sua famiglia sia Camila.”

La battaglia non è vinta. “Sono grata di essermi messa in contatto con altri”, dice Cintia. Ci rafforza essere in MANADA, poter dare visibilità a questo problema, che non smette di sorprenderci per il numero di casi”. “Quali sono gli interessi che guidano questo discorso?” si chiede.

Per Marcelo, la forza di questa lotta deriva dal “panico” per il fatto che sua figlia Zoe “possa decidere di sottoporsi a ormoni o a un intervento chirurgico; ci sono molte persone che vogliono tornare indietro e non si può tornare indietro da questo”. Neanche lui lo capiva: “L’argomento non mi andava bene… perché non va bene da nessuna parte! Niente di quello che mi dicevano psicologi, psichiatri, psicologi dell’educazione, medici e educatori mi convinceva”.

Ha trovato anche argomenti logici: “Oggi sappiamo che una parte importante e seria del mondo scientifico è contraria all’affermazione e per il bene delle nostre figlie e di tutte le bambine e le adolescenti del mondo, dobbiamo contribuire a renderla visibile”.

Quando Marianela vede Kiara mescolare “il suo spaventoso e gigantesco guardaroba buio con le borsette da bambina, la bigiotteria con cuoricini, le scarpe Guillermina con plateau e gloss rosa sulle labbra”, sa che c’è qualcosa che “questo mostro che le ha contaminato la testa non può cambiare ed è la sua essenza, che emerge quando meno se lo aspetta”.

“Gli anime”, sottolinea, “sono un altro alleato del mostro, come i manga; sembrano fumetti innocenti ma sono libri erotici, quasi pornografici, con una maliziosa romanticizzazione del comportamento aggressivo, perdendo il valore femminile”.

Da quando è successo questo”, dice, “la mia vita ha perso il suo colore, tutto è pianto, angoscia, la mia bambina è diventata un ibrido indottrinato da un’ideologia perversa tinta di falso orgoglio per una condizione sessuale. Da quando in qua bisogna uscire a celebrare l’essere etero, gay o bisessuale? L’orgoglio è sapere che sei onesto, che hai raggiunto gli obiettivi che ti sei prefissato nella vita, che i tuoi figli ti amano e ti rispettano, l’orgoglio è un’altra cosa. Ma la cosa peggiore è che una madre, affogata nelle lacrime e nella disperazione per aver cercato di far uscire sua figlia da questa confusione, deve farlo nell’ombra per non essere demonizzata o bollata come transfobica; allora il dolore è più grande, più acuto, ti toglie i progetti, il desiderio, la salute”.

“Quando è iniziato questo dramma, a noi genitori mettevano una paura terribile del suicidio delle nostre figlie – ricorda Laura – se non le avessimo affermate, saremmo stati bollati come transfobici; io sono lontana da questo, rispetto le persone LGTB, ma questa è un’altra cosa, accade a ragazze per lo più adolescenti, incoraggiate da un intero collettivo attraverso la rete”. È “un contagio sociale molto pericoloso”, aggiunge.

In effetti, non si tratta di un’altra moda, di un’altra tribù “urbana”, perché porta con sé la possibilità di danni irreversibili.

“È molto duro e doloroso vedere come una ragazza sana, ma con molti disturbi psicologici”, dice Claudia, “cada in questi disturbi a causa di un clima creato dalla rete e con politiche di identità di genere – sostenute da leggi troppo permissive – che stanno facendo scempio della vita di molte ragazze. Alla confusione e all’esplorazione della propria identità tipica dell’adolescenza, hanno aggiunto una nuova ‘esplorazione’ con un’affermazione implementata che può portarle a danneggiarsi per sempre”.

Sulla base della sua esperienza, Cintia raccomanda di non affrettare o accompagnare “per paura” gli “impulsi di ragazze che non sono abbastanza mature per decidere”, che “hanno ancora bisogno degli adulti”, perché “l’adolescenza è un periodo di significativi cambiamenti fisici, ormonali ed emotivi”, è “la strada verso la vita da adulti, e i genitori dovrebbero accompagnarle in questo sviluppo affinché possano avere una vita in equilibrio con sé stesse e con il mondo”.

“Grazie a Dio, mia figlia non ha ancora iniziato la sua transizione medica”, dice, “ma ha una psicologa affermativa”.

