Soli, abbandonati e a mani nude: così proteggiamo il futuro di nostra figlia

Riceviamo e pubblichiamo questa preziosa testimonianza da una coppia di genitori che sono entrati a far parte della nostra associazione.

Di seguito desideriamo condividere con voi la nostra esperienza con una figlia auto-dichiaratasi improvvisamente transgender.

PREMESSA

In premessa vorremmo chiarire che come coppia abbiamo sempre cercato di educare i nostri figli alla cultura della comprensione e dell’inclusione, al rispetto del prossimo e delle opinioni altrui, ai valori della libertà di scelta e della non discriminazione. Crediamo nel ruolo fondamentale della scuola e della sanità pubbliche e auspichiamo una società libera, aperta e laica, in cui ogni affermazione non offensiva e non limitante della libertà altrui abbia diritto di espressione e di cittadinanza.

NOSTRA FIGLIA

Nostra figlia compie 15 anni all’inizio del lock-down e fino a tale data è sempre stata una ragazza posata, tranquilla, materna e coscienziosa, con ottimi voti a scuola e una vita relazionale normale, secondo lo schema classico della ristretta cerchia di amichette del cuore.

Non ha mai manifestato alcun interesse per il mondo maschile, né ha mai lasciato trasparire atteggiamenti che potessero assimilarla all’altro sesso.

Prima del 2020 avevamo concordato con lei un uso limitato delle tecnologie informatiche. Utilizzava il pc familiare quasi esclusivamente per le ricerche scolastiche e anche l’utilizzo del cellulare era limitato ad un paio di ore al giorno, solo dopo aver terminato i compiti. L’avvento del lock-down travolge ogni barriera e sdogana l’uso smodato sia del pc che del cellulare. Le procuriamo un vecchio computer del fratello per permetterle di seguire le lezioni in DAD e per poter svolgere i compiti su supporto informatico, come richiesto dagli insegnanti. Durante la pandemia, inoltre, l’unico contatto consentito con i coetanei avviene solo attraverso la realtà virtuale, soprattutto in un territorio come il nostro che più a lungo di altri deve sopportare le chiusure totali, per cui di fatto la dotiamo inconsapevolmente di tutti i mezzi tecnologici necessari per vivere rinchiusa nella propria cameretta.

Da un giorno all’altro scompare dalla vita familiare, coltivando i suoi interessi e i propri contatti esclusivamente tramite gli apparecchi tecnologici.

IL FATTO

Alla fine dell’estate del 2021 nostra figlia, all’età di 16 anni e mezzo, decide improvvisamente di tagliarsi i lunghissimi capelli che fino a quel momento aveva portato quasi con ostinazione, ribellandosi ad ogni tentativo di accorciamento. Lì per lì accogliamo la novità come una buona notizia, interpretandolo come un sintomo di crescita adolescenziale e di indispensabile sperimentazione verso nuove forme di immagine.

Prima di Natale 2021 e poco prima di compiere 17 anni, ci riunisce e senza alcun preavviso ci comunica ufficialmente di sentirsi transgender.

La dichiarazione ci lascia esterrefatti, spaesati e turbati. Fino a quel momento ritenevamo di essere persone sensibili al tema delle cosiddette “minoranze”, avendo sempre accolto con favore ogni intervento, anche normativo, contro qualsiasi forma di discriminazione. In quel preciso istante, però, realizziamo che sul tema “trans” abbiamo gravi lacune conoscitive. Nella nostra mente avevamo sempre collegato il termine “transgender” alla sfera dell’orientamento sessuale, sovrapponendolo in toto all’accezione “transessuale”, per cui all’inizio facciamo molta fatica a comprendere i contorni della vicenda. Nostra figlia invece ha le idee chiarissime e ci spiega con dovizia di particolari, tramite l’utilizzo di termini mai uditi prima, che lei soffre di disforia di genere e che tale disturbo non attiene per nulla alla sfera sessuale, tant’è che lei stessa non è in grado di affermare se si senta attratta da persone di sesso maschile o da quelle di sesso femminile. Le problematiche della sfera sessuale al momento non rientrano nelle sue priorità, in quanto lei è attualmente impegnata a gestire un disagio che la fa sentire imprigionata in un corpo da femmina che non sente suo. Pertanto il suo desiderio più indifferibile consiste nel poter effettuare al più presto una transizione di genere, assumendo ormoni maschili, al fine di poter iniziare l’università già con la nuova identità. Si è già informata di tutto ed è a conoscenza che sono sufficienti sei mesi di terapia per ottenere il certificato di disforia di genere, dopodiché potrà iniziare la cura ormonale a vita. Ci chiede inoltre di chiamarla fin da subito con il nuovo nome maschile che ha scelto per sé. Nel giro di un pomeriggio ci troviamo catapultati in un mondo mai compreso prima e non sappiamo bene a chi rivolgerci per poter chiedere aiuto e per capirne di più.