“Ringrazio la mia terapeuta”, dice Laura, “che mi aiuta a superare il dolore straziante di vedere mia figlia vittima di questa setta che rende la sua mente incapace di vedere la realtà, e il gruppo MANADA, in cui ci sentiamo più uniti che mai e fiduciosi perché nei Paesi in cui è iniziato questo incubo si sta già tornando indietro, perché ci sono prove scientifiche dei danni che vengono causati a bambini e ragazzi”.

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“Stiamo vivendo questo calvario da due anni”, dice Marianela. MANADA cresce ogni giorno ad un ritmo allarmante. Lottiamo perché sia reso visibile il nostro dramma che non è solo nostro, perché anche noi credevamo che una cosa del genere non ci avrebbe mai toccato, ed ora siamo qui per cercare di salvare i nostri bambini da questo esperimento sociale di cambio di sesso, che comporta terapie ormonali, mutilazioni e persino la morte. Dobbiamo sensibilizzare la società affinché una parte di una generazione non venga traumatizzata, sterilizzata e mutilata da persone che per varie e oscure ragioni vogliono andare contro la natura stessa”.

Marianela prende di mira la Legge sull’Identità di Genere, approvata in Argentina “quasi all’unanimità, senza grandi discussioni”. Credo che “pochi l’abbiano letta e, se l’hanno letta, non l’hanno messa in discussione”. Sebbene abbia “concesso diritti meritati a un settore vulnerabile e trascurato”, nella stessa misura, “sta rubando l’infanzia e l’adolescenza di un’intera generazione, scavalca i diritti dei genitori nella cura dei loro figli, o meglio figlie, perché sono donne nel 98% dei casi e con disturbi mentali preesistenti”. Inoltre, la legge implementa “punizioni severe per gli operatori sanitari ed educativi, come il licenziamento e persino l’azione penale, se osano mettere in discussione anche solo un’identità auto-percepita”.

“Una legge che garantisce che una bambina di 10 anni possa iniziare una terapia ormonale se lo chiede – 10 anni! -Marianela è indignata. A 16 anni si può cambiare la carta d’identità senza il consenso dei genitori; in altre parole, per comprare sigarette o alcolici, per farsi un tatuaggio, l’età di accesso è 18 anni, ma per modificare irreversibilmente il proprio corpo, una minorenne confusa può farlo dall’età di 10 anni”.

 Sottolinea anche il passo indietro che si sta facendo nel mondo in questo settore: “Pensiamo di essere così progressisti, generando leggi che vengono riviste in Paesi come la Norvegia, la Svezia, il Regno Unito e la Finlandia, tra gli altri, che sono stati pionieri in questo settore, a causa dei loro risultati disastrosi”. E sottolinea un deficit: “In Argentina non ci sono statistiche, non ci sono studi, non ci sono informazioni oggettive, tanto meno prudenza; ci sono interessi. A 16 anni i ragazzi votano, quindi dobbiamo dare loro tutto quello che chiedono, a prescindere dal costo”.

“Alla fine – si lamenta – a nessuno importa del dolore immenso delle famiglie. Qualcuno ha idea di cosa significhi dover spiegare a una nonna ottantenne che sua nipote indossa una fascia così stretta da toglierle il respiro per non far vedere il seno? Qualcuno sa cosa significhi addormentarsi per la stanchezza a causa del pianto o cercare di rinsavire con quello che era il tuo bambino e finire in ospedale con 210/120 di pressione? Le amiche di tua figlia all’improvviso sono ragazze con la stessa distorsione e ancora peggio, perché le loro famiglie, per ignoranza o paura, affermano. Qualcuno sa quante ragazze si ‘auto-percepiscono’ come ragazzi nella scuola dei loro figli o al club?“.

“Noi madri di figlie con ROGD stiamo scomparendo perché nessuno si preoccupa di noi”, conclude.

MANADA ha permesso loro di condividere le esperienze e di sistematizzare le informazioni disponibili su questo problema. Ispirandosi all’associazione AMANDA in Spagna, condividono esperienze e materiale scientifico che mette in discussione l’affermazione come unico modo per trattare la disforia di genere. Il gruppo è composto principalmente da madri, ma è aperto a tutti, padri, nonni, nonne, nonni…

In un testo simile a un manifesto ribadiscono le differenze biologiche immutabili tra uomini e donne, basate su dati oggettivi: cellule e genitali. “Altre differenze, tanto ovvie quanto reali, sono che le femmine umane possono gestare bambini nel loro grembo e poi allattarli. Se nella maggior parte dei casi “l’attività sessuale umana si svolge in relazioni eterosessuali uomo-donna”, esistono anche “relazioni di tipo omosessuale” che, come quelle eterosessuali, “purché si svolgano in un contesto adulto e con libero consenso, nessuno ha il diritto di opporsi”.