LA REAZIONE

Le chiediamo quando tale convinzione si è radicata nel suo profondo e lei molto serenamente ci informa di aver assistito a scuola ad alcune giornate informative sul tema LGBT, tenute dal suo insegnante prediletto, grazie alle quali ha potuto riconoscere in sé la presenza dello stesso disagio che veniva qualificato dal docente come disforia di genere. Restiamo basiti, ma abbiamo bisogno di comprendere meglio sia le cause del suo malessere che la modalità di intervento più idonea, per cui fin da subito la informiamo che non aderiremo alla sua richiesta di essere appellata con altro nome, senza prima aver compreso se questo comportamento le arrechi un danno oppure un beneficio. Pertanto le annunciamo che quanto prima ci metteremo alla ricerca di un medico competente per esaminare assieme il da-farsi. Lei accetta la nostra decisione e non solleva particolari obiezioni, per cui già nei giorni seguenti cerchiamo di comprendere a chi possiamo rivolgerci.

LA RICERCA DI AIUTO SANITARIO

In prima battuta contattiamo il medico di famiglia, il quale ci confessa di non avere esperienza specifica sull’argomento, ma ci consiglia di rivolgerci ad un’associazione che assiste persone transgender. Assumiamo informazioni tramite internet e apprendiamo che tale associazione promuove a 360° la cultura LGBT. Decidiamo quindi di soprassedere, in quanto riteniamo che in questa fase abbiamo necessità di individuare una figura imparziale, che possa esaminare quanto sta accadendo da un punto di vista prettamente clinico. Prendiamo contatto con alcuni centri pubblici di supporto psicologico ai giovani, ma non ci sembrano pienamente addentro alla tematica, per cui ci rivolgiamo direttamente all’Ospedale della nostra città, dove abbiamo appreso che esiste un reparto psicologico apposito che si occupa di tali disturbi. Parliamo con il medico di riferimento, il quale ci informa fin da subito che l’approccio psicologico adottato non è di tipo esplorativo, bensì affermativo. In buona sostanza ci comunica che non vengono indagate le cause del malessere, ma si limitano ad accompagnare il paziente nel percorso di transizione, assecondandone le aspirazioni di cambiamento. Ci spiega infatti che non esistono strumenti clinici per determinare con certezza la sussistenza della disforia, per cui la tecnica adottata consiste nel porre alcune domande al paziente e valutare le sue risposte.

Se nel giovane la convinzione di appartenere all’altro genere è radicata, la certificazione richiesta viene rilasciata rapidamente e senza particolari problemi.

Altre opzioni non sono contemplate, né previste. Ci invita inoltre ad assecondare le richieste di nostra figlia, in quanto nella popolazione transgender il rischio di suicidio è più elevato che nella popolazione normale. Al termine del colloquio rimaniamo letteralmente storditi, provando un profondo sentimento di smarrimento, sconcerto e paura.

Siamo messi di fronte alla scelta se abbandonare nostra figlia al suo possibile destino suicidario oppure consegnarla a una medicalizzazione a vita con tanto di asportazioni chirurgiche. Siamo letteralmente travolti dall’angoscia e abbiamo un crollo, psicologico e fisico.

Inoltre ci sentiamo completamente abbandonati nell’affrontare una problematica di cui ci accorgiamo di non conoscere praticamente nulla. I timidi tentativi di assumere ulteriori informazioni dal web si rivelano insufficienti, in quanto facciamo molta fatica a distinguere fra una molteplicità di affermazioni contraddittorie quali siano quelle realmente affidabili. Dopo il primo attimo di sbandamento, ci ricomponiamo e decidiamo di procedere da soli, scegliendo la strada che ci sembra più giusta per nostra figlia. Le staremo vicini e le daremo il supporto psicologico di cui necessita, ma non la consegneremo nelle mani di professionisti affermativi.

Parliamo quindi con nostra figlia e le comunichiamo che avremmo intenzione di mandarla da uno psicologo esperto di giovani, ma non specificatamente di disforia di genere, in quanto riteniamo indispensabile comprendere prima di qualsiasi altra cosa se la disforia di genere sia la causa precipua del suo malessere oppure un’apparente manifestazione causata da altri disturbi, magari latenti da tempo nel profondo del suo essere. Dopo aver condiviso i nostri dubbi e le nostre paure, lei accetta, per cui ci mettiamo subito alla ricerca di un profilo simile.

LA TERAPIA PSICOLOGICA

Non avendo mai avuto a che fare con problematiche meritevoli di sostegno psicologico, non abbiamo alcun riferimento, ma dopo aver assunto varie referenze, ci rivolgiamo ad uno psicologo che ci viene raccomandato per essere riconosciuto come serio e preparato. Nel colloquio preliminare, svolto esclusivamente con noi genitori, egli ci informa correttamente di non essere esperto di disforia, per cui conferma che non rilascerà alcun tipo di certificato. Ci ascolta con attenzione e ci comunica di essere anche lui perplesso dall’improvviso outing di nostra figlia, per cui intende fare un’analisi a 360° gradi della personalità della ragazza. Ci ispira fiducia, in quando ciò che cerchiamo è proprio una persona che possa effettuare un’approfondita indagine esplorativa, senza preconcetti di sorta.

Con tali premesse, al compimento del 17esimo anno nostra figlia inizia per la prima volta la terapia psicologica. Abbiamo dodici mesi davanti, prima che possa diventare maggiorenne e agire in autonomia, per cui ci illudiamo che il fattore tempo, con l’aiuto di un approccio esplorativo ben curato, possa diventare un nostro prezioso alleato verso una miglior comprensione della situazione e verso un mitigamento del disagio da lei sofferto. Dopo un paio di mesi, non avendo avuto alcun feedback di ritorno, chiediamo un colloquio con il professionista, al fine di comprendere come stia procedendo la terapia. Lui ci concede un incontro alla presenza di nostra figlia, durante il quale tenta di comprendere ed esplorare le dinamiche familiari, più che relazionarci sull’andamento della terapia. Durante i suoi interventi lo psicologo interviene per smussare le nostre rigidità verso la scelta operata da nostra figlia e si attiva per favorire una reciproca comprensione fra le parti. Il suo intento lì per lì ci disturba e ci appare inopportuno ai limiti dell’anacronistico. Pareva tentare di arginare una situazione ordinaria di crisi familiare che nella fattispecie è tutto fuorché ordinaria, visto che il macigno del disagio disforico non consente alle parti di compiere alcun passo verso le altrui prospettive, al momento ancora severamente inconciliabili.

Da una parte c’è una ragazzina che all’improvviso desidera pervicacemente cambiare corpo il più presto possibile, mentre dall’altra ci sono dei genitori preoccupati dal fatto che assecondare incondizionatamente tale scelta possa rovinarle per sempre la vita.

Che reciproche concessioni siano al momento impraticabili è evidente a tutti, tranne che a lui. Usciamo dallo studio del professionista abbastanza demoralizzati. Nostra figlia ci confessa però di trarre beneficio dalle sedute, essendosi instaurato con lo psicologo un feeling positivo, per cui decidiamo di proseguire nel rapporto con lui, nella consapevolezza che comunque il percorso intrapreso non condurrà al rilascio di un certificato di disforia. Questo ci consente di poter sperare nel fattore tempo.

Passano i mesi estivi e, arrivato l’autunno, la situazione si fa più tesa. Da tempo le uniche notizie che riceviamo dallo psicologo sono le fatture mensili che ci arrivano sempre con puntualità disarmante. Per il resto non siamo a conoscenza se ci siano stati progressi o peggioramenti nella situazione di nostra figlia, la quale, peraltro, non pare aver mutato convinzioni e atteggiamenti. Tenuto conto che il diciottesimo compleanno si sta avvicinando rapidamente, decidiamo di intervenire e gli chiediamo un ulteriore colloquio, questa volta da soli. Lui, dopo aver ottenuto l’autorizzazione di nostra figlia, acconsente. Durante l’incontro ci comunica che nel corso della terapia non ha riscontrato alcuna patologia significativa, se non un’incapacità a riconoscere ed esprimere appieno le proprie emozioni. Ci stanno lavorando assieme e la situazione è in lento miglioramento. Chiediamo conto della disforia, ma lui si limita ad invitarci a non ostacolare il percorso di nostra figlia, qualsiasi esso sia, in quanto è fondamentale che la ragazza possa contare sul supporto della famiglia per compiere ciò che la fa sentire bene. Scopriamo in tale occasione che anche lui la chiama con il nome maschile, in quanto, dopo essersi confrontato con altri colleghi, si è convinto che la scelta terapeutica più corretta consista nell’assecondarla su tale aspetto. Questa notizia ci frastorna.

Abbiamo l’impressione che tutti gli input che nostra figlia riceve (social, amici, scuola e ora anche lo psicologo) siano monodirezionali a supporto della sua convinzione. Una vera e propria transizione sociale spinta da più parti, in ordine alla quale solo la famiglia pare invocare cautela e riflessione.

LA SCUOLA

E proprio dalla scuola riceviamo in questo periodo la stilettata più profonda e dolorosa. Eravamo a conoscenza che nostra figlia si faceva chiamare dagli amici con il nome maschile, in quanto era stata lei stessa a comunicarcelo. Ciò che non sapevamo e di cui veniamo improvvisamente a conoscenza per una fortuita casualità, è che anche l’intero corpo insegnante la chiama così già da tempo.

Gli adulti della scuola, quindi, senza informare la famiglia né premunirsi di accertare se la ragazza sia in cura psicologica o sia affetta da qualche disturbo incompatibile con una eventuale transizione sociale, hanno deciso di assecondare la sua richiesta, senza preoccuparsi minimamente di valutare le eventuali conseguenze di tale atto invasivo.

Il primo istinto è quello di catapultarci a scuola, diffidando il preside e gli insegnanti a sospendere immediatamente un simile comportamento. Ci imponiamo però una pausa di riflessione, poiché mancano poche settimane al compimento della maggiore età e pochi mesi al conseguimento del diploma. Da un lato temiamo che le nostre rimostranze possano esporre nostra figlia a situazioni di imbarazzo, di ritorsione o di pubblico ludibrio, dall’altro non riusciamo a prevedere quale potrà essere la stessa reazione di nostra figlia di fronte ad un nostro attacco all’istituzione scolastica. Potrebbe reagire male e rivelarsi meno collaborativa o più ostile verso il percorso concordato che con tanta fatica siamo riusciti a portare avanti e questo aggraverebbe la già fragile situazione. Ci sentiamo appesi a un filo sottile e temiamo che qualsiasi variazione dello status quo possa produrre un’accelerazione improvvisa verso il percorso di transizione, come una sorta di ripicca a un nostro eventuale affondo non gradito. Pieni di dubbi e forse sbagliando valutazione, decidiamo di non fare nulla e di rimandare qualsiasi azione a dopo il conseguimento del diploma.

LA MAGGIORE ETA’

Se nei primi mesi della terapia di nostra figlia avevamo acquisito un minimo di fiducia, perché la notavamo un minimo rasserenata, viviamo i mesi precedenti al compimento della maggiore età con crescente angoscia e nervosismo.

La paura che dopo il diciottesimo compleanno possa intraprendere una strada autonoma ci sta erodendo l’anima.

Ci buttiamo a capofitto in internet alla ricerca di informazioni, come a ricercare un qualche aiuto non ben definito. Prendiamo anche la decisione di prendere il toro per le corna e di affrontare nostra figlia, organizzando con lei degli incontri a tre, al fine di confrontarci sul tema della disforia. Desideriamo comprendere meglio il suo punto di vista e parimenti ci teniamo ad esporle il nostro. La vigile attesa dei mesi precedenti, nella speranza che il trascorrere del tempo o la cura psicologia migliorassero la situazione, non ha sortito effetti, per cui ci siamo convinti di dover agire in prima persona e in fretta. Nel corso del primo incontro familiare ci rendiamo subito conto che lei è intrisa di convinzioni pseudo-scientifiche, certamente desunte dal mondo social, che ritiene siano dati di fatto inconfutabili: le terapie sono tutte reversibili, non hanno effetti collaterali dimostrati scientificamente e, quel che più conta, procurano beneficio ai pazienti. Fine dei discorsi.

L’APPROFONDIMENTO SCIENTIFICO

Al fine di controbattere le sue certezze, iniziamo a intraprendere uno studio matto e disperatissimo, scremando le miriadi di studi sul tema e privilegiando i documenti ufficiali redatti dai Servizi Sanitari Nazionali dei vari paesi. Almeno possiamo discutere con lei di qualcosa che non sia opinabile o smentibile. Nel corso delle nostre ricerche apprendiamo che tutto il mondo occidentale applica per il trattamento della disforia di genere il cosiddetto protocollo olandese. Questo documento è stato elaborato negli anni novanta a seguito di studi condotti su una platea composta quasi esclusivamente da bambini maschi, che hanno sviluppato la disforia di genere fin dalla tenerissima età, che l’hanno consolidata durante la pubertà e che hanno aggravato nel tempo il loro disagio rimanendo insensibili alle terapie diverse da quelle ormonali. Per tale coorte di pazienti il protocollo olandese prevede che vengano somministrati nel periodo pre-puberale gli ormoni bloccanti della pubertà, nel periodo adolescenziale gli ormoni dell’altro sesso e alla maggiore età la terapia chirurgica di asportazione di seni e ovaie per le femmine e degli organi genitali per i maschi. Scopriamo che la terapia ormonale dell’altro sesso è da effettuarsi a vita e che gli ormoni bloccanti della pubertà sono medicinali off-label, cioè somministrati ai bambini per un uso diverso rispetto a quello per i quali sono stati autorizzati (cura della pubertà precoce e castrazione chimica per i pedofili). Apprendiamo anche che nei paesi anglosassoni si è sviluppato un florido business attorno al disagio della disforia, specialmente negli USA, dove negli ultimi anni hanno iniziato a proliferare una miriade di cliniche private interventiste.

Veniamo però anche a conoscenza che tutti i paesi europei precursori di tale metodologia, come l’Inghilterra e i paesi nordici, stanno tornando sui propri passi, in virtù della presa di coscienza che nel procedimento terapeutico fin qui adottato sussistono notevoli elementi contraddittori.

Il primo aspetto critico riguarda l’osservazione che l’attuale platea di giovani affetti da disforia è completamente diversa da quella studiata nel protocollo olandese, in quanto composta per la parte preponderante da ragazze che hanno manifestato improvvisamente la disforia durante l’adolescenza, senza alcun preavviso o segnale premonitore. Si tratta della cosiddetta “disforia di genere ad insorgenza rapida” le cui cause di comparsa non sono note.

Il secondo aspetto riguarda il fatto che alcuni autorevoli studi recenti hanno accertato che il disagio disforico nell’80% dei casi scompare da solo dopo l’adolescenza, senza alcun intervento terapeutico. Il terzo prende atto che è in crescente aumento il numero dei cosiddetti detransitioner, cioè di coloro che si pentono della scelta di transizione, e che tale numero, visto l’allargamento della platea attualmente trattata, sarà destinato a crescere in modo esponenziale in futuro. Il quarto aspetto, infine, osserva che gli effetti di tali terapie sono totalmente o parzialmente irreversibili e che ad oggi non esistono studi consolidati sugli effetti a lungo termine dei trattamenti. A causa di tali incertezze cliniche, alcuni Stati europei hanno imposto ai loro operatori sanitari una pausa di riflessione se non un vero e proprio dietro-front, in quanto si sono resi conto che i rischi sono attualmente maggiori dei benefici.

Ci rendiamo conto anche che in Italia la situazione prosegue allegramente sul binario della vecchia e inadeguata metodologia olandese, senza che sia possibile sollevare dubbi di sorta o invitare medici e sapienti alla cautela diagnostica. Nel nostro Paese il fronte dell’approccio affermativo è agguerrito e compatto e qualsiasi voce dissonante viene puntualmente stroncata dalla ghigliottina dell’ideologia dominante. Il dissenso non è ammesso, nemmeno quello scientifico.

GenerAzioneD

È in questo periodo che, durante una delle furiose maratone di auto-apprendimento in internet, scopriamo l’esistenza del sito GenerAzioneD, nonché della dolcissima e instancabile Elisa che con i suoi video su Mondo nuovo 2.0 perpetua la propria motivata denuncia contro i bloccanti della pubertà e le terapie ormonali, a salvaguardia dei bambini indifesi e degli adolescenti confusi.

Non solo il sito di GenerAzioneD si presenta come una fonte inestimabile di approfondimento, ma offre anche una rete di supporto e di confronto per tutti quei genitori che, come noi, sono stati improvvisamente travolti da tale accadimento e si sono ritrovati soli, abbandonati dalle istituzioni e senza alcuno strumento se non le mani nude per poter proteggere i propri figli dalle cannonate dell’ideologia affermativa.

Scopriamo che ad alimentare il sito non sono altro che genitori come noi che, una volta presa coscienza della loro solitudine, hanno deciso di riunirsi e di impegnarsi quotidianamente in questo progetto, con un unico obiettivo in testa: far conoscere la verità su quando sta accadendo.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Il percorso che abbiamo intrapreso con nostra figlia è ancora in atto. Lei sta continuando la terapia psicologica non affermativa alle scadenze prestabilite e parallelamente ci incontriamo fra noi per approfondire specificatamente gli studi più recenti in materia di disforia o relativi ad argomenti connessi. Abbiamo ad esempio sviscerato gli studi sulla formazione del cervello nell’età adolescenziale, verificando assieme a lei come tutti gli scienziati siano concordi nell’affermare che il cervello umano completa la propria formazione solo dopo i 25 anni, mancando nell’età adolescenziale proprio quella capacità previsionale che consente di fare scelte ponderate e mature.

Non sappiamo quanto di ciò di cui discutiamo e leggiamo assieme riesca a scalfire le sue certezze, ma speriamo che qualche granello di dubbio possa incastrarsi nell’ingranaggio delle sue convinzioni assolute, contribuendo a favorire un percorso di riflessione o perlomeno a rallentare la folle corsa verso la transizione.

Un aspetto ci riteniamo a ribadire. Non siamo due genitori negazionisti della fenomenologia transgender. Siamo consapevoli della sofferenza che si cela in nostra figlia e in ogni giovane che vive in questa condizione di percepita inadeguatezza, ma riteniamo che prima di intraprendere un qualsiasi percorso irreversibile sia necessaria un’indagine esplorativa adeguata, un percorso terapeutico lungo e approfondito, una maturazione psicologica compiuta e un’informazione onesta sugli effetti collaterali delle terapie mediche che vengono proposte.

Tutto questo oggigiorno non avviene nel nostro paese, sia perché la massiva spinta ideologica oscura la visione delle barbarie in atto, scambiando quella che è una vera e propria medicalizzazione a vita per il mero esercizio di un diritto, sia perché ad oggi non esistono studi di follow-up consolidati che possano fornire informazioni certe su benefici e rischi di tali procedure. In una situazione come quella attuale, in cui l’incertezza regna sovrana, riteniamo che qualsiasi intervento medico debba seguire il principio guida che da sempre regola la medicina millenaria: “primum non nocere”.

ERRORI FATTI

Essendo ancora all’interno del guado non siamo in grado di stabilire se ciò che abbiamo fatto è corretto o sbagliato.

Possiamo però affermare con certezza che tutto ciò che abbiamo intrapreso è stato solo per amore di nostra figlia. Come tutti i genitori che sono stati travolti improvvisamente da questa realtà, continuiamo quotidianamente a dibatterci su cosa sia meglio per lei.

All’inizio eravamo completamente spaesati. Da un lato pendeva su di noi la spada di Damocle del pericolo di suicidio ventilato dai medici, a fronte del quale molti genitori si sentono di fatto costretti ad assecondare incondizionatamente le percezioni e le aspettative dei loro figli verso una rapida transizione. Dall’altro lato avevamo ben chiaro che nostra figlia non aveva la maturità e l’esperienza necessarie per poter compiere scelte irreversibili di tale portata, il cui rischio di pentimento porterebbe in grembo anche l’inevitabile recriminazione verso i genitori, rei di non aver impedito una scelta adolescenziale azzardata.

All’interno di questa forbice tagliente, le cui lame affilate propongono di scegliere fra la morte del proprio figlio o la medicalizzazione a vita, tutti i genitori rimangono inevitabilmente stritolati, così come è successo a noi. Di fronte a tali opzioni diaboliche che il sistema propone ostinatamente come uniche possibilità contemplate, abbiamo deciso di optare per una terza via.

Non ci siamo fidati dell’ideologia dominante e ci siamo messi a studiare, scoprendo che l’aut-aut proposto in tali termini non ha alcun senso di esistere.

La comunità scientifica internazionale è infatti concorde nel ritenere che il rischio suicidario è più elevato nei pazienti disforici per il semplice fatto che tale disagio nella stragrande maggioranza dei casi si accompagna ad altre comorbilità che affliggono il paziente. La dimostrazione è data dalla circostanza acclarata che il rischio di suicidio risulta essere enormemente più elevato anche tra gli adulti transgender che hanno già completato la transizione chirurgica. Molte recenti analisi dimostrano invece che, nonostante il maggior rischio iniziale, programmi specifici possono efficacemente ridurre tale evenienza, come i fattori protettivi che si concentrano sulla promozione dell’autostima e del benessere emotivo attraverso il miglioramento delle relazioni familiari oppure come l’attuazione di un approccio multimodale e olistico al trattamento della disforia. In tale quadro delicato la mancata discussione delle alternative alla medicalizzazione e la promozione di affermazioni infondate, secondo cui il suicidio è l’inevitabile alternativa alla transizione medica, tolgono ai pazienti l’opportunità di esplorare altre strategie di gestione.

Noi abbiamo deciso di intraprendere una strada diversa, in solitudine, e per questo molto più rischiosa. Ci siamo chiesti quale fosse il nostro ruolo e quale fosse il bene di nostra figlia e abbiamo convenuto che la nostra scelta doveva indirizzarsi verso il principio di protezione e tutela, salvaguardandola da possibili errori irreversibili.

Con una maggior consapevolezza iniziale del fenomeno, avremmo forse potuto attuare anche scelte più drastiche, come l’allontanamento dall’ambiente scolastico che ha favorito fortemente l’affermazione di genere oppure il cambiamento di città, per scollegarla da un habitat eccessivamente invasivo. Fosse stata più giovane avremmo potuto attuare anche limitazioni all’accesso a internet o a determinati social e avremmo potuto invogliarla a frequentare gruppi più sani in presenza, come quelli in ambito sportivo. Purtroppo da un lato la sua età non ha permesso scelte troppo drastiche, dall’altro occorre osservare che la nostra consapevolezza è maturata gradualmente, anche per la materiale impossibilità di confrontarci con chi ne sapeva di più o con chi ci era già passato prima. Almeno fino alla scoperta di GenerAzioneD.

Nonostante l’aiuto fondamentale che l’associazione ci ha dato, questo anno e mezzo è stato letteralmente devastante e ci ha segnato profondamente. Non siamo più le persone di prima. Qualcosa dentro di noi si è spento per sempre. Abbiamo perso gran parte del desiderio vitale e abbiamo accantonato tutto per concentrarci ossessivamente nel disperato tentativo di salvare nostra figlia. Proviamo quotidianamente un dolore così profondo per quanto sta accadendo a lei e a mille altri ragazzi come lei, che non abbiamo pace. Siamo tormentati, di giorno e di notte. Tutto ci appare insignificante.

Un macigno enorme ha travolto la nostra famiglia e noi ogni giorno ci rimbocchiamo le maniche nel tentativo invano di spostarlo. Il pensiero che quanto ci è accaduto stia contemporaneamente palesandosi anche all’interno di numerose altre famiglie ci strazia e non ci concede pause. Dobbiamo spostare quel masso, anche se la nostra spinta sembra affievolirsi ogni giorno che passa. Proprio per effetto di questa condizione di impotenza dolorosa ci appare intollerabile sia il comportamento superficiale delle autorità sanitarie di fronte a un simile devastante disagio, che quello di coloro che si ergono a paladini dei diritti civili, la cui principale forma di espressione si palesa tra l’etichettatura transfobica dei genitori in disaccordo con l’approccio affermativo e la minimizzazione della loro immensa sofferenza.

Tutti pensano solo a salvaguardare la propria posizione ideologica e nessuno pensa a salvare i ragazzi e le loro famiglie dall’abisso.

APPELLI

Questa è sostanzialmente la nostra storia, molto simile a quella di altri genitori.
A conclusione di questo lungo racconto non desideriamo dare consigli, bensì rivolgere qualche appello accorato, in ragione della nostra sofferta esperienza, peraltro non ancora conclusa.

Rivolgiamo un appello sincero ai genitori con figli disforici, invitandoli a restare uniti e a supportarsi a vicenda. Li esortiamo a rimanere vicini ai propri figli in sofferenza, a ricoprirli di cure, affetto e attenzioni, senza sminuire il loro malessere. L’amore forse non riuscirà a guarire il loro disagio, ma certamente non procurerà loro danno. Spiegate le vostre ragioni, liberando tutta la passionalità che il vostro cuore cela nel suo profondo. Magari non accetteranno la vostra visione, ma certamente ne comprenderanno le motivazioni sincere e i fini amorevoli. Sulla scelta del percorso da seguire, invitiamo i papà a fidarsi ciecamente dell’istinto della loro dolce metà: il cuore di mamma non sbaglia e sa sempre cosa è meglio per la propria creatura.

Desideriamo anche rivolgere un appello a presidi e insegnanti. Informatevi, studiate, approfondite con sguardo metodologico e scevro da condizionamenti questa drammatica tematica dalle mille sfaccettature. Avete nelle vostre mani le vite dei nostri figli e altri educatori hanno in mano quelle dei vostri. Non siate superficiali e non prendete iniziative in autonomia senza aver prima ponderato ogni aspetto e concordato ogni singolo passo con le famiglie. Leggete attentamente la Costituzione italiana e la dichiarazione dei diritti dell’uomo e scoprirete che voi rappresentate un attore importante del percorso formativo dei giovani, ma non detenete alcun diritto di sostituirvi alle famiglie, anche se talvolta vi sembrano inadatte al ruolo educativo che compete loro. Non siate arroganti e cercate sempre di esercitare garbatamente il vostro ruolo in modo etico, ragionevole e misurato, ricordando sempre la grande influenza che esercitate nei confronti delle giovani anime in evoluzione che vi sono state affidate da quelle stesse famiglie che non dovete mai escludere.

Non possiamo poi esimerci dal lanciare un appello a tutti i professionisti sanitari coinvolti da tale tematica e a tutte le istituzioni che offrono servizi clinici o che sovraintendono al corretto esercizio della professione medica. Applicate al trattamento della disforia di genere gli stessi principi e le stesse cautele che adottate per qualsiasi altra patologia medica che abitualmente trattate, ricorrendo alla medicalizzazione solamente in casi estremi e necessari. Se non desiderate farlo per il giuramento di Ippocrate, fatelo almeno per le vostre tasche. Le cause da parte dei detransitioner di qui a poco fioccheranno copiose e voi sarete il loro primario obiettivo. Un appello lo inviamo anche al governo e alle istituzioni, affinché non facciano esercizio di immotivata supponenza e abbiano invece la lungimiranza di prendere esempio dai paesi che per primi si sono dovuti confrontare con questo fenomeno. Sospendete immediatamente i protocolli in uso e attendete l’esito delle revisioni che si stanno adottando altrove. Le giovani generazioni italiane non meritano di essere trattate con tanta acrimonia.

Un invito lo vorremmo rivolgere anche alle associazioni LGBT e a tutti coloro che, come noi, sono contrari a qualsiasi forma di discriminazione. Non siate accecati dal furore ideologico e ponetevi in posizione di ascolto verso le esperienze di chi vive in prima persona una condizione di disagio, siano essi i giovani o le loro famiglie. Di fronte a qualsiasi dolore è necessario approcciarsi con rispetto, per cui siate voi i primi a stroncare con decisione le forme oltraggiose che troppo spesso albergano nella gran parte dei social. Apritevi senza remore al confronto costruttivo e fate completo esercizio di sincerità su cosa comporta effettivamente il percorso di transizione, evitando di incanalare le vostre indiscutibili buone intenzioni verso un percorso ambiguo, intriso di futuri rimorsi.

Rivolgiamo infine un ultimo accorato pensiero a Elisa del canale YouTube Il Mondo Nuovo 2.0 e a tutte le persone che di giorno e di notte lavorano nell’ombra per il sito di GenerAzioneD. Non finiremo mai di ringraziarvi. Siete grandi, siete uniche, siete forti, tenaci, energiche, instancabili, commoventi, mai dome.

Comunque vada a finire, ci avete salvato dal baratro e ci avete donato la forza per combattere ostinatamente senza remore a tutela dei nostri figli e di tutti i figli di questo distratto e negligente Paese. La verità su quanto sta accadendo sulla pelle dei bambini e dei ragazzi non può più essere sottaciuta. E noi siamo qui per urlarla assieme a voi. Ora e sempre. Un indomito megafono contro la tragedia delle buone e delle cattive intenzioni.

Ti potrebbe interessare anche

Perché non mi hanno fermata?

La trappola della disforia di genere

Sentirsi un impostore – prima, durante e dopo la transizione

Derubata così tante volte