“Ma ci sono casi in cui le persone non si sentono a proprio agio con il loro sesso (sono nati maschi e desiderano essere femmine o viceversa). Questo disagio o disadattamento è chiamato ‘disforia di genere’. Secondo la rinomata psichiatra americana Miriam Grossman, questa disforia colpisce in media una persona su 70.000. Oggi, in Argentina, la percentuale sembra essere molto più alta. Per fare un esempio, in una scuola secondaria frequentata da 150 ragazze, ce ne sono 5 con questo disadattamento (1 su 30)“.

D’altra parte, la vera disforia di genere si manifesta quasi sempre nella prima infanzia, non nell’adolescenza; quindi, questa epidemia di casi in donne così giovani è dovuta ad altri fattori.

“La spiegazione è che si tratta di disturbi molto diversi che, per un fenomeno di contagio sociale, vengono confusi con la vera disforia di genere. Questo disturbo è chiamato Disforia di Genere a Insorgenza Rapida (ROGD), caratterizzato da un esordio improvviso, di solito durante l’adolescenza, e dopo una continua esposizione a contenuti culturali ed educativi che promuovono il cambiamento di genere”.

Questo contagio sociale ha origine nel concetto di “identità di genere”, che sostanzialmente sostiene che l’identità di genere non è legata alla biologia e dipende solo dai sentimenti di ogni persona.

“Lo psicologo canadese Jordan Peterson sostiene che una donna su dieci ha un temperamento maschile e viceversa. Ma il temperamento non ha nulla a che fare con il genere. Una donna può avere un temperamento maschile ed essere comunque una donna. Un uomo può avere un temperamento femminile ed essere comunque un uomo. Oggi si fa confusione tra temperamento e sesso/genere. È un fenomeno spontaneo? No, non lo è. Ci sono interessi in gioco. Il numero di cliniche di genere che trattano bambini negli Stati Uniti è passato da zero a oltre 100 negli ultimi 15 anni. La riassegnazione di genere è un grande business perché genera clienti per tutta la vita.

MANADA chiarisce che tutto ciò che afferma è basato su fonti scientifiche e su professionisti riconosciuti; a quelli già citati si aggiungono Luisa Gonzalez, vicepresidente del Collegio dei Medici di Madrid, e Celso Arango, responsabile della Psichiatria Minorile dell’Ospedale Gregorio Marañón della stessa città.

Ma si chiedono “su quali basi la comunità scientifica approvi l’affermazione” anche nei casi di disforia accelerata. E citano la Fundación Huésped, “con un certo prestigio acquisito negli anni ’90 per la sua lotta contro l’AIDS”, oggi “totalmente allineata con le tesi dell’identità di genere, dell’affermazione, degli interventi di cambio di sesso, della terapia ormonale, del linguaggio inclusivo, eccetera”. Sul suo sito si legge: “La terapia ormonale è un modo per adattare il corpo al genere che si percepisce, sviluppando i tratti femminili o maschili desiderati e sopprimendo quelli del sesso assegnato alla nascita“.

E MANADA ribatte: “Se il sesso fosse ‘assegnato alla nascita da terzi’, sarebbe culturale. Cosa si deve sopprimere con gli ormoni? Non ci sono altre domande, Vostro Onore.”

La sua riflessione finale è: “La vera disforia di genere è un problema molto serio e tutti coloro che ne soffrono dovrebbero ricevere il nostro amore e affetto. La falsa disforia di genere o il falso mondo trans, invece, devono essere studiati in dettaglio, tenendo conto delle altre cause che provocano questa confusione, stimolata peraltro da alcuni interessi dell’industria medica. L’affermazione precoce e i trattamenti medici interventistici in età precoce sono sicuramente un errore. Nel mondo, il numero di de-transizionisti (persone che si pentono) è in aumento e questo è molto triste.”

Per contattare MANADA: manada.arg@gmail.com

Leggi su Infobae:

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“Gay pride per bambini a Chascomús: il comune ha organizzato un workshop per ‘ripensare l’infanzia’”

